Cala la mortalità per cancro. Ma i brindisi sono prematuri

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

“Cala la mortalità per cancro negli Stati Uniti: è tempo di stappare lo champagne?”. Se lo chiedono su EClinicalMedicine Aakash Desai, della University of Connecticut a Farmington, e Bishal Gyawali, della Queen’s University di Kingston in Canada (1). E si rispondono di no.

Gli ultimi dati della American Cancer Society, pubblicati a gennaio (2), sono stati celebrati da molti come un trionfo delle cure oncologiche, perché mostrano il più grande calo della mortalità oncologica mai registrato negli Stati Uniti. A coronare parecchi anni di declino ininterrotto, di circa l’1,5% annuo dal 2008 al 2017, è giunto fra il 2016 e il 2017 un calo del 2,2%. Un’ottima notizia, riconoscono i due studiosi. Ma non una vittoria da celebrare.

Il calo di questi anni è dovuto in gran parte alla diminuita mortalità per i quattro tumori più diffusi (polmone, colon-retto, seno e prostata). Ma negli ultimi tempi questa diminuzione è rallentata per i cancri del seno e del colon-retto, e si è arrestata per la prostata. Il calo più recente quindi riflette essenzialmente la minore mortalità per cancro del polmone, e c’è chi lo ha accolto come un successo delle nuove terapie, in particolare delle immunoterapie e dei farmaci mirati in base alle mutazioni del tumore. Ma in realtà il calo è dovuto a un insieme di cause, prima fra tutte la diminuzione dei fumatori: il declino del tasso di fumatori è seguito, con qualche decennio di latenza, da un calo dell’incidenza di cancro polmonare, e i numeri fanno pensare che questo sia il motore preponderante delle tendenze in atto. In definitiva, quindi, si muore meno soprattutto perché ci si ammala meno e non perché si viene curati meglio.

Il contributo degli screening ai progressi è probabilmente minimo visto il loro scarso impiego, mentre un qualche ruolo possono averlo avuto i miglioramenti della chirurgia e della radioterapia, e quelli delle cure di sostegno.

Che posto occupano, in questo quadro, i nuovi farmaci? “Non vogliamo sminuirne l’impatto sulla vita dei singoli malati. Ma hanno effetti così importanti da incidere sulla mortalità complessiva nella popolazione?”, si chiedono i due studiosi. La risposta, in sintesi, è no. Se si considerano i pazienti selezionati a cui sono destinate le nuove terapie mirate (in genere specifici sottogruppi di malati in fase avanzata), e i momenti in cui sono stati introdotti i vari farmaci, si desume che il loro impatto sulla mortalità di questi anni è stato modesto. E un discorso analogo vale per le immunoterapie.

Quantifica la situazione Vinay Prasad, oncologo alla Oregon Health and Science University, commentando i dati della American Cancer Society su Nature (3): “abbiamo stimato che nel 2018 le terapie mirate erano indicate per l’8,3% dei pazienti statunitensi con cancro avanzato, contro il 5,1% del 2006. Un altro studio ha calcolato che i malati di cancro del polmone che ricevono queste terapie vivono 30 settimane in più. Un beneficio concreto, che in certi sottogruppi di pazienti è impressionante, ma cambia poco i tassi di mortalità complessivi nella popolazione. Oltretutto sono farmaci molto costosi, il cui uso diffuso sarebbe difficile da sostenere”.

Un discorso a parte è quello del melanoma, rimarcano Desai e Gyawali: “Qui le nuove terapie hanno davvero cambiato la mortalità. Ma è un’eccezione che non modifica il quadro generale”.

Sono altri i dati della American Cancer Society che devono far riflettere, affermano i due studiosi. Gli uomini neri hanno una probabilità di morire di cancro superiore del 20% a quella dei bianchi; e chi vive in certi stati degli USA corre un maggior rischio di ammalarsi e morire di tumori il cui rischio è riducibile, come quelli del polmone, della cervice e il melanoma. Si stima poi che nel 2014 il 59% delle morti per cancro del polmone tra i 25 e i 74 anni avrebbe potuto essere evitate eliminando le disparità socioeconomiche.

“Questi dati non hanno fatto molto scalpore, perché sono storie di fallimenti che non ci piacciono come quelle dei successi”, considerano Desai e Gyawali. Eppure sono vitali per continuare a fare progressi, perché ci ricordano che il vero terreno su cui si gioca la partita non sono le terapie avanzate di grido, ma la salute pubblica e l’accesso equo alle cure. “Noi concordiamo appieno con le conclusioni di un’altra analisi della American Cancer Society: le politiche di salute pubblica non sono tarate su misura per qualcuno, ma possono migliorare la longevità per noi tutti”.

Prasad non potrebbe essere più d’accordo: “Avremmo riduzioni molto maggiori della mortalità per cancro se creassimo una società più equa”. Anche perché i dati positivi sul cancro si inseriscono in un contesto in cui, ormai da tre anni, l’aspettativa di vita per gli statunitensi continua a calare, soprattutto per le malattie della disperazione: droghe, suicidi, malattie dovute all’alcol. E non aiutano decisioni recenti del governo USA, che sta riducendo le salvaguardie in tema di amianto come di pesticidi o di particolato atmosferico. È su tutti questi fronti che bisogna agire per migliorare davvero la longevità e la salute, anche riguardo al cancro, conclude Prasad: “Nella mia clinica, spesso vorrei avere farmaci più efficaci per la persona che ho di fronte. Anch’io voglio terapie sofisticate che funzionano. Ma in realtà, quel che davvero desidererei è che la persona che sto curando non avesse contratto il cancro”.

 

Bibliografia

  1. Desai A, Gyawali B. Fall in US cancer death rates: Time to pop the champagne? 2020 Jan 31;19:100279. doi: 10.1016/j.eclinm.2020.100279. eCollection 2020 Feb.
  2. Siegel RL, Miller KD, Jemal A. Cancer statistics, 2020. CA Cancer J Clin 2020;70:7-30. doi: 10.3322/caac.21590. Epub 2020 Jan 8.
  3. Prasad V. Our best weapons against cancer are not magic bullets. Nature, 21 gennaio 2020.