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FINTA SCIENZA E VERA FRODE: PER IGNORANZA O INTERESSE

cronaca evidenza

   

La ricerca scientifica si guarda allo specchio e si scopre non tanto bella. Per meglio dire, non trova così belli i suoi prodotti (articoli, libri, parole, numeri, tantissimi numeri). Non è in crisi infatti il metodo scientifico (che continua a rimanere da 400 anni un modo efficace ed efficiente per conoscere la realtà e che cultori e filosofi scettici ritengono l’unico modo) ma lo sono i “tempi e modi della produzione” che la Civiltà Industriale e il Liberismo hanno introdotto nella ricerca. Una situazione in cui il più forte (che dovrebbe essere anche il più capace) domina e progetta il futuro. È il Darwinismo coniugato con l’Economia… e il metodo scientifico.

In questa situazione il risultato diventa totem, Vitello d’Oro al quale sacrificare tutto: il metodo scientifico, l’onestà, l’onorabilità… L’importante è arrivare prima, occupando pagine di giornale e spazio sugli altri media per ottenere altri fondi, altro lavoro e altra fama da spendere nello stesso identico modo, in una dimensione di circolarità potenzialmente infinita. E così, sempre più spesso, il probabile diventa certo, il verosimile vero e il falso verosimile…

Da mesi però su questo modo agire è in corso una riflessione aperta e crudele che in alcuni momenti diventa incredibilmente più aperta e crudele. Da Ferragosto al 3 ottobre, ad esempio, questi sono gli argomenti principali che hanno tenuto banco.

Si inizia con un articolo di Nature che riguarda la Danimarca dove si è appurato che l’ultima scoperta nell’ambito delle neuroscienze potrebbe essere la truffa (vedi);  si prosegue, sempre con la stessa rivista, che individua nella cattiva gestione della ricerca (per ignoranza o per dolo) la causa principale delle numerose rettifiche pubblicate sulla letteratura delle scienze della vita (vedi); La Repubblica ha ripreso, lo stesso giorno e in prima pagina, la notizia sorvolando sull’ignoranza del metodo scientifico, che “stranamente”affliggerebbe una parte considerevole dei ricercatori, e ha schiacciato a tavoletta sulla disonestà che circola negli ambienti scientifici (vedi).

Nicola Ferraro

LA SCIENCE FAUSSE ET LA FRAUDE VRAIE : POUR IGNORANCE OU POUR INTERET

La recherche scientifique se regarde dans le miroir et elle ne s’avère pas si belle. Ou plutôt, ce sont ses produits à n’être pas si beaux (articles, livres, mots, chiffres, beaucoup de chiffres). Ce n’est pas en crise, en fait, la méthode scientifique (qui reste il y a 400 ans une manière efficace et efficiente pour connaitre la réalité et que les savants et les philosophes sceptiques croient être le seul moyen), mais la crise touche « les temps et les modes de production » que la civilisation industrielle et le libéralisme ont mis en place dans la recherche. Une situation où les plus forts (qui devrait également être le plus capable) domine et planifie l’avenir. Le darwinisme est conjugué à l’économie… et à la méthode scientifique.

Dans cette situation, le résultat devient un totem, un veau d’or, auquel on sacrifie tout : la méthode scientifique, l’honnêteté, l’intégrité… La chose importante est d’arriver le premier, prendre de place sur les pages des journaux et d’autres médias pour obtenir d’autres fonds, d’autres travaux et d’autres réputée à  être employés de la même manière, dans un circuit potentiellement infini. Et ainsi, de plus, le probable devient certain, le probable devient vrai et le mensonge devient probable…

Pendant des mois, cependant, sur cette façon d’agir est en cours un débat ouvert et cruel qui devient parfois encore incroyablement plus ouvert et cruel. D’Août à Octobre 3, par exemple, ce sont les principales questions qui ont tenu la banque.

On commence par un article dans la revue « Nature » sur le Danemark, où on a constaté que la dernière découverte en neuroscience peut-être l’arnaque (voir), on continue avec le même magazine qui a identifié la mauvaise gestion de la recherche (pour ignorance ou malveillance), comme la cause principale de nombreux ajustements publiés dans la littérature des sciences de la vie (voir) ; « la Repubblica » a pris le même jour et sur la première page, la nouvelles en glissant sur l’ignorance de la méthode scientifique, que « étrangement » afflige une grande partie des chercheurs, et a insisté sur la malhonnêteté dans les milieux scientifiques (voir).

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Health Impact Fund

politica sanitaria evidenza

   

Se chiedessimo a chiunque quale sia lo scopo dell’innovazione in ambito farmaceutico, otterremmo quasi certamente un’unica risposta: il miglioramento della salute. Non riceveremmo invece, probabilmente, questa stessa risposta domandando quale sia l’obiettivo primario dell’attività delle imprese farmaceutiche. Che esso consista nel profitto sarebbe forse, in questo caso, l’opinione più largamente condivisa.

È possibile allineare gli interessi delle aziende farmaceutiche con quelli della popolazione mondiale? Come far coincidere il perseguimento del profitto con quello del miglioramento della salute globale?

Un’originale soluzione a questi interrogativi viene da Thomas Pogge, docente di Filosofia ed Affari Internazionali a Yale e Aidan Hollis, professore di Economia all’Università di Calgary.

Health Impact Fund è il nome che i due studiosi ed il loro team, che vanta la presenza di intellettuali e docenti di diverse Università internazionali (tra tutti, si ricorda il premio Nobel Amartya Sen), hanno dato al loro progetto, che sta gradualmente trovando spazio nelle Istituzioni internazionali (come la Banca Mondiale e l’OCSE) e nel dibattito politico di alcune nazioni occidentali (prima fra tutte la Germania).

Tenuto conto del naturale orientamento al profitto delle aziende farmaceutiche, e al contempo consci degli alti costi dell’innovazione, è necessario trovare uno strumento che allinei il perseguimento del profitto al conseguimento di migliori condizioni di salute per la popolazione mondiale.

Questo strumento è l’Health Impact Fund (HIF) , un fondo (dell’ammontare iniziale di 6 miliardi di dollari) che, nei progetti dei suoi ideatori, dovrebbe essere finanziato dai governi e raccogliere le adesioni delle case farmaceutiche senza intaccarne i diritti di brevetto.

Il meccanismo è semplice. Registrando un farmaco con l’HIF, ogni impresa accetterebbe di rinunciare al prezzo di monopolio, vendendolo in tutto il mondo al costo di produzione. Il differenziale fra prezzo monopolistico e costo sarebbe poi corrisposto alle aziende aderenti attraverso la ripartizione del Fondo – ed è questo l’elemento più originale del progetto di Pogge – proporzionalmente all’Impatto di Salute (in inglese Health Impact, appunto) di ciascun farmaco sulla popolazione mondiale.

In tal modo l’orientamento al profitto condurrebbe contemporaneamente allo sviluppo ed alla diffusione di farmaci necessari alle fasce più povere della popolazione mondiale (le cui patologie sono spesso classificate come neglected diseases, ovvero trascurate completamente dalla Ricerca), ed all’implementazione di sistemi tali da garantire il corretto uso dei farmaci stessi, al fine di massimizzarne il beneficio per i pazienti.

Per i Paesi in via di sviluppo uno strumento come l’HIF potrebbe dunque essere un potenziale motore di crescita economica e miglioramento della qualità di vita: il gran numero di abitanti e la presenza diffusa di alcune patologie permetterebbero alle aziende di ottenere con un solo farmaco un enorme Impatto di Salute e dunque una maggiore quota del Fondo. Anche i Paesi “sviluppati”, tuttavia, avrebbero interesse ad aderire al Fondo: i prezzi dei farmaci registrati sarebbero più bassi anche per i cittadini e per i Sistemi Sanitari di queste nazioni, che potrebbero in tal modo conseguire un risparmio nei costi della farmaceutica.

Ovviamente questo strumento presenta anche molti punti critici il più problematico dei quali  è quello della valutazione dell’effettivo Impatto di Salute di ogni farmaco. Per una disamina approfondita  dei pro e contro di questa rivoluzionaria proposta :

http://saluteinternazionale.info/2012/04/health-impact-fund-come-conciliare-innovazione-ed-equita/

Health Impact Fund

Si on demande à n’importe qui quel est le but de l’innovation dans le domaine pharmaceutique, on serait presque certain d’obtenir une seule réponse : l’amélioration de la santé. On ne recevrait d’autre part, la même réponse si on demande quel est le principal objectif des sociétés pharmaceutiques. Le but lucratif serait peut-être, dans ce cas, la réponse la plus largement partagée.

Est-il possible d’aligner les intérêts des compagnies pharmaceutiques avec ceux de la population du monde ? Comment on peut faire correspondre la recherche du profit à celle de l’amélioration de la santé en général ?

Une solution originale à ces questions est fournie par Thomas Pogge, Professeur de philosophie et des affaires internationales à l’Université Yale et par Aidan Hollis, professeur d’économie à l’Université de Calgary.

Health Impact Fund est le nom que les deux savants et leur équipe, qui bénéficie de la présence d’intellectuels et de professeurs universitaires internationales (parmi eux, on rappelle le prix Nobel Amartya Sen), ont donné à leur projet, qui est en train de trouver progressivement d’espace dans les institutions internationales (comme la Banque mondiale et l’OCDE) et dans le débat politique de quelques pays occidentaux (notamment l’Allemagne).

En tenant compte de l’orientation naturelle au profit des sociétés pharmaceutiques, et tout en étant conscient des coûts élevés de l’innovation, on a besoin de trouver un outil qui aligne la recherche du profit avec celle d’une meilleure santé pour la population mondiale.

Cet outil est le Impact sur ​​la santé Fonds (HIF), un fonds (le montant initial est de 6 milliards de dollars) qui, dans des projets de ses créateurs, devrait être financé par les gouvernements et recueillir les adhésions des compagnies pharmaceutiques, sans affecter les droits des brevets.

Le mécanisme est simple. En inscrivant un médicament avec le HIF, chaque entreprise serait d’accord pour abandonner le prix de monopole, et pour le vendre partout dans le monde au coût de production. La différence entre le prix et prix de monopole seraient alors versés aux sociétés membres par la distribution du Fonds – et c’est l’élément le plus original du projet de Pogge – proportionnellement à l’impact de la Santé (en anglais, Health Impact en fait) de chaque médicament sur la population mondiale.

Ainsi le but lucratif pourrait simultanément conduire à l’élaboration et à la diffusion de médicaments nécessaires pour les plus pauvres de la population mondiale (dont les maladies sont souvent classés comme neglected diseases, c’est-à-dire totalement ignorées par la recherche), et la mise en œuvre de systèmes pour assurer l’utilisation correcte des médicaments eux-mêmes, afin de maximiser les avantages pour les patients.

Pour les pays en développement, un outil comme le HIF pourrait donc être un moteur potentiel de croissance économique et d’amélioration de la qualité de vie : le grand nombre d’habitants et la présence généralisée de certaines maladies permettrait aux entreprises de réaliser avec un seul médicament un grand impact sur la santé et donc une plus grande part du Fonds. Même les pays soi-disant développés, cependant, auraient un intérêt à adhérer au Fonds : les prix des médicaments enregistrés seraient inférieurs aussi pour les citoyens et les systèmes sanitaires de ces pays, qui pourraient ainsi réaliser des économies en domaine pharmaceutique.

Évidemment cet outil a de nombreux points critiques, dont le plus problématique est celui de l’évaluation de l’impact réel sur la Santé de chaque médicament. Pour une discussion approfondie sur les avantages et les inconvénients de cette proposition révolutionnaire : http://saluteinternazionale.info/2012/04/health-impact-fund-come-conciliare-innovazione-ed-equita/

HEALTH IMPACT FUND

If we ask to somebody what is the aim of innovation in pharmaceutical field, then  we will have only one answer: the improvement of health. Probably the answer would be very different if the question had concerned what the main goal of pharmaceutical companies is. The most shared opinion would be: profit.

It is possible to align companies interests with those of the world population? How is it possible to pursue profit together with the improvement of global health?

Thomas Pogge, professor  of Philosophy and International Affairs at Yale University  and Aidan Hollis, professor of Economics at the University of Calgary give an original answer to these questions.

Health Impact Fund is the name they have given to their project together with their team composed by many intellectuals and professors at International Universities (Nobel prize Amartya Sen is among them). Many international Institutions such as World Bank and OECD are interested in the project and a political debate in some western Countries (Germany above all) is taking place.

Considering that pharmaceutical companies are profit oriented and at the same time being aware of the high costs on innovation, it is necessary to find the way to align profit pursuit to the achievement of better health conditions for the world population.

This way is represented by the Health Impacy Fund (HIF), a fund with 6 billion dollars of initial amount, which, according to its authors, should be funded by governments with the support of  pharmaceutical companies without digging into their patent rights.

Its mechanism is simple. While registering a drug with the HIF, every company will accept to renounce to the monopoly price and to sell that drug at its production cost.

The spread between monopoly price and cost would be given to the supporting companies through the distribution of the Fund proportionally to the Health Impact of every single drug on the world population. This is the most original part of Pogge’s proposal.

In this way profit orientation would lead at the same time to the development and diffusion of drugs necessary to the world underprivileged ( whom diseases are often classified as neglected diseases because they are usually neglected by research) and to the implementation of systems that can guarantee the correct use of drugs in order to maximize patients benefits.

HIF could be a potential driving force of economic growth and improvement of the quality of life for developing countries. The big number of citizens and the widespread presence of some pathologies would allow companies to obtain with only one drug a big Health Impact and consequently a bigger share in the Fund.

Also developed Countries would have an interest in joining the Fund: the price of registered drugs would be lower also for citizens and for the health care systems of these Countries thus obtaining a saving in pharmaceutical expenditure.

Obviously this tool has also many critical points and the evaluation of the real Health Impact on each drug is the most troublesome.

Follow this link for a close examination of advantages and disadvantages of this proposal:

http://saluteinternazionale.info/2012/04/health-impact-fund-come-conciliare-innovazione-ed-equita/

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Robert Doisneau e la speranza

cultura evidenza

Guardare le fotografie di Robert Doisneau, il grande artista dello scatto nato 100 anni fa a Gentilly, e percepire un fremito nella Parigi degli anni 50 è immediato.

Le immagini sanno di una austera povertà, dello scorrere di una vita ordinaria, quasi stupita di esistere dopo la tragedia della guerra.

Dal popolo francese e dai bambini che a frotte sciamano dalle immagini con i loro sorrisi e i loro giochi traspare un messaggio:

“Forse si può sopravvivere alla barbarie, forse si può costruire un mondo più leggero e più solidale, forse si può scordare l’odio e la fame Si può di nuovo sperare nel futuro.”

Quel popolo semplice e ingenuamente felice che si scambiava baci d’amore in pubblico davanti a occhi comprensivi e bonari )  si incamminava verso un futuro possibile: migliore del passato.

Parigi è ancora lì con i suoi Palais, con la sua Tour, con i suoi Boulevard, ma l’Europa intorno è cambiata e la gente è di nuovo spaventata.

Ha scordato con i decenni di benessere economico quella voglia ritrovata di abbracciare, di costruire, di vivere. Si è chiusa in se stessa, ha escluso via, via l’altro, ha costruito muri e dimenticato la forza delle idee.

Non più “les Boches” con i loro bombardieri, non più un fascismo continentale arrogante, contrapposto ad un ottuso comunismo, non più l’orrore delle città in fiamme, ma l’assenza di ideali, l’instabilità economica e sociale, la sopraffazione del più forte sul più debole: la produzione, il profitto, il mito della ricchezza e del possesso.

Oggi, però, la crisi economica occidentale ha messo in ginocchio questa impostazione sociale, mostrando i limiti di un cammino intrapreso trecento anni fa con la prima rivoluzione industriale, che aveva già in embrione, come unico obiettivo, la produzione infinita di beni e il loro continuo consumo senza scopo, in una ingannevole ricerca della felicità.

Da tempo, poi, la Finanza ha portato questa economia sul piano virtuale e ha creato ricchezze e povertà che poco hanno a che fare con il lavoro e con la produzione reale, ma solo con la speculazione internazionale, che influenza stati, governi, popoli.

Il mito del novecento basato sull’assunto assoluto e indiscutibile “più consumo, più benessere” si è sgretolato.

Il progresso come industrializzazione ad ogni costo sta solo ritardando il proprio collasso, cercando nuovi mercati e nuove forze lavoro a bassissimo costo.

Quando saranno esaurite in una manciata di anni anche queste ultime opportunità, che si consumeranno rapidamente, senza riuscire a produrre sostanziali miglioramenti nelle nazioni più povere, rimarrà un orizzonte incerto e oscuro.

Mentre continua questa sfrenata corsa, che sembra, se pur con meno allegria, quella della “Belle Epoque”, che finì nel primo grande conflitto mondiale, ben poche energie vengono spese dai governi di tutto il mondo per progettare una riconversione dell’economia, che valuti strade alternative e che provi ad immaginare un futuro di deindustrializzazione controllata e meno traumatica possibile per le popolazioni.

L’abbandono dei meccanismi della Finanza può essere un primo passo.

“Non entrare in Borsa” dovrebbe essere l’imperativo delle nuove imprese e dei nuovi imprenditori. Sostituire all’economia di carta e virtuale, quella concreta, reale basata sul lavoro.

Il percorso è arduo, perché è sempre più semplice ripetere le idee e i gesti dei padri che costruire un cambiamento culturale sostanziale.

Occorre disegnare un quadro globale che tenga conto delle necessità degli uomini e dell’ambiente che li circonda, nella consapevolezza che siamo in un sistema “finito”, che non può essere “consumato”  senza compensazioni, pena la sua distruzione.

Il cambiamento è difficile e contrastato per gli enormi interessi economici che sono in gioco e le cui leve sono in mano a poteri difficilmente individuabili.

L’umanità, però,  ha affrontato tragedie e cataclismi ben più gravi che la crescita dello spread e il crollo delle borse e ha continuato a camminare sulla sua strada, la cui meta è ignota.

Gli errori del passato, sempre meglio individuabili a posteriori, non sono che il risultato di scelte che al momento sembravano le più funzionali.

Oggi però è evidente che siamo in procinto di collassare.

L’economia occidentale non regge più, i Paesi emergenti crescono sul nostro stanco modello, generando smisurati disequilibri sociali, che stanno deflagrando violentemente.

La conduzione politica, grazie anche ad una circolazione capillare delle notizie, mostra i suoi limiti e le sue nefandezze ovunque sia usata per mantenere e generare privilegi e particolarismi.

La negazione di ogni ideale, bollato come ideologia dalla cultura internazionale imperante, ha impoverito slancio e capacità creativa dei singoli individui, da cui sempre partono le spinte di rinnovamento che poi influenzano i popoli.

Tra i deboli che patiscono di più per questo momento sociale complesso e negativo sono i bambini, giovani di domani senza futuro per le scelte miopi e egoiste degli adulti e dei vecchi.

Sarebbe un grave delitto spegnere negli occhi dei piccoli il sorriso immutabile della speranza.

Forse è questo l’unico grande ideale che sta al di sopra di ogni ideologia e per cui vale la pena di spendere energie e risorse: lavorare per creare le condizioni globali che permettano ai nostri bambini di crescere preservando e coltivando sensibilità, entusiasmo, coraggio e creatività per il futuro, in un cammino meno caotico e ingiusto.

Se così sarà, un nuovo Robert Doisneau potrà ritrarre in città, magari meno sfavillanti, bambini che scherzano su inutili carcasse di auto e vecchi che giocano con loro, con occhi di nuovo sorridenti.

Il link che conclude questo omaggio a Robert Doisneau mostra una splendida Pubblicità Progresso del Messico, che indica come i bambini possono aiutarci in un mondo ottuso e brutale e ve lo mostriamo perché potrebbe essere stato girato in qualunque stato del nostro povero e malato pianeta.

Clicca qui 

Mario Nejrotti

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SULL’AMBIGUITÀ DEL DONO

dedalo evidenza

  

Un articolo di Carlo Formenti sul Corriere della Sera La Lettura del 4 dicembre 2011 fa un excursus sul significato del dono in tempi moderni, cioè nei tempi in cui la libera condivisione di informazioni, notizie, fatti privati e servizi attraverso la Rete mette in crisi il concetto stesso di dono; parola che nel dibattito filosofico, antropologico e psicologico ha oscillato tra il significato di ‘gratuità’, quello di ‘reciprocità’ fino al subdolo concetto di ‘debito’ con il donatore.

Secondo infatti una certa interpretazione quell’obbligo alla reciprocità ci induce ogni volta a divinare da chi potremmo ricevere regali, per non trovarci nella penosa condizione del debitore (magari per avere ricevuto qualcosa di cui avremmo volentieri fatto a meno). Sull’ambiguità del dono, sul fondo di aggressività che l’atto del donare inevitabilmente nasconde, antropologi, filosofi, psicologi e

sociologi hanno versato fiumi d’inchiostro (vedi, fra l’altro, la recente uscita della raccolta di saggi ”Oltre la società degli individui. Teoria ed etica del dono”, editore Bollati Boringhieri, curata da Francesca Brezzi e Maria Teresa Russo) convergendo su un concetto largamente condiviso e cioè che il donatore acquisisce sempre potere nei confronti del donatario: nella migliore delle ipotesi il potere di costringerlo alla reciprocità, nella peggiore, che si realizza quando il donatario non è in grado di ricambiare, quello di metterlo in uno stato permanente di soggezione.
In tempi di crisi economica, di manovre a forma di falci, di paure collettive e trasversali per le sorti dei bilanci familiari e dei giovani appena affacciati sul mondo del lavoro, questa fine e sottile disquisizione filosofica forse ha il sapore dell’ironia tragica; di certo è così se pensiamo agli spazi vuoti che troveremo sotto gli abeti natalizi, ammesso che quelli ci siano ancora nei nuovi rituali di festa a cui dovremo adeguarci. O forse, con molta probabilità, rimarranno solo le lucine intermittenti a ricordarci che il Natale è, e deve essere, per tutti. E allora viene da pensare che nel dono mancato potrà esserci invece tutta la disperazione di un bambino deluso o di una giovane coppia che, come si dice in tono colloquiale, si regalerà solamente una calda e “buona compagnia”. Buon Natale.

Leggi l’articolo

DE L’AMBIGUÏTÉ DU CADEAU

Un article de Carlo Formenti sur le « Corriere della Sera. La Lettura » du 4 décembre 2011 fait un excursus sur le sens du cadeau en temps modernes, c’est-à-dire quand le copartage libre de renseignements, nouvelles, faits privés et services à travers le Réseau il met en crise l’idée même de cadeau ; mot que dans le débat philosophique, anthropologique et psychologique a oscillé entre le sens de ‘gratuité’, celui de ‘réciprocité’ jusqu’à la l’idée sournoise de ‘dette’ avec le donateur.

Selon une certaine interprétation, en effet, cette obligation à la réciprocité nous force chaque fois à deviner de qui pourrions-nous recevoir des cadeaux, pour ne nous pas trouver dans la pénible condition du débiteur (peut-être pour avoir reçu quelques choses à la quelle nous aurions volontiers renoncé). Sur l’ambiguïté du cadeau, sur le fond d’agressivité que l’acte du donner cache, inévitablement, anthropologistes, philosophes, psychologues et sociologues ont beaucoup écrit, voir, entre autre, la sortie récente de la récolte d’essais « Oltre la società degli individui. Teoria ed etica del dono », par Bollati Boringhieri, Francesca Brezzi et Maria Teresa Russo, en dirigeant sur une idée largement partagée et c’est-à-dire que le donateur acquiert toujours pouvoir face au donataire : dans la le meilleur des hypothèses le pouvoir de le contraindre à la réciprocité, dans la pire, qui arrive quand le donataire n’est pas apte à rendre, celui de lui mettre dans un état permanent de sujétion.

En temps de crise économique, de manœuvres à la forme de faux, de peurs collectives et transversales pour les sorts des budgets familiaux et des jeunes à peine arrivés dans le monde du travail, cette fine dissertation philosophique a le goût de l’ironie tragique peut-être ; pour certain c’est comme ça si nous pensons aux places vides que nous trouverons sous les arbres de Noël, en admettant que ceux-là aient encore place dans les nouveaux rituels de fête auxquels nous devrons nous ajuster. Ou peut-être, avec beaucoup de probabilité, les petites lampes intermittentes resteront seules à nous rappeler que le Noël est là, et il doit y être pour tous. Et alors on peut penser que dans le cadeau manqué il pourra être par contre tout le désespoir d’un enfant déçu ou d’un couple jeune qui, comme on dit en ton familier, s’offrira seulement une chaude « bonne compagnie ». Bon Noël.

Lire l’article

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INCIDENTI DOMESTICI: TROPPO SOTTOVALUTATI

ricerca evidenza

   

Il rapporto nazionale Passi 2010 sulla sicurezza domestica non si discosta molto dagli anni precedenti; la consapevolezza sulle potenzialità di rischio domestico non è aumentata (solo il 4% delle persone intervistate ne ha nozione) ed anche tra le categorie più attente (tra cui giovani e donne) la percentuale di persone consapevoli si aggira intorno al 10%.

Lo studio ha inoltre rilevato un numero considerevole di incidenti avvenuti in casa che hanno richiesto l’intervento del medico di famiglia, l’accesso al pronto soccorso, quando non l’ospedalizzazione; tuttavia la percezione del rischio continua ad essere troppo bassa, non solo tra le fasce di popolazione con uno scarso livello di istruzione, ma in modo trasversale per età, cultura e benessere economico.

ACCIDENTS DOMESTIQUES : trop sous-estiméS

Le Rapport national 2010 « Passi » sur la sécurité domestique n’est pas très différent de celui des années précédentes ; la conscience du risque domestique potentiel n’est pas augmenté (seulement 4% des répondants en avaient la idée) et aussi parmi les catégories les plus attentives (y compris les jeunes et les femmes) le pourcentage de gens conscients est dans l’ordre de 10%.

L’étude a également censé un nombre considérable d’accidents dans la maison qui ont nécessité l’intervention du médecin de famille, l’accès à la salle d’urgence, et même l’hôpital ; mais la perception du risque est encore trop faible, non seulement parmi les populations ayant un faible niveau d’éducation, mais d’une façon transversale pour l’âge, culture et bien-être économique.

ACCIDENTS IN THE HOME: TOO UNDERESTIMATED

The National Report “Passi” (click here: rapporto nazionale Passi 2010) about safety at home does not differ from the previous ones (click here: dagli anni precedenti). The awareness about home potential risks did not increase (only 4% of the interviewees is aware of them) and even among the most careful categories (especially women and young people) it is about 10%.

The research has shown a big number of home accidents that required help from the family doctor, the access to the first-aid department and sometimes hospitalization. Nevertheless, the perception of the risk is still too low not only among the uneducated people but crosses all the classes of age, culture and affluence.

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