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Guardare le fotografie di Robert Doisneau, il grande artista dello scatto nato 100 anni fa a Gentilly, e percepire un fremito nella Parigi degli anni 50 è immediato.
Le immagini sanno di una austera povertà, dello scorrere di una vita ordinaria, quasi stupita di esistere dopo la tragedia della guerra.
Dal popolo francese e dai bambini che a frotte sciamano dalle immagini con i loro sorrisi e i loro giochi traspare un messaggio:
“Forse si può sopravvivere alla barbarie, forse si può costruire un mondo più leggero e più solidale, forse si può scordare l’odio e la fame Si può di nuovo sperare nel futuro.”
Quel popolo semplice e ingenuamente felice che si scambiava baci d’amore in pubblico davanti a occhi comprensivi e bonari ) si incamminava verso un futuro possibile: migliore del passato.
Parigi è ancora lì con i suoi Palais, con la sua Tour, con i suoi Boulevard, ma l’Europa intorno è cambiata e la gente è di nuovo spaventata.
Ha scordato con i decenni di benessere economico quella voglia ritrovata di abbracciare, di costruire, di vivere. Si è chiusa in se stessa, ha escluso via, via l’altro, ha costruito muri e dimenticato la forza delle idee.
Non più “les Boches” con i loro bombardieri, non più un fascismo continentale arrogante, contrapposto ad un ottuso comunismo, non più l’orrore delle città in fiamme, ma l’assenza di ideali, l’instabilità economica e sociale, la sopraffazione del più forte sul più debole: la produzione, il profitto, il mito della ricchezza e del possesso.
Oggi, però, la crisi economica occidentale ha messo in ginocchio questa impostazione sociale, mostrando i limiti di un cammino intrapreso trecento anni fa con la prima rivoluzione industriale, che aveva già in embrione, come unico obiettivo, la produzione infinita di beni e il loro continuo consumo senza scopo, in una ingannevole ricerca della felicità.
Da tempo, poi, la Finanza ha portato questa economia sul piano virtuale e ha creato ricchezze e povertà che poco hanno a che fare con il lavoro e con la produzione reale, ma solo con la speculazione internazionale, che influenza stati, governi, popoli.
Il mito del novecento basato sull’assunto assoluto e indiscutibile “più consumo, più benessere” si è sgretolato.
Il progresso come industrializzazione ad ogni costo sta solo ritardando il proprio collasso, cercando nuovi mercati e nuove forze lavoro a bassissimo costo.
Quando saranno esaurite in una manciata di anni anche queste ultime opportunità, che si consumeranno rapidamente, senza riuscire a produrre sostanziali miglioramenti nelle nazioni più povere, rimarrà un orizzonte incerto e oscuro.
Mentre continua questa sfrenata corsa, che sembra, se pur con meno allegria, quella della “Belle Epoque”, che finì nel primo grande conflitto mondiale, ben poche energie vengono spese dai governi di tutto il mondo per progettare una riconversione dell’economia, che valuti strade alternative e che provi ad immaginare un futuro di deindustrializzazione controllata e meno traumatica possibile per le popolazioni.
L’abbandono dei meccanismi della Finanza può essere un primo passo.
“Non entrare in Borsa” dovrebbe essere l’imperativo delle nuove imprese e dei nuovi imprenditori. Sostituire all’economia di carta e virtuale, quella concreta, reale basata sul lavoro.
Il percorso è arduo, perché è sempre più semplice ripetere le idee e i gesti dei padri che costruire un cambiamento culturale sostanziale.
Occorre disegnare un quadro globale che tenga conto delle necessità degli uomini e dell’ambiente che li circonda, nella consapevolezza che siamo in un sistema “finito”, che non può essere “consumato” senza compensazioni, pena la sua distruzione.
Il cambiamento è difficile e contrastato per gli enormi interessi economici che sono in gioco e le cui leve sono in mano a poteri difficilmente individuabili.
L’umanità, però, ha affrontato tragedie e cataclismi ben più gravi che la crescita dello spread e il crollo delle borse e ha continuato a camminare sulla sua strada, la cui meta è ignota.
Gli errori del passato, sempre meglio individuabili a posteriori, non sono che il risultato di scelte che al momento sembravano le più funzionali.
Oggi però è evidente che siamo in procinto di collassare.
L’economia occidentale non regge più, i Paesi emergenti crescono sul nostro stanco modello, generando smisurati disequilibri sociali, che stanno deflagrando violentemente.
La conduzione politica, grazie anche ad una circolazione capillare delle notizie, mostra i suoi limiti e le sue nefandezze ovunque sia usata per mantenere e generare privilegi e particolarismi.
La negazione di ogni ideale, bollato come ideologia dalla cultura internazionale imperante, ha impoverito slancio e capacità creativa dei singoli individui, da cui sempre partono le spinte di rinnovamento che poi influenzano i popoli.
Tra i deboli che patiscono di più per questo momento sociale complesso e negativo sono i bambini, giovani di domani senza futuro per le scelte miopi e egoiste degli adulti e dei vecchi.
Sarebbe un grave delitto spegnere negli occhi dei piccoli il sorriso immutabile della speranza.
Forse è questo l’unico grande ideale che sta al di sopra di ogni ideologia e per cui vale la pena di spendere energie e risorse: lavorare per creare le condizioni globali che permettano ai nostri bambini di crescere preservando e coltivando sensibilità, entusiasmo, coraggio e creatività per il futuro, in un cammino meno caotico e ingiusto.
Se così sarà, un nuovo Robert Doisneau potrà ritrarre in città, magari meno sfavillanti, bambini che scherzano su inutili carcasse di auto e vecchi che giocano con loro, con occhi di nuovo sorridenti.
Il link che conclude questo omaggio a Robert Doisneau mostra una splendida Pubblicità Progresso del Messico, che indica come i bambini possono aiutarci in un mondo ottuso e brutale e ve lo mostriamo perché potrebbe essere stato girato in qualunque stato del nostro povero e malato pianeta.
Mario Nejrotti
















