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Cambiare il mondo della ricerca

di Luca Mario Nejrotti

Il mondo della ricerca accademica sta soffrendo una crisi planetaria e c’è chi pensa che la soluzione sia in un radicale ripensamento dei metodi di insegnamento e di divulgazione.

Tra l’incudine e il martello.

Un recente editoriale su Science (vedi) descrive la situazione ideale in cui dovrebbe trovarsi la ricerca accademica: una forza lavoro di ricerca diversificata; politici che riconoscano l’importanza della scienza; un pubblico che comprenda il metodo scientifico, e che abbia gli strumenti intellettuali per afferrarne, almeno parzialmente, i risultati.

Si potrebbe anche aggiungere la necessità di un sistema economico che veda oltre le immediate applicazioni della ricerca al mercato e l’utopia sarebbe completa. Utopia, per lo meno, se paragonata alla condizione attuale. Per lo più, gli istituti di ricerca sono asfittici, prigionieri di logiche clientelari e incapaci di addestrare una nuova generazione di ricercatori liberi delle pastoie del passato. La politica non comprende la ricerca scientifica, la depaupera di risorse, salvo adornarsene come coccarda ogni volta che, nonostante tutto, viene raggiunto un risultato d’eccellenza; questo sistema sensazionalistico, tra l’altro, sminuisce l’operato quotidiano della ricerca scientifica che sta alla base di quei, pochi, risultati straordinari e demotiva la massa dei ricercatori. Infine, il pubblico guarda al mondo della ricerca con un misto di diffidenza complottista e di disprezzo per i “professoroni” e per chi produce col proprio lavoro intellettuale. Il sistema economico neoliberista, da parte sua, non aiuta: sottopone il mondo della ricerca a pressioni economiche e a mercanteggiamenti che danneggiano la qualità del lavoro e limitano gli indirizzi d’indagine. Le discipline con immediata ricaduta economica sono foraggiate, ma funestate da una competitività esagerata che finisce per inficiarne i risultati, le altre languono in un limbo improduttivo e tirano sostanzialmente a campare.

Ripensare l’accademia.

Holden Thorp, autore dell’editoriale, suggerisce di ripensare l’intero mondo accademico, spesso colpevole di un isolazionismo che ha contribuito a causarne la rovina. Attualmente, secondo l’autore i giovani aspiranti ricercatori sono oberati da troppo materiale, nel contesto sbagliato, nel momento sbagliato e con forme sbagliate di valutazione. La logica alla base è che solo dominando un’abbondanza di fatti e abilità quantitative si possa diventare uno scienziato.

Si tratterebbe, invece di adottare un approccio più coinvolgente, che è poi quello alla base dei dottorati di ricerca quando funzionano: gli studenti sono motivati ad apprendere nuovi contenuti e metodi in relazione al risultato scientifico che vogliono ottenere.

Quanto imparano in questo modo “attivo” di solito va a far parte del loro bagaglio cognitivo con molta maggiore efficacia rispetto a quanto riversato su di loro passivamente nelle aule universitarie.

Promuovere un approccio più interattivo alla ricerca e all’apprendimento comporta concedere agli studenti un certo margine di libertà nelle discipline che decidono di apprendere e a cui vogliono dedicarsi. Nel caso italiano basta ricordare l’efficacia che potevano avere le vecchie lauree quadriennali, caratterizzate da curricula studiorum piuttosto liberi all’interno di rose precostituite; queste sono state sacrificate alla presunta necessità di omologazione degli ultimi indirizzi universitari che presentano scalette sostanzialmente blindate.

Apprendimento attivo.
Anche se le più recenti linee guida didattiche promuovono l’apprendimento attivo, il lavoro di gruppo e la discussione come migliore opportunità per gli studenti di tutte le discipline per avere successo nella ricerca scientifica, il panorama attuale è piuttosto grigio.

Per esempio, il 55% di tutte le lezioni scientifiche negli Stati Uniti è ancora d’impostazione tradizionale; solo il 27% garantisce una partecipazione modesta come domande a scelta multipla per coinvolgere gli studenti durante le lezioni; solo il 18%, infine, è progettato per consentire agli studenti di affrontare insieme i problemi in classe dopo aver appreso in anticipo il materiale didattico.

Il sistema attuale, al contrario, premia il nozionismo, anche quando ufficialmente lo condanna, ottenendo così la duplice sconfitta di non educare menti elastiche, ma neanche dotate della preparazione nozionistica tutto sommato straordinaria, per lo meno agli alti livelli, che da noi in Italia fu pre-sessantottina.

Prospettive future.
Ci sono casi isolati, esperimenti didattici di grande impatto, istituzioni di formazione che puntano alla massima espressione del potenziale degli studenti, ma in generale il futuro della ricerca si basa ancora sui gessi, le lavagne, e, quando va bene, sulle presentazioni in Power Point.

Fonti.

https://science.sciencemag.org/content/367/6476/345