Le terapie cognitive e la mindfulness in supporto ai pazienti con depressione

di Maria Rosa De Marchi 

Tra le problematiche sanitarie più gravose vi è la depressione. Si stima che più di 264 milioni di persone in tutto il mondo hanno a che fare in qualche modo con questa patologia: se ne soffre almeno una volta nella vita, con una prevalenza globale stimata tra il 6 e il 20%. Non solo: la condizione si può ripresentare nel tempo o diventare ricorrente. In media, chi ha sperimentato almeno un episodio depressivo ne ha in totale 7-8 nel corso della vita.

Come riporta il sito dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ci sono metodi efficaci su diversi livelli per il trattamento della depressione, come la terapia psicologica e la somministrazione di farmaci antidepressivi (come gli inibitori selettivi del reuptake della serotonina – o SSRI – e gli antidepressivi triciclici). I diversi trattamenti devono essere valutati dal medico in relazione alla gravità della depressione e al tipo di paziente. Le linee guida in genere raccomandano, per le persone con depressione ricorrente, la somministrazione di farmaci antidepressivi di mantenimento dopo la remissione.

Per molti pazienti l’uso dei farmaci antidepressivi diventa “a lungo termine”, dal momento che, oltre al consiglio del medico, intervengono meccanismi psicologici che spingono i pazienti a continuare a farne uso. Tra questi, la paura di avere nuove ricadute, il desiderio di continuare l’esperienza positiva con il farmaco, la percezione di mancanza di alternative riguardo la terapia e la paura di possibili effetti avversi dovuti all’interruzione del farmaco.

Altri pazienti, invece, tendono a desiderare di sospendere la terapia appena vi è la percezione di miglioramento dei sintomi oppure perché gli effetti avversi superano i benefici.

Alcuni studi sembrano suggerire che le terapie psicologiche, sebbene non funzionino per tutti e sia difficile accedervi per via del significativo investimento di tempo e risorse che richiedono, possano essere in grado di supportare i pazienti nella fase di progressiva interruzione dei farmaci. In particolare, lo sarebbero la terapia cognitiva basata sulla mindfulness, una pratica meditativa, oltre che la terapia cognitivo-comportamentale. Questi sono programmi strutturati in modo da insegnare ai pazienti tecniche per prevenire le crisi depressive.

Uno studio qualitativo su BMJ Open ha analizzato il ruolo delle terapie psicologiche come supporto alle terapie farmacologiche, utilizzando un campione di 42 pazienti provenienti da uno studio clinico multicentrico, randomizzato e controllato, in singolo cieco. I pazienti erano in fase di remissione da un episodio depressivo e ne avevano avuti almeno tre in passato.

La sperimentazione con le tecniche di meditazione mindfulness ha previsto otto settimane di sedute di gruppo e quattro ulteriori incontri nell’anno successivo dalla fine del programma, offerte come supporto su misura per coloro che stavano attraversando la fase di interruzione dei farmaci antidepressivi di mantenimento.

Feedback dai partecipanti su come migliorare il rapporto medico-paziente

I feedback dei partecipanti sono stati raccolti tramite interviste approfondite, nei due anni successivi al termine del programma.

Le persone in fase di remissione dalla depressione hanno percorsi pressoché unici, plasmati dalle esperienze personali e dalle terapie psicologiche e farmacologiche alle quali sono sottoposti, ma tendono a essere caratterizzati da sei temi ricorrenti: consapevolezza delle cause della depressione, percezione personale, accettazione, qualità della vita, interruzione dei farmaci antidepressivi di mantenimento e qualità del rapporto col medico di base.

Le tematiche e le esperienze raccolte tramite le interviste potrebbero, secondo gli studiosi, porre una prima pietra nella facilitazione della comunicazione medico-paziente durante il difficile percorso di recupero dai fenomeni depressivi.