Famiglia e carriera nella ricerca sono incompatibili?

In dicembre la National Academies of Sciences, Engineering and Medicine si è riunita a Washington D.C. per un convegno tutto dedicato ad analizzare la problematica dell’esodo dai percorsi nell’ambito della ricerca scientifica, tecnologica, ingegneristica e medica, dei lavoratori che devono prendersi cura dei figli, dei genitori o di altre persone a loro carico, e a valutare le possibili soluzioni. Uno dei fattori che pesano nella decisione dei ricercatori che abbandonano la propria carriera è la dedizione al lavoro, che li porta, se in attività, a dedicargli gran parte del loro tempo. Questo non permette di impiegare altro tempo nella cura degli altri.

Il numero più alto di abbandoni riguarda le neomamme. Il workshop della NASEM, organizzato dalla Committee on Women in Science, Engineering and Medicine (CWSEM), si è concentrato in particolare su un’iniziativa che mira a valutare il funzionamento delle politiche e delle attività a supporto delle famiglie con genitori lavoratori. Lo scopo è di stilare una lista di buone pratiche per evitare l’abbandono della carriera da parte dei neogenitori che lavorano in ambito STEM (science, technology, engineering and maths). È dell’anno scorso un’indagine che ha mostrato dati preoccupanti: una percentuale di neomamme vicina al 50% abbandona la carriera dopo la nascita del primo figlio.

Per risolvere la problematica si stanno ideando soluzioni innovative. Una, ad esempio, nata alla Stanford University, si basa sull’assunto che i neogenitori abbiano un disperato bisogno di tempo. Il programma prevede che chi lavora all’università possa accumulare le ore “spese” in attività di insegnamento, tutoraggio o altri servizi, per avere in cambio prestazioni utili in presenza di un neonato: pasti a domicilio, baby-sitting, assistenza sul posto di lavoro.

Il CWSEM è attivamente impegnato nella ricerca di nuove iniziative per aiutare i neogenitori a far funzionare il delicato equilibrio tra famiglia e carriera, ma quello che è davvero fondamentale è avere a disposizione i fondi per supportare un sereno reinserimento nel mondo del lavoro dopo la nascita dei bambini. Accordi con le agenzie di finanziamento in questi casi possono fare la differenza. Si potrebbero ad esempio attivare programmi di sostegno, o finanziare la creazione di nuovi tipi di contratti di lavoro, come i cosiddetti “lavori in condivisione”, o dare la possibilità di passare da full-time a part-time.

Kathleen Christensen, manager alla Alfred P. Sloan Foundation di New York – una fondazione senza scopo di lucro che si occupa di ricercare fondi per le attività in ambito STEM – invita su Nature a ripensare la struttura del posto di lavoro, “un artefatto del ventesimo secolo”, cucito intorno a famiglie con un solo genitore in attività, generalmente il padre. “Non riflettiamo quanto dovremmo su come ridisegnare il lavoro”.

Un esodo delle proporzioni di questo genere richiede soluzioni, perché rischia di rallentare la ricerca in settori chiave. Non solo le neomamme, anche una percentuale significativa di padri ricercatori cambia lavoro dopo la nascita del primo figlio (23%); di questi, molti (il 18% per le donne, il 12% per gli uomini) passano a posizioni lavorative in altri settori, meno impegnativi in termini di tempo, che lascino la possibilità di dedicarsi alla vita privata. È necessario puntare a non considerare più le carriere in ambiti STEM come incompatibili con la famiglia.