La religione è un alleato nella pratica medica?

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

“Sebbene nella maggior parte dei casi i punti di vista religiosi dei pazienti debbano essere rispettati, è ingenuo pensare che religione e medicina possano sempre coesistere in armonia” lo afferma Daniel Sokol in un recente articolo pubblicato sul BMJ “Religione e spiritualità in medicina: amiche o nemiche?” (1). L’autore è conosciuto in tutto il mondo come editorialista per la nota rivista britannica, la cui firma si distingue per lo pseudonimo di “Ethics Man”, inoltre è un esperto di etica medica ed esercita la professione forense, in particolar modo trattando casi di negligenza clinica, presso il prestigioso 12 King’s Bench Walk. Le riflessioni dell’editorialista esplorano la tensione tra fede e medicina e arrivano in seguito alla partecipazione al simposio internazionale “Religione ed etica medica: cure palliative e salute mentale durante l’invecchiamento” tenutosi a Roma nel dicembre scorso presso l’Augustinianum, organizzato dalla Pontificia Accademia per la Vita e dal World Innovation Summit for Health – il cui obiettivo è “promuovere e facilitare l’innovazione nel fornire assistenza sanitaria in tutto il mondo” (2).

Tra i molti relatori, riporta Sokol nelle sue osservazioni, vi erano l’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, Riccardo Di Segni, medico e rabbino capo della Comunità ebraica di Roma, oltre che numerosi accademici provenienti dal Qatar, i quali hanno offerto una prospettiva islamica dell’etica medica. Tra gli obiettivi del simposio vi era infatti quello di intessere un dialogo con il mondo musulmano, oltre che fare luce su questioni importanti nell’intersezione tra etica religiosa e medica, che influenzano i fedeli nei momenti critici della loro vita. Una panel session, prosegue l’autore, ha permesso di discutere riguardo la presenza di punti in comune tra le cure palliative e l’approccio islamico, cattolico ed ebraico. “Ne è emersa una risposta densa di valori quali dignità, compassione e umiltà, una visione del mondo incentrata su Dio e la necessità di adottare un approccio olistico alle cure che mostri sensibilità ai bisogni spirituali dei pazienti. Tale era l’ardore sollevato dalle risposte degli oratori che sembrava inappropriato porre l’ovvia domanda che doveva seguire gli interventi, ‘quali le differenze, o i contrasti che nascono, tra i vostri approcci?’”.

“La realtà è che esistono differenze anche all’interno di una singola religione, figuriamoci tra diverse. Per esempio, alcuni cattolici non hanno obiezioni nell’accettare antidolorifici nel fine vita, altri invece considerano la sofferenza provata come ‘redentrice’, garantendo loro un’unione privilegiata con Dio, il cui unico figlio ha sofferto sulla croce per i peccati dell’umanità”, spiega Sokol. Anche per quanto riguarda l’approccio islamico esistono variazioni in merito alla sospensione di supporto vitale come l’alimentazione o l’idratazione artificiale: per alcuni studiosi l’interruzione dei trattamenti vitali deve essere proibita per i pazienti con attività cerebrale, per altri invece è consentita negli ultimi giorni di vita. All’interno di un’unica professione di fede vi sono quindi numerosi approcci e singole interpretazioni e la variabilità – continua – è tale che Christina Puchalski, fondatrice di uno dei centri più importanti che si occupano di sostegno spirituale nel fine vita presso The George Washington University (Usa), medico ed esperta in spiritualità e salute, raccomanda di avvicinarsi ad ogni paziente “come fosse una cultura a sé”.

“La tensione può crearsi tra la posizione assunta da un fedele riguardo la moralità di un intervento e il principio secolare di non maleficenza, ovvero non provocare danni. Cosa fare se un paziente insiste sui trattamenti di sostegno alla vita per motivi religiosi quando i medici li ritengono dannosi? Se i medici decidono di rifiutare la richiesta del paziente, quale potrebbe essere il modo migliore per attuare questo piano senza ledere il rapporto di fiducia tra i due?”, si chiede Sokol. “I medici dovrebbero ascoltare le opinioni e i punti di vista religiosi dei pazienti con una mente aperta e trattarli con la massima serietà”. Nonostante ciò “un medico non dovrebbe procedere con un trattamento, la cui richiesta si basa su una professione di fede dell’assistito, che danneggia o non apporta alcun beneficio al paziente. (…) La religione può essere profondamente importante per alcune persone ma non è una carta vincente che può costringere i medici a violare i propri fondamentali valori etici. In tempi di disaccordo, un ‘professionista delle cure spirituali’, come un prete o un imam, con una maggiore conoscenza della fede del paziente può aiutare a risolvere le eventuali tensioni e a ridurre il ‘disagio spirituale’”.

 

Bibliografia

  1. Sokol D. Religion and spirituality in medicine: friend or foe? BMJ 2020; 368: m106.
  2. https://ethics.wish.org.qa