Insufficienza renale cronica: il futuro del trattamento

di Maria Rosa De Marchi

Sull’ultimo numero di Nature un approfondimento ha fatto il punto sulle tecnologie a supporto dei pazienti con insufficienza renale e che hanno bisogno della dialisi. L’insufficienza renale cronica è spesso considerata una comorbidità del diabete o dell’ipertensione. La patologia in sé può essere causata da diversi fattori e ha, a sua volta, un forte impatto su altre patologie, come le malattie cardiovascolari, l’ipertensione, l’HIV e la malaria. Un’analisi sul Global Burden of Disease (GBD, l’impatto globale della patologia) del 2015 ha stimato che 1,2 milioni di decessi erano riconducibili all’insufficienza renale cronica. Inoltre, 18 milioni di anni di vita persi per patologie cardiovascolari erano direttamente attribuibili un deficit dei tassi di filtrazione glomerulare1. Si stima che, entro il 2030, 5,4 milioni di persone in tutto il mondo avranno bisogno di dialisi o di ricevere un trapianto.

I pazienti che necessitano di emodialisi devono recarsi in ospedale ed essere collegati a una macchina. Questa, però, non è in grado di replicare esattamente il funzionamento fisiologico dei reni, che applicano al filtraggio glomerulare sottili e costanti cambiamenti per garantire l’equilibrio fisiologico all’organismo. I pazienti sottoposti a emodialisi dipendono da una macchina che funziona sempre allo stesso modo e possono impiegare ore per riprendersi dalla procedura.

I macchinari per la dialisi utilizzano le stesse tecnologie da anni; ad oggi la tecnologia ha fatto pochi passi avanti per migliorare le terapie, denuncia Nature. Senza contare che l’emodialisi, che può durare fino a 12 ore totali, distribuite in tre sessioni alla settimana, influenza negativamente la qualità di vita dei pazienti2.

Miniaturizzare le tecnologie di dialisi: i passi avanti finora

Quali sono le potenziali innovazioni per il trattamento? Gli occhi sono puntati sulle tecnologie in grado di miniaturizzare le strumentazioni. Al momento l’emodialisi richiede molto tempo, è costosa, utilizza grandi quantità di acqua e non è disponibile allo stesso modo nei diversi Paesi del mondo. Per ogni sessione della durata di 4 ore devono essere impiegati 120-180 litri di acqua, quindi la tecnologia non è miniaturizzabile. Un modello commercializzato come “portatile” pesa 34 chili e può essere utilizzato a casa dal paziente, purché l’acqua utilizzata rispetti alcuni standard qualitativi.

La priorità nel fare della dialisi una tecnologia portatile è quella di eliminare la necessità della macchina di acqua dall’esterno. Un gruppo di ricercatori di Seattle sta studiando una tecnica che spinge la soluzione di dialisi in una cartuccia che converte l’urea, la tossina che la dialisi deve eliminare dal sangue, in biossido di carbonio e azoto: in questo modo la soluzione può essere riutilizzata.

Un altro gruppo di studio della Dutch Kidney Foundation sta sperimentando un macchinario del peso di circa 10 chili, che si prevede necessitare meno di 6 litri di soluzione e che utilizzerà un materiale per assorbire le tossine per ripulire il liquido di dialisi. L’obiettivo è la commercializzazione del nuovo sistema entro il 2023.

A Singapore è in fase di test un’attrezzatura del peso di 3 chili, progettata per la dialisi peritoneale. La dialisi peritoneale utilizza un catetere che invia la soluzione di dialisi nella cavità addominale, dove il peritoneo filtra le tossine dal sangue e le raccoglie nella soluzione di dialisi (che dopo un certo tempo viene raccolta nella sacca di drenaggio, che viene periodicamente svuotata e riempita con una nuova soluzione). Il nuovo strumento sarebbe in grado di permettere ai pazienti di sottoporsi a un solo trattamento al giorno, della durata di 7-10 ore, invece che trattamenti ripetuti.

Lo sviluppo di reni artificiali

Un altro filone di ricerca si focalizza sulla creazione di reni artificiali. I ricercatori della Università della California, di San Francisco e della Vanderbilt University di Nashville sono al lavoro su un rene impiantabile e collegabile al sistema circolatorio (che sarebbe attivato dalla pressione sanguigna e non richiederebbe quindi una pompa esterna). Nel dispositivo, delle membrane di silicone con pori in scala nanometrica si occuperebbero di filtrare come i glomeruli e sarebbe presente anche un sistema di ricalibrazione biologico che si serve di cellule ottenute da reni espiantati.

Lo sviluppo dei sistemi impiantabili si preannuncia più complesso, date le maggiori difficoltà tecniche per ottenere sicurezza, efficacia ed efficienza, ma sarebbe un ideale traguardo per liberare i pazienti con insufficienza renale cronica dal peso della dialisi e per “staccare la spina”, ma in senso positivo.
Per leggere l’editoriale di Nature nella sua versione integrale è possibile cliccare su questo link.

 

  1. Bollettino dell’Organizzazione Mondiale della Sanità 2018; 96:414-422D. doi: http://dx.doi.org/10.2471/BLT.17.206441
  2. Dabrowska-Bender M. The impact on quality of life of dialysis patients with renal insufficiency. Patient Prefer Adherence. 2018; 12: 577–583.