La psiconcologia: luci e ombre di una disciplina ancora poco conosciuta

La psiconcologia è la disciplina che si occupa degli aspetti psicologici legati alle malattie neoplastiche. È definito come un campo altamente interdisciplinare poiché coinvolge fattori fisici, psicologici, sociali e comportamentali dell’esperienza della malattia oncologica. La psiconcologia si occupa in particolare di indagare le reazioni emotive del paziente in vari stadi della progressione della malattia, ma può includere anche le relazioni con la famiglia del paziente o con gli operatori che si prendono cura di lui. Le conoscenze nel campo della psiconcologia permettono di mettere in pratica iniziative che possano sostenere il paziente nella maniera più adatta allo stadio della malattia o dalla fase del trattamento a cui è sottoposto. Tra le forme più comuni di interventi troviamo attività psico-educative, iniziative a supporto delle attività quotidiane, stimolo a sviluppare atteggiamenti diversi di fronte alla malattia, e corretta informazione sulle tematiche associate alla malattia neoplastica, spesso oggetto di falsi miti e vere e proprie bufale. I metodi utilizzati sono quelli che vengono solitamente applicati nella psicoterapia.

Il rischio di cadere nella pseudoscienza

Sebbene, quindi, la psiconcologia sia una disciplina di cui è riconosciuta l’utilità a livello internazionale, è anche un campo in cui non è difficile imbattersi in affermazioni non comprovate dal punto di vista scientifico. Questo rischio è diffuso in ogni campo di applicazione di quelle che sono definite “terapie integrate”, che vanno cioè a integrare un percorso di cura con pratiche volte al benessere del paziente durante la terapia, che spesso – soprattutto nel caso della malattia neoplastica –, presenta effetti collaterali di una certa gravità. Alcuni medici od operatori senza scrupoli, approfittando della paura diffusa nei confronti degli effetti collaterali delle terapie, nel corso degli anni sono arrivati a sconsigliare di proseguire cure dall’efficacia comprovata scientificamente e considerate imprescindibili per la guarigione, come la chemioterapia, prescrivendo di sostituirle in toto con pratiche che possono essere utili – per il loro effetto placebo, o per sostenere l’umore e l’atteggiamento dei pazienti – ma che non hanno effetto terapeutico per la patologia di cui il paziente soffre, e che mette al rischio la sua salute e spesso anche la sua vita.

Lo scandalo Eysenck

Pochi giorni fa su Science-Based Medicine è stata ricostruita una vicenda che vede protagonista uno dei guru della psicologia mondiale, il dottor Hans Eysenck, i cui studi sono stati usati così tante volte da essere considerato il terzo studioso più citato al mondo nell’ambito delle scienze sociali, preceduto solo da Sigmund Feud e Karl Marx. Nel maggio 2019 è stata condotta un’indagine da parte del King’s College di Londra, che ha bollato come “unsafe” 26 articoli pubblicati dal dottor Eysenck prima della sua morte, avvenuta nel 1997. Gli studi coinvolti erano esclusivamente quelli che vedevano come co-autore del noto psicoterapeuta il collega e pupillo Ronald Grossarth-Maticek, e si trattava, in tutti i casi (25 gli studi presentati nell’indagine, anche se si parla in tutto di 26) di lavori che analizzavano dati sugli esiti di salute fisica e psicologica in condizioni patologiche come cancro o malattie cardiovascolari, sulle cause e le terapie in atto. In questi studi vengono negati, da parte di entrambi gli autori, nessi causali tra il tabagismo e l’insorgenza di patologie neoplastiche o coronariche, attribuendone invece la causa a fattori della personalità di chi le sviluppa. Questo comportamento – visto anche il carteggio informale rinvenuto in seguito a una causa legale intentata dai produttori di tabacco, dai quali Eysenck riceveva finanziamenti – è stato definito “uno dei peggiori scandali scientifici di tutti i tempi” con “conseguenze così enormi da non avere eguali nella ricerca biomedica”.

Una revisione puntuale delle affermazioni contenute negli studi incriminati è disponibile qui e mostra un’incredibile serie di claim che vanno contro ogni evidenza scientifica, come quelli che individuano una serie di tratti caratteriali e comportamentali che dovrebbero rendere un individuo maggiormente soggetto a sviluppare patologie neoplastiche (ad esempio è passivo di fronte allo stress provocato da agenti esterni) o cardiovascolari (ad esempio è incapace di lasciare una situazione insoddisfacente di sua iniziativa, fino a diventare aggressivo), tratti puntualmente determinati da Eysenck e Grossarth-Maticek nelle loro ricerche. Si arrivò perfino a riferire, come dimostrazione dell’efficacia degli studi, di seicento pazienti che erano stati ritenuti potenzialmente soggetti a malattie oncologiche o coronariche e che erano stati “salvati” dalla distribuzione di un opuscolo su come prendere il controllo del proprio destino. Chi aveva avuto l’opportunità di leggere il volantino, infatti, faceva parte di un gruppo che dopo tredici anni di osservazione aveva perso solo il 23% dei partecipanti. Il gruppo di controllo, che non aveva avuto accesso al dépliant, era decimato dell’82%. Questi risultati, sebbene improbabili, furono adattati velocemente dalla comunità degli psicoterapeuti per, spesso, giustificare interventi di nessuna utilità in pazienti malati, un approccio perseguito per così tanti anni che calcolare le risorse investite inutilmente è diventato difficile.

Una ritrovata fiducia nella psiconcologia

Non è stato semplice per la psiconcologia dimenticarsi di questa brutta vicenda e riprendere il posto che le spetta di diritto nelle terapie integrate utili per il trattamento di pazienti con patologie neoplastiche. Oggi è considerata non solo efficace per il supporto dei malati e delle loro famiglie, ma anche del personale sanitario. È infatti una pratica che può aiutare gli operatori a gestire al meglio la comunicazione ad alto contenuto emotivo con il paziente e i suoi cari, e a elaborare l’impatto emotivo suscitato dalla convivenza con la sofferenza e il lutto dei pazienti. Per fare questo è però necessaria una stretta collaborazione tra lo psicologo/psicoterapeuta e l’oncologo, per poter individuare gli interventi efficaci per il paziente, e mantenere stabile una situazione di fiducia con le figure, spesso numerose, che si prendono cura di lui. La conseguenza più spinosa da affrontare in vicende come quella di Eysenck, infatti, è il deterioramento della relazione tra paziente e curante, in cui è facile praticare uno strappo, ma è lungo e difficoltoso poi ricucire.