
Michele Serra sulle pagine culturali di Repubblica del 2 novembre presenta il libro della giornalista e già direttore dell’Unità Concita De Gregorio: ‘Così è la vita’ è il titolo di questa raccolta di ricordi, riflessioni e necrologi su cui il lettore, anche quello meno attento alla storia civile e culturale che lo circonda, è costretto a fare il bilancio. Michele Serra visualizza questo sforzo della memoria come un cassetto da cui far emergere dolori e rimpianti, quando non imprecazioni al destino che ha sottratto, ci ha sottratto, un simulacro di affettività. Cioè il simbolo delle nostre abitudini, sentimentali, sedimentate ma ormai registrate in quella memoria involontaria che sembra sfuggire al nostro controllo e alla nostra razionalità. Nell’articolo si cita Elvira Sellerio, donna Sellerio, forse sarebbe meglio chiamarla, per il suo carisma intellettuale e la sua sottile persuasione sentimentale che ancora oggi impedisce ai figli di buttare le sue saponette da bagno…
Un articolo, quello di Serra, che merita di essere letto e riletto perché sa descrivere con la punta dell’entusiasmo, sempre temperato dalla chiarezza, il tema delicatissimo e abusato presentato nel libro della De Gregorio: la morte.
Giornalisti e scrittori, come già dimostrato dall’ultimo poeta civile del nostro Paese Pier Paolo Pasolini, di cui ricordiamo l’anniversario della morte, non sono nemici, ma complici.
Di seguito l’articolo.
Per riuscire a censurare la morte – nasconderla a noi stessi, agli altri, a una società intera – è necessario, prima, censurare la vita. Levando, dalla vita, le tracce della fragilità, della malattia e della vecchiezza: le tracce del tempo. Ma questa sorta di sterilizzazione della vita – questo prosciugarne umori, lacrime, cicatrici, rughe, malattie, dolore – la dissecca, la immiserisce. E finisce per toglierci, a conti fatti, molto di più di quanto la morte ci leva.
Questo, in estrema sintesi, è il succo del nuovo libro di Concita De Gregorio, che si chiama Così è la vita (esce per Einaudi Stile libero). È un libro breve e potente, ma soprattutto è un libro contagioso. Perché la sua forma aperta (un elenco disordinato, febbrile, intenso di funerali, di morti, di libri e di film sulla morte) è così coinvolgente da costringere il lettore (almeno, a me è accaduto) a riaprire i suoi cassetti e a rifare i suoi bilanci, in tema di morte e di morti. A rivedere volti e case, a ricordare cerimonie e gruppi umani raccolti a salutare qualcuno, a levare i sigilli a quell´urna invisibile nella quale – ha ragione Concita – la morte è stata rinchiusa a costo di rinchiudere, e dimenticare, e perdere, anche le tante vite che la morte racconta.
Perché la morte racconta. Non solo il dolore. Non solo la fine. Racconta la vita delle persone morte: l´amore dato e ricevuto, le tracce forti e inconfondibili lasciate da ciascun essere umano, le parole spese, l´ordine seminato perché attecchisse. Come nel capitolo dedicato a Elvira Sellerio, la cui forte personalità sopravvive anche nei dettagli, tanto da impedire al figlio, mesi dopo la sua scomparsa, di sovvertire le abitudini domestiche in materia di saponette: così la madre faceva, così andrebbe per sempre fatto…
Donne e bambini sono, nel libro, la materia umana dominante, quella più prossima al mistero della fine, quella meno refrattaria. E se per le donne questa prossimità è conclamata, dimostrata da secoli di assistenza, cure, disponibilità al pianto, al lutto, a lasciarsi attraversare dal dolore fino a incarnarlo (e fino a incarnare la morte stessa, che in quasi tutte le sue raffigurazioni è femmina), per i bambini l´accostamento può sembrare a suo modo “scandaloso”, contrario al nostro istinto di protezione. Ma l´autrice, più volte madre, dedica il libro “ai nostri ragazzi” e nega, fortemente nega, che esista un impedimento psicologico o etico o pedagogico, in materia di bambini e di morte.
Anzi: nel libro alcune delle parole più profonde e libere in tema di morte sono pronunciate da bambini; alcuni dei libri che l´autrice segnala con maggiore slancio sono libri per l´infanzia dedicati alla morte; e la traboccante presenza di bambini e ragazzini, vivace per natura, allegra per natura, non solo non stona con un tema così esiziale, ma lo penetra e lo completa, come se tra l´inizio e la fine della vita esistesse un vincolo naturale. Simile a quello che ha sempre coinvolto nonni e nipoti, vecchi e bambini, almeno fino a quando i vecchi – con il loro corollario di rughe, lentezza, diversità – non erano ancora stati rimpiazzati da un esercito di falsi giovani.
La polemica – dura, precisa – contro la contraffazione del tempo, dunque contro la chirurgia estetica, l´ossessione della giovinezza, il terrore della malattia e dell´imperfezione, costituisce l´ossatura “politica” del libro. «La scomparsa della vecchiaia è un fatto etico e non estetico», scrive Concita. Che vede, e descrive benissimo, una società strutturalmente costretta a vivere schiacciata nel presente, comprimendo tutte le età della vita (che è lunghissima, di suo, e varia come sono varie le stagioni) in una sola età immobile, una giovinezza multistrato dagli effetti insieme tristi e ridicoli, mostruosi come le maschere del lifting, falsi come uno specchio deformante.
Dal racconto frastagliato, multiplo di Concita, i maschi non sono assenti e a volte – perfino – non sfigurano… Ma emerge, non so quanto coscientemente, una specie di simbiosi salva-vita tra donne e bambini, che va dalla accabadora di Michela Murgia, “ultima madre” che cerca di ristabilire pace nell´animo degli agonizzanti, al bimbo Bernardo che guarda di nascosto un libro con la figura della morte («mi piace molto») come se stesse violando un tabù; dalle badanti, ploranti, assistenti alla morte fino ai bambini malati terminali, cresciuti a video-game, che immaginano e descrivono il viaggio del dopo-vita come un´avventura vittoriosa.
Il confine tra il dolore e il piacere di vivere, tra il lutto e l´allegria in questo libro non va mai cercato, semplicemente perché non esiste. Lo preannuncia quasi sfrontatamente Concita nell´incipit: «Le cose migliori che mi sono successe negli ultimi tre anni sono state a un funerale». Programmaticamente, direi ideologicamente l´autrice cerca (e trova) tutt´altro discrimine, che è quello tra l´autentico e il fasullo, tra ciò che svela e ciò che cela. E dell´autentico la morte è regina, e la sua cacciata dall´immaginario, dal discorso pubblico, perfino dall´esperienza di molti, è la più insopportabile delle censure. Il passaggio più folgorante del libro, a questo proposito, riguarda anche la società mediatica, il lavoro di Concita e quello di chi scrive, e lo prende di petto: «In televisione la morte naturale non esiste più, esistono solo la morte violenta e il delitto». In questo, almeno in questo, la morte è vittima quanto lo siamo noi viventi: esiste solo quando fa spettacolo, dunque quando è in vendita. Altrimenti no, neppure la morte, in quanto semplice evento umano, può sperare di esistere.
PS. Noto, rileggendo quanto ho scritto, che la parola “morte” ricorre molte, forse troppe volte. Mi rendo conto di non avere cercato, in alcun caso, sinonimi o eufemismi per dirlo. Credo sia un effetto (magari dagli esiti un po´ compulsivi…) del libro di Concita: trasmette la coscienza che occultare la morte sia un tradimento e una viltà. (Michele Serra)
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