Cancro: una parola oscura tra noi

di Mario Nejrotti

Il problema

In una puntata della popolare fiction,“Oltre la soglia”,  l’attrice Gabriella Pession, che interpreta una psichiatra, al fratello che le comunica che alla madre “hanno trovato una brutta cosa nella testa…”, risponde: ”Si chiama cancro, Saverio, ha un nome ben preciso: usiamolo!”

In due battute il copione riassume i principali aspetti del sentire comune nei confronti della malattia neoplastica.

Per la maggior parte delle persone, nonostante i  grandi mutamenti avvenuti , almeno nell’ultimo decennio, in campo preventivo, diagnostico, terapeutico e assistenziale, questa malattia rappresenta ancora un evento talmente terrorizzante che anche solo il definirlo può aggravare la situazione e, forse, coinvolgere magicamente chi lo nomina.

Dall’altra parte il mondo sanitario pensa che per insegnare ad accettare la sua presenza e curarla occorra definirla con precisione e ripeterne spesso il nome, per dargli una dimensione reale e concreta . Si sceglie così  per lo più la parola “cancro” per comunicare la verità al paziente, per discutere tra colleghi e per diffondere la cultura della cura.

Cancro è ancora una parola precisa e attuale?

Ma “cancro” è una parola davvero precisa per definire oggi la malattia, che da sempre terrorizza l’uomo, come ritiene la dottoressa  nella fiction? Rappresenta veramente la malattia di cui tanto si parla e per la quale si stanno facendo grandi passi avanti per prevenirla, diagnosticarla e curarla?

Il cancro è l’antica definizione di una malattia  osservata dai medici nei malati già al tempo degli Egizi (1600 a.C.),  all’epoca di Ippocrate (460-377 a.C.), il primo che la definì κάρκινος – granchio, fino a quella di Galeno di Pergamo (129 -200 d.C.).

Da allora la parola cancro ha attraversato secoli di storia dell’umanità, della medicina e della oncologia, mantenendo pressoché inalterata la sua carica di terrore e mistero. Anzi negli ultimi decenni è andato crescendo il suo uso, per una convinta, ma fraintesa volontà di chiarezza di comunicazione o di coraggio nell’affrontare la malattia in tutta la sua complessità.

In un mondo che, dal punto di vista delle conoscenze scientifiche e tecniche, è cambiato completamente rispetto a quello antico, attraversando innumerevoli tappe negative e positive di ricerca scientifica, permane nell’inconscio e nel profondo della cultura medica e popolare lo stesso sentimento di ineluttabile pessimismo che la parola cancro comunicava agli albori della conoscenza medica.

Nella società attuale, massificata e dotata di mezzi di comunicazione sempre più rapidi, la forza negativa della parola cancro (dal latino cancer: granchio) si è ancora più amplificata e radicata nella mente delle persone, insieme al residuo dei suoi sinonimi oscuri, terrifici e più o meno scientifici, ma che altrettanto poco riescono a definirla: brutto male, malattia incurabile o mortale, malattia del secolo, big killer, carcinoma (dal greco καρκίνωμα, derivato di καρκίνος , sempre granchio)o  la più pusillanime sigla, spesso usata per non far comprendere, K .

E sostituirla?

È  forse tempo di cambiare le parole e il linguaggio di questa malattia genetica con manifestazione neoplastica.

Cancro nel suo significato classico, legato ad una determinata forma, non è più attuale: nessuna manifestazione della malattia neoplastica assomiglia ad un granchio e neppure alla costellazione che osserviamo nei nostri cieli notturni tra il 22 giugno e il 22 luglio circa.

Non sarà facile scegliere come chiamare oggi questa malattia. Forse la definizione sopra accennata parrà incompleta o errata agli specialisti del campo, ma occorre incominciare a discuterne, perché la paura, l’angoscia, la depressione, prodotte dai termini  usati nel racconto di questa malattia, pessimisti, militareschi, addirittura magici, possono realmente, se pur indirettamente,  influenzarne l’andamento. Sicuramente possono peggiorare in modo sostanziale la qualità di vita delle persone a cui viene diagnosticato questo evento biologico negativo della loro esistenza.

Altre malattie sono gravi e pericolose per l’essere umano, ma pochissime sono caratterizzate dallo stesso oscuro terrore.

È importante provare a cambiare l’aura collegata a questa malattia da cui tutti siamo influenzati: sanitari, malati, comunicatori, cittadini, contribuendo con il nostro modo di parlare a rafforzare la sua interpretazione tragica.

Qualcosa si sta muovendo

Da qualche mese è in corso tra il nostro Ordine, il Coes e la Rete Oncologica del Piemonte – Valle d’Aosta una discussione che coinvolge bioeticisti, giornalisti, infermieri, medici, psicologi, per comprendere non solo la parola principe che serve a definire la malattia neoplastica, ma anche tutto il linguaggio verbale e non che caratterizzano la comunicazione tra sanitari e pazienti, tra pazienti, rete famigliare e sociale, tra media e cittadini, tra le persone.

Tale attività è sfociata nel focus pubblicato sulla nostra rivista nel numero 2 dell’anno scorso dal titolo “Comunicare la buona notizia in oncologia”.

 Sono in fieri alcune iniziative di ricerca e successivamente di comunicazione e formazione, a vari livelli, per cercare un linguaggio più consono alla situazione  attuale della malattia neoplastica, che speriamo si concretizzino nei prossimi mesi.

Tra poco inaugureremo su questo Portale una rubrica, voluta dall’OMCeO della Provincia di Torino, tutta dedicata alla Oncologia oggi,  in cui si cercherà di comprendere anche  il significato profondo del linguaggio in uso e ipotizzare soluzioni più adatte al momento storico e alla qualità della vita dei malati. Inoltre si proverà a rispondere a domande, anche scomode, che si pongono in primo luogo i malati, ma anche i medici e l’opinione pubblica.

 Speranza o illusione?

La malattia neoplastica si avvia a diventare sempre più una situazione patologica cronica e si incominciano a contare sempre più soggetti che si possono, anche se con enorme prudenza, considerare guariti.

Di fronte a questa realtà, che ancora presenta punti deboli e oscuri, insuccessi e errori, con il loro carico di dolore e drammi personali, occorre fare qualcosa per comunicare attraverso il linguaggio una nuova speranza, che non deve trasformarsi in illusione, ma deve essere liberata dalla zavorra storica negativa di una medicina che nulla poteva fare, come nel corso dei secoli è stato per innumerevoli malattie, oggi curabili.

 

Fonti per l’immagine: https://cultura.biografieonline.it/cancro-costellazione/