“Il volto umano della crisi climatica”. Una nuova prospettiva del NEJM: climate change e pratica clinica

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

Il 17 febbraio scorso il fondatore di Amazon, Jeff Bezos, ha annunciato la creazione del Bezos Earth Fund, la cui mission sarà quella di combattere i devastanti effetti dei cambiamenti climatici. Il presidente di Amazon ha stanziato 10 miliardi di dollari, investimento destinato a scienziati, attivisti e organizzazioni non governative a livello mondiale. “I cambiamenti climatici sono la più grande minaccia per il nostro Pianeta”, ha commentato Bezos presentando l’iniziativa dal suo account Instagram. Tutte le regioni del mondo sono interessate dai cambiamenti climatici, le calotte polari si sciolgono e il livello dei mari aumenta. In alcune aree del globo si verificano sempre più spesso fenomeni meteorologici estremi, come siccità e ondate di calore mai registrate prima. Gli effetti del riscaldamento globale sono tristemente noti, ma essi possono rappresentare una minaccia anche quando si parla di pratica clinica?

Ad approfondire la questione è stata Renee Salas, yerby fellow presso il Center for Climate, Health and the Global Environment della Harvard T.H. Chan School of Public Health e Burke fellow presso l’Harvard Global Health Institute. Salas esercita la professione di medico presso il dipartimento di medicina d’urgenza del Massachusetts General Hospital e della Harvard Medical School. Sta focalizzando la sua ricerca nel comprendere meglio l’impatto dei cambiamenti climatici sul sistema sanitario. In un articolo pubblicato pochi giorni fa sul New England Journal o Medicine spiega la sua prospettiva sulle conseguenze del climate change sul piano sanitario. “Tutte le implicazioni per la salute derivanti dalla crisi climatica – si legge nell’articolo – potrebbero essere molto più imponenti e insidiose di quanto si possa immaginare. Sebbene sia necessaria una ricerca più approfondita sulla relazione tra clima e salute, il divario potrebbe essere colmato più rapidamente osservando le linee di ricerca già esistenti attraverso la lente dei cambiamenti climatici” [1].

A spingere la ricercatrice ad effettuare questa analisi – “a riflettere su una serie di possibili miglioramenti del sistema sanitario” – è stato in particolare l’incontro con un uomo anziano presentatosi in pronto soccorso con la temperatura superiore ai 40 gradi centigradi, colpo di calore causato dalle elevate temperature dell’appartamento scarsamente areato in cui viveva, durante una forte ondata di calore. “Tali pazienti stanno diventando il volto umano della crisi climatica”, afferma Salas, facendo anche notare come la consapevolezza generale sugli effetti dei cambiamenti climatici sulla salute stia crescendo. “Questo ha portato allo sviluppo di soluzioni per la sanità pubblica al fine di aiutare la popolazione a prepararsi e adattarsi (ai cambiamenti climatici, ndr)” – ma resta ancora molto da fare in merito. Questi effetti, di cui gli scienziati ci avvertono da decenni, prosegue Salas, sono ora chiaramente visibili: gli incendi avvenuti in Australia sono solo l’ultima tra le catastrofi. “La crisi climatica è un meta problema per eccellenza e un moltiplicatore di minacce, con implicazioni spaventosamente ampie per la salute. Vi è quindi – conclude in merito la ricercatrice – una profonda e urgente necessità di attuare miglioramenti della pratica clinica che salvaguardino la salute dei nostri pazienti e la resilienza del nostro sistema sanitario di fronte alle crescenti sfide legate al clima”.

“Descrivo spesso – prosegue – la nostra attuale conoscenza degli effetti sulla salute della crisi climatica come un iceberg. Anche se vediamo una piccola massa di ghiaccio sopra la superficie dell’acqua, ciò che dobbiamo temere è la parte sottostante: gli effetti che non abbiamo ancora identificato. Per esempio l’aumento delle temperature è stato recentemente collegato all’aumento della resistenza batterica agli antibiotici”. Ancora, “alcuni farmaci, come i diuretici e gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina, possono mettere i pazienti a maggior rischio di malattie legate al calore, sebbene i dati siano relativamente scarsi. Inoltre, i farmaci (compresi i salvavita) devono spesso essere conservati a determinate temperature per la massima efficacia. Gli inalatori di albuterolo hanno dimostrato di avere una ridotta efficacia se esposti a temperature di 60 gradi centigradi, le quali possono essere raggiunte all’interno di un’auto durante periodi di caldo estremo”.

Renee Salas prosegue inoltre la sua analisi concentrando l’attenzione su un’altra area importante che richiede ulteriori ricerche: il miglioramento dei servizi sanitari per ridurre al minimo i problemi causati dalle interruzioni di energia elettrica. “Di recente, quasi 250 ospedali sono stati colpiti da interruzioni di corrente in California, per ridurre il rischio di incendi” e i generatori di corrente di emergenza possono supplire la mancanza di elettricità solo in parte per il funzionamento di alcuni macchinari, “trasformando ospedali altamente tecnologici in ambienti con limitate risorse”, spiega la ricercatrice.

Passare dalla teoria alla pratica richiederà una collaborazione multidisciplinare, secondo l’opinione dell’autrice. “Dovremmo imparare dagli operatori sanitari e dai sistemi che hanno già affrontato minacce climatiche. La collaborazione è la forza trainante dell’iniziativa Climate Crisis and Clinical Practice lanciata a Boston il 13 febbraio 2020, con la speranza che diventi solo il primo di numerosi simposi sull’argomento, sia negli Stati Uniti che altrove”, conclude. “L’iniziativa ha lo scopo di evidenziare come la crisi climatica stia alterando la pratica clinica oltre che promuovere la discussione sull’argomento. Sebbene in definitiva la miglior medicina per combattere la crisi climatica sia quella preventiva – l’urgente riduzione dei gas a effetto serra – non possiamo ignorare la miriade di modi in cui la salute dei nostri pazienti è già stata danneggiata e la nostra responsabilità nel migliorare la pratica clinica”.

 

Bibliografia

  1. Renee NS. The Climate Crisis and Clinical Practice. N Engl J Med 2020; 382: 589-591 DOI: 10.1056/NEJMp2000331