Un nuovo studio avverte sul corretto utilizzo degli assorbenti interni

Uno studio pubblicato negli scorsi giorni da un gruppo di ricercatori francesi potrebbe cambiare le indicazioni di utilizzo che ormai da decenni caratterizzano le abitudini di milioni di donne che fanno uso di assorbenti interni.

La storia dei tamponi a uso femminile sembra risalire addirittura al tempo degli Antichi Egizi, quando il materiale per realizzarli veniva fornito dalle foglie di papiro ammorbidito. Se ne parla infatti nel celebre Papiro ginecologico di Kahun, il più antico testo medico conosciuto, datato intorno al 1800 a.C.

Questa informazione può sembrare incredibile a donne (e uomini) nati nel XX secolo, che ancora ricordano con preoccupazione l’epidemia di decessi causati negli USA dalla Sindrome da Shock Tossico (SST) tra il 1975 e il 1980, a causa dell’introduzione nel mercato di un prodotto della Procter & Gamble chiamato “tampone superassorbente”. Questo dispositivo intravaginale veniva commercializzato con una strategia di marketing basata proprio sulla sua straordinaria capacità assorbente, affermando che le donne potevano inserirlo e dimenticarlo per molte ore senza alcun disagio. “It even absorbs the worry!”, assorbe anche la preoccupazione, sostenevano le pubblicità.

Quello di cui non si era a conoscenza all’epoca era che, oltre a fornire alle donne un rimedio per le perdite mestruali, il tampone – qualsiasi tampone – fornisce anche un terreno di coltura ideale per i batteri. Quello da cui guardarsi in particolare in questa situazione è lo stafilococco aureo, che spesso dimora già nel nostro organismo ma che non trova tessuti in cui proliferare così tanto da rilasciare un numero di tossine capaci di provocare uno shock tossico. I tamponi superassorbenti della linea Rely, invece – prodotti con un mix di cellulosa e poliestere pressato, e più grandi degli altri assorbenti interni, come oggi composti principalmente di cotone –, non solo venivano commercializzati senza indicare chiaramente le tempistiche di utilizzo, ma proprio a causa delle loro proprietà ultra-assorbenti e della loro conformazione (qui i dettagli, qui un articolo pubblicato a firma di Sharra L. Vostral sullo Yale Journal of Biology and Medicine, che ricostruisce l’intera vicenda) rischiavano di provocare lesioni alle pareti vaginali rendendo ancora più facile l’ingresso dei batteri nell’organismo.

Nel 1980 il Centers for Disease Control statunitense pubblicò un report in cui venivano spiegati i meccanismi che innescavano la sindrome da shock tossico, specificando che i tamponi superassorbenti sembravano associati a un notevole incremento di casi rispetto ai tamponi con potere assorbente nella media*, per i quali però viene indicato un tempo di utilizzo massimo molto minore (fino a otto ore). La Procter & Gamble ritirò il suo prodotto, del quale però nel frattempo, come ricostruisce Vostral, erano stati distribuiti qualcosa come 45 milioni di pezzi solo in campioni gratuiti inviati per posta alle donne americane.

Da allora il limite di utilizzo massimo per gli assorbenti interni è stato fissato a otto ore, un lasso di tempo che non dovrebbe lasciare modo alle colonie di batteri patogeni di produrre una quantità di tossine tale da innescare la reazione di shock tossico. Questo ha sicuramente diminuito l’incidenza dei casi di SST provocati da assorbenti interni: oggi si stima che se ne verifichi uno ogni 100.000 donne nel periodo mestruale, mentre solo nei pochi mesi tra l’ottobre 1979 e il maggio 1980 ne furono riportati negli USA 55 casi, di cui 7 letali.

In realtà, una ricerca pubblicata pochi giorni fa sulla versione online della rivista dedicata alla Medicina clinica del Lancet sembrerebbe individuare in sei ore il limite massimo di utilizzo di un assorbente interno, oltre le quali il rischio di una sindrome da shock tossico si innalzerebbe così tanto da portare gli autori a suggerire alle aziende produttrici di cambiare le indicazioni di utilizzo nei foglietti illustrativi quanto prima. La ricerca ha evidenziato anche che, se da un lato dovrebbero essere introdotte ulteriori restrizioni all’utilizzo dei tamponi, una parte della responsabilità per i casi di SST deriva principalmente da un uso non corretto dei tamponi stessi: si evidenziano infatti come possibili fattori scatenanti sia comportamenti che seguono le direttive indicate sulle confezioni (come utilizzare l’assorbente interno durante il sonno o, per l’appunto, utilizzarlo per più di sei ore consecutive) che abitudini rischiose del singolo utente, come l’utilizzo senza leggere il foglietto illustrativo, o senza attenersi scrupolosamente alle indicazioni.


* In realtà, i tamponi della P&G erano sfuggiti a un giro di vite nella regolamentazione dei prodotti già nel 1976, quando il Congresso aveva cambiato la loro classificazione da “prodotti cosmetici” a “dispositivi medici”. Avendo già effettuato alcuni test nel 1974, infatti, non si ritenne necessario sottoporli a nuove indagini all’introduzione della normativa che rendeva obbligatoria per l’approvazione alla messa in commercio da parte dell’FDA quella che Vostral descrive come “un’intera batteria di nuovi test”. Ironicamente però, come riporta The Atlantic, in seguito agli obblighi introdotti successivamente, oggi troviamo una lista completa degli ingredienti su qualsiasi prodotto cosmetico, mentre i dispositivi medici possono essere messi in commercio senza che ne vengano indicati i componenti.