Tag Archives: Linguaggio

LINGUAGGIO: INNATO O APPRESO?

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Uno studio ha dimostrato che i bambini nati fino a tre mesi prima del termine sono in grado di distinguere le differenti sillabe pronunciate nello stesso modo in cui lo fanno gli adulti, mentre i bambini nati a termine mostrano, subito dopo la nascita, di poter riconoscere la voce della madre, di poter distinguere due lingue ascoltate prima della nascita e di ricordare le storie lette loro durante la gestazione.

«La domanda è: cos’è innato e cosa invece viene appreso subito dopo la nascita?» commenta il neuro scienziato Fabrice Wallois, dell’Università di Picardie Jules Verne di Amiens.

Per rispondere a questo interrogativo, Wallois e il suo team hanno analizzato i processi neurali in bambini nati prematuri di due o tre mesi. I ricercatori hanno fatto ascoltare delle voci ai bambini prematuri pochi giorni dopo la nascita, per poi monitorare l’attività cerebrale utilizzando la tecnica della spettroscopia funzionale nel vicino infrarosso, dimostrando che i bambini erano in grado di distinguere tra voci maschili e femminili e tra suoni come “ga” e “ba”.

«I risultati mostrano che le connessioni all’interno della corteccia sono già presenti e funzionali e che non necessitano di essere gradualmente acquisite attraverso l’esposizione ripetuta al suono» ha spiegato Wallois. Questo suggerisce quindi che l’abilità linguistica sia almeno in parte innata.

«Si tratta di risultati notevoli, la prima prova del fatto che il cervello può distinguere tra consonanti difficili anche prima della nascita, suggerendo delle sensibilità cerebrali maggiori di quelle finora immaginate» ha commentato Janet Werker, psicologa dello sviluppo dell’università British Columbia di Vancouver. «È possibile però che l’esperienza della nascita inneschi una serie di processi che preparano il cervello del bambino prematuro a rispondere al linguaggio in modi in cui non lo farebbe un feto della stessa età.»

Fonte:

http://www.nature.com/news/babies-brains-may-be-tuned-to-language-before-birth-1.12489?WT.ec_id=NEWS-20130226

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RITARDO NEL LINGUAGGIO NEI BAMBINI AFFETTI DA SINDROMI DEL CROMOSOMA 14

ricerca evidenza

I bambini affetti da sindromi del cromosoma 14, la cui funzione del linguaggio è spesso compromessa, hanno difficoltà a comunicare e ad esprimersi e sviluppano di conseguenza comportamenti di chiusura verso il mondo esterno. Per comprendere le problematiche del linguaggio e individuare le corrette terapie, l’Associazione Internazionale RING 14 ha sovvenzionato il progetto Sviluppo del linguaggio in bambini con aberrazioni del cromosoma 14. La ricerca, condotta da Laura D’Odorico, ordinario presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Milano-Bicocca, ha coinvolto quattro bambini, seguiti per un anno.
Laura D’Odorico ha spiegato: «Esiste una straordinaria variabilità nello sviluppo delle competenze linguistiche da parte di bambini che hanno una storia clinica simile. Questo studio punta a scoprire i fattori che favoriscono un adeguato sviluppo linguistico in alcuni bimbi, in vista della possibile implementazione di programmi riabilitativi per chi mostra maggiori difficoltà.»
Dai dati, pubblicati sulla rivista Clinical Linguistics & Phonetics, è emerso che l’ampiezza della delezione (assenza di un tratto di cromosoma) non è collegata a un esito evolutivo più o meno favorevole, cioè i bambini ai quali manca una maggiore quantità di materiale genetico non hanno per forza uno sviluppo più compromesso. Al contrario, quelli che presentano tratti autistici hanno un esito più sfavorevole nello sviluppo linguistico e psicomotorio: su quattro bambini valutati, infatti, i due con tratti autistici hanno manifestato, nel corso del tempo, uno sviluppo minore.
Stefania Azzali, presidente dell’Associazione, ha sottolineato: «Lo studio del ritardo nel linguaggio nasce da un bisogno reale: individuare terapie efficaci per curare questo pesante sintomo della malattia, che isola i nostri bambini e crea difficoltà quotidiane in famiglia. Il primo obiettivo – raccogliere cioè dati oggettivi e precisi sul linguaggio e la sua evoluzione nei bimbi affetti da sindromi rare – è stato raggiunto. Ora ci auguriamo che il progetto possa incontrare l’interesse della comunità scientifica internazionale. In tal senso, saremo felici di condividere i protocolli e le conoscenze fino ad oggi raccolte.»
Il lavoro di ricerca proseguirà, sempre condotto da Laura D’Odorico: «Studieremo ulteriormente la relazione tra genotipo e fenotipo linguistico, ovvero il collegamento tra il quadro genetico e il sintomo del ritardo nel linguaggio. Ma punteremo anche a individuare i fattori di co-morbidità o fattori esterni che possono influire sull’evoluzione del linguaggio, ad esempio le terapie riabilitanti e i sintomi presenti solo in alcuni pazienti come autismo e danni cerebrali.»

Fonte:

http://www.superando.it/2013/02/19/ring-14-e-ritardo-nel-linguaggio-i-risultati-dello-studio/

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FORMAGGINI CHE… OFFENDONO

novita evidenza

   

Una nota azienda francese, che produce formaggini venduti in un famoso involucro di cera rossa, ha recentemente usato, per la promozione estiva dei suoi prodotti, uno slogan sui cui è difficile non interrogarsi: Una vacanza da malati di mente“. Subito all’attacco l’Unione nazionale delle associazioni dei genitori di persone con handicap mentale che ha sottolineato come questo messaggio sia una grave lesione della dignità. Il direttore generale dell’azienda francese ha ammesso che c’è statauna carenza di vigilanza, anche se non c’è stata invece un’intenzione offensiva. (clicca qui: http://www.you-ng.it/index.php?option=com_easyblog&view=entry&id=2539&Itemid=89).

È chiaro che il linguaggio pubblicitario, per definizione graffiante, arrogante e infarcito spesso di messaggi subliminali, si dimentica volutamente di una delle regole auree dell’etica della comunicazione: fare attenzione ad evitare i possibili effetti negativi che essa induce.

Se infatti la comunicazione pubblicitaria usasse in modo rigoroso, e certo condivisibile, un tipo di linguaggio “puro” cioè depurato dalle astuzie commerciali e mediatiche che ne definiscono il genere, nessun mezzo di diffusione di massa avrebbe forse più ragione d’essere. É evidente che anche in ambito pubblicitario devono essere rispettati dei principi basilari, a livello etico e linguistico, ed è pur vero che anche l’uso dell’ironia, intesa coma categoria retorica, dovrebbe essere più spesso offerta ad uso e consumo di chi fruisce del prodotto finale. Così facendo infatti anche i contenuti più difficili e delicati, ma strategici per una buona efficacia mediatica, sarebbero drenati e filtrati, e alleggeriti da un principio di responsabilità che la pubblicità non conosce. E che la stessa lingua che usiamo quotidianamente nelle nostre conversazioni ordinarie “roba da matti”, “sei fuori”, “sei un caso clinico”…in fondo non contempla. La pubblicità migliore, quella fatta da professionisti seri e preparati (non semplici genialoidi “creativi) non a caso si avvicina più all’arte che al marketing e riesce ad usare la narrazione per manipolare e alleggerire la presenza di un disturbo, di una malattia di un difetto. In questo modo, difetti, malattie, disturbi possono diventare tratti di un’identità umana più ricca e non limiti da esorcizzare con un umorismo che mai raggiunge il segno e spesso offende. Esattamente l’operazione culturale dello splendido film il “Discorso del Re”, che narra in modo leggero e commovente il rapporto tra Giorgio VI (padre della Regina Elisabetta) e la sua paralizzante balbuzie.
Clicca qui per scaricare il trailer
http://www.youtube.com/watch?v=S3vXVZundqQ

LE PETITS FROMAGES… QUI HEURTENT

Une renommée société française, qui produit du fromage vendu dans une célèbre enveloppe de cire rouge, a récemment utilisé pour la promotion de l’été de ses produits, un slogan sur lequel c’est difficile de ne pas s’interroger : « Des vacances de malade mental ». Immédiat a été l’attaque de l’Union nationale des associations de parents de personnes handicapées mentales qui a souligné que ce message est une violation grave de la dignité humaine. Le directeur général de l’entreprise française a reconnu le manque de supervision, même s’il n’y avait pas une intention offensive. (Cliquez ici : http://www.you-ng.it/index.php?option=com_easyblog&view=entry&id=2539&Itemid=89).

C’est clair que le langage de la publicité, par définition, cinglant, arrogant et souvent truffé de messages subliminaux, oublie délibérément l’une des règles d’or de l’éthique de la communication : faire attention à éviter les effets négatifs possibles qui en découlent.

Si, en fait, la publicité utilisât d’une manière rigoureuse, et certainement acceptable, une sorte de langage « pur » c’est-à-dire qui a été est épuré de la ruse commerciale et médiatique qui en définit le genre, aucun moyen de la distribution de masse n’aurait plus de raison d’être. Il est évident que même dans la publicité doivent être respectés les principes de base, sur le plan éthique et de la langue, et il est également vrai que l’usage de l’ironie, comme catégorie rhétorique, devrait être plus souvent offerts pour la consommation de ceux qui utilisent le produit final. En ce faisant, même les contenus les plus difficiles et délicates, mais stratégiques pour une bonne efficacité médiatique, seraient vidés et filtrés, et éclairés par un principe de responsabilité que la publicité ne connait pas. Et que même la langue que nous utilisons quotidiennement dans notre conversation « ça va pas la tête ? », « t’es fou, toi », « t’es un cas clinique »… au fond ne prévoit pas. La meilleure publicité, celle-là faite par des professionnels avec une préparation sérieuse (pas seulement pseudo génies créatifs) n’est pas par hasard plus proche de l’art que de la commercialisation et est en mesure d’utiliser le récit pour manipuler et soulager la présence d’un trouble, d’une maladie, d’un défaut. De cette façon, les défauts, les maladies, les troubles peuvent devenir des traits d’identité humaine riche et pas de limites à exorciser avec un humour qui ne fait pas mouche et heurte souvent. Exactement l’action culturelle du film magnifique « Le Discours d’un roi », qui raconte avec légèreté et en mouvant la relation entre le roi George VI (père de la reine Elizabeth) et son bégaiement invalidante.
Cliquez ici pour télécharger le trailer http://www.youtube.com/watch?v=S3vXVZundqQ

HURTING CHEESE

A well-known French company that produces processed cheese sold in a famous packaging made of red wax, has recently used a catch phrase for its summer advertisement about which it is very difficult not to wonder: “A holiday for mental patients”. The National Union of Parents of people with mental disability has attacked it remarking how this message seriously injures dignity. The General Director of the company has admitted a lack in the vigilance but has also said that their intention was not offensive (click here: http://www.young.it/index.php?option=com_easyblog&view=entry&id=2539&Itemid=89).

It is clear that the language used by advertising is by definition biting, arrogant and full of subliminal messages and it deliberately forgets one of the golden rule of the communication ethical code: paying attention to its possible negative effects. If advertising would use a “pure” language in a strict  and sharable way, without business and media cunnings that define its genre, no media would find any reason to exist. It is also clear that advertising must respect basic ethic and language principles and also irony as a rhetorical category should be used considering the final user. In this way, even the most difficult and awkward issues that are strategic for a good communication would be drained and screened and also lightened by a responsibility principle that advertising does not know. Cosidering that also our daily language is full of phrases such as “it’s sheer madness”, “you are out of your tree”, “you are a clinical case”…

Not surprisingly, the best advertising made by serious and competent professionals (and not simply creative little geniuses) is much more closer to art than to marketing and can use narration to handle and lighten the presence of a disorder, a disease or a defect. In this way, defects, diseases and disorders can become traits of a richer human identity and not limits to exorcise with a humor that always fails and often hurts.

This is exactly the cultural operation made by the beautiful movie “The King’s Speech” that tells in a light and moving way the relationship between George VI (father of Queen Elizabeth) and its paralysing stutter.

Click here to see the trailer: http://www.youtube.com/watch?v=S3vXVZundqQ

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FEMMINICIDIO: UNA QUESTIONE DI LINGUAGGIO?

dedalo evidenza

 

Leggiamo sull’Unità del 13 maggio scorso che secondo il poeta latino Orazio è si volet usus, cioè è l’uso a regolare le nuove acquisizioni e il venir meno di alcuni vocaboli. E proprio le parole terminanti con l’elemento -cidio non lasciano spazio ad ambiguità: vogliono dire «uccisione», in particolare «uccisione di una persona», così che si va dal vocabolo più generico omicidio («uccisione di una o più persone») ai più specifici genocidio, parricidio, fratricidio, infanticidio… Per quanto riguarda le donne, in particolare, abbiamo matricidio «uccisione della propria madre», sororicidio «uccisione della propria sorella» e uxoricidio «uccisione della propria moglie», che in uso estensivo vuol dire anche «uccisione del coniuge», manca però un vocabolo specifico per «uccisione del proprio marito» (sarà un caso?). Clicca qui

Per questo forse più di 56 donne uccise in Italia dall’inizio del 2012 ad oggi, 137 uccise nel 2011 e 127 nel 2010 (per limitarci agli ultimi due anni e mezzo). Il dato di fatto è che il femminicidio rappresenta in Italia un’emergenza sociale che non può (e non deve) più essere ignorata.

In questo ambito di pensiero si muove la “Casa delle Donne”, associazione che si occupa di violenze, e che dal 2005 lavora su numeri, statistiche, fenomeni e possibili strategie. È alto, troppo alto il numero di donne che perdono la vita perché vittime di omicidio o per le gravi ferite che riportano per violenze. Molto spesso violenza ed uccisione avvengono fra le mura di casa o per mano di un uomo che la vittima già conosce o con cui ha o ha avuto stretti rapporti personali o familiari. È facile inoltre che nella notizia giornalistica l’uccisione venga presentata come conseguente ad un evento improvviso, isolato, un raptus; poche volte invece emerge come l’uccisione segua temporalmente ad una serie di atti dell’aggressore sulla vittima, violenze che diventano nel tempo sempre più intense e frequenti e poi abituali. La Casa delle Donne conduce da molti anni un lavoro di osservazione e ricerca che parte anche dall’analisi delle pagine di cronaca locale e nazionale con l’intento di non dimenticare nessuna di queste vittime, per dare loro identità e per provare a tracciare linee di lavoro utili a prevenire queste uccisioni: leggi
All’interno del documento che riportiamo c’è anche una nota terminologica che attira l’interesse dei lettori: “femicidio”, che traduce in italiano l’inglese “femicide” indica, secondo la definizione della criminologa femminista D. Russell, la causa principale delle uccisioni delle donne, ossia la violenza misogina e sessista dell’uomo nei loro confronti. La parola invece “femminicidio” più diffusa e usata dai mass media, secondo l’antropologa messicana Marcela Lagarde che per prima ha concettualizzato il termine, non si esaurisce nell’uccisione ossia nell’eliminazione fisica della donna, ma comprende tutte le violenze e le discriminazioni che esse subiscono.

Isabella Bossi Fedrigotti, sul Corriere della Sera del 30 aprile scorso, lancia però un allarme di tipo linguistico: chiamarlo femminicidio, come si legge sempre di più sulle pagine di cronaca, non rischia forse di far diventare un fenomeno sociale di grande diffusione, un delitto minore, meno grave del normale omicidio?

L’autrice dell’articolo del Corriere conclude ricordando che è felice quella lingua, come quella tedesca che per uomini, donne e anche bambini possiede il termine Mensch: pur contenendo una radice che rimanda al maschile, questo termine indica tutta la profondissima essenza umana. Clicca qui.

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Così è la vita

dedalo evidenza

 

 

Michele Serra sulle pagine culturali di Repubblica del 2 novembre presenta il libro della giornalista e già direttore dell’Unità Concita De Gregorio: ‘Così è la vita’ è il titolo di questa raccolta di ricordi, riflessioni e necrologi su cui il lettore, anche quello meno attento alla storia civile e culturale che lo circonda, è costretto a fare il bilancio. Michele Serra visualizza questo sforzo della memoria come un cassetto da cui far emergere dolori e rimpianti, quando non imprecazioni al destino che ha sottratto, ci ha sottratto, un simulacro di affettività. Cioè il simbolo delle nostre abitudini, sentimentali, sedimentate ma ormai registrate in quella memoria involontaria che sembra sfuggire al nostro controllo e alla nostra razionalità. Nell’articolo si cita Elvira Sellerio, donna Sellerio, forse sarebbe meglio chiamarla, per il suo carisma intellettuale e la sua sottile persuasione sentimentale che ancora oggi impedisce ai figli di buttare le sue saponette da bagno…

Un articolo, quello di Serra, che merita di essere letto e riletto perché sa descrivere con la punta dell’entusiasmo, sempre temperato dalla chiarezza, il tema delicatissimo e abusato presentato nel libro della De Gregorio: la morte.
Giornalisti e scrittori, come già dimostrato dall’ultimo poeta civile del nostro Paese Pier Paolo Pasolini, di cui ricordiamo l’anniversario della morte, non sono nemici, ma complici.
Di seguito l’articolo.

Per riuscire a censurare la morte – nasconderla a noi stessi, agli altri, a una società intera – è necessario, prima, censurare la vita. Levando, dalla vita, le tracce della fragilità, della malattia e della vecchiezza: le tracce del tempo. Ma questa sorta di sterilizzazione della vita – questo prosciugarne umori, lacrime, cicatrici, rughe, malattie, dolore – la dissecca, la immiserisce. E finisce per toglierci, a conti fatti, molto di più di quanto la morte ci leva.

Questo, in estrema sintesi, è il succo del nuovo libro di Concita De Gregorio, che si chiama Così è la vita (esce per Einaudi Stile libero). È un libro breve e potente, ma soprattutto è un libro contagioso. Perché la sua forma aperta (un elenco disordinato, febbrile, intenso di funerali, di morti, di libri e di film sulla morte) è così coinvolgente da costringere il lettore (almeno, a me è accaduto) a riaprire i suoi cassetti e a rifare i suoi bilanci, in tema di morte e di morti. A rivedere volti e case, a ricordare cerimonie e gruppi umani raccolti a salutare qualcuno, a levare i sigilli a quell´urna invisibile nella quale – ha ragione Concita – la morte è stata rinchiusa a costo di rinchiudere, e dimenticare, e perdere, anche le tante vite che la morte racconta.
Perché la morte racconta. Non solo il dolore. Non solo la fine. Racconta la vita delle persone morte: l´amore dato e ricevuto, le tracce forti e inconfondibili lasciate da ciascun essere umano, le parole spese, l´ordine seminato perché attecchisse. Come nel capitolo dedicato a Elvira Sellerio, la cui forte personalità sopravvive anche nei dettagli, tanto da impedire al figlio, mesi dopo la sua scomparsa, di sovvertire le abitudini domestiche in materia di saponette: così la madre faceva, così andrebbe per sempre fatto…
Donne e bambini sono, nel libro, la materia umana dominante, quella più prossima al mistero della fine, quella meno refrattaria. E se per le donne questa prossimità è conclamata, dimostrata da secoli di assistenza, cure, disponibilità al pianto, al lutto, a lasciarsi attraversare dal dolore fino a incarnarlo (e fino a incarnare la morte stessa, che in quasi tutte le sue raffigurazioni è femmina), per i bambini l´accostamento può sembrare a suo modo “scandaloso”, contrario al nostro istinto di protezione. Ma l´autrice, più volte madre, dedica il libro “ai nostri ragazzi” e nega, fortemente nega, che esista un impedimento psicologico o etico o pedagogico, in materia di bambini e di morte.
Anzi: nel libro alcune delle parole più profonde e libere in tema di morte sono pronunciate da bambini; alcuni dei libri che l´autrice segnala con maggiore slancio sono libri per l´infanzia dedicati alla morte; e la traboccante presenza di bambini e ragazzini, vivace per natura, allegra per natura, non solo non stona con un tema così esiziale, ma lo penetra e lo completa, come se tra l´inizio e la fine della vita esistesse un vincolo naturale. Simile a quello che ha sempre coinvolto nonni e nipoti, vecchi e bambini, almeno fino a quando i vecchi – con il loro corollario di rughe, lentezza, diversità – non erano ancora stati rimpiazzati da un esercito di falsi giovani.
La polemica – dura, precisa – contro la contraffazione del tempo, dunque contro la chirurgia estetica, l´ossessione della giovinezza, il terrore della malattia e dell´imperfezione, costituisce l´ossatura “politica” del libro. «La scomparsa della vecchiaia è un fatto etico e non estetico», scrive Concita. Che vede, e descrive benissimo, una società strutturalmente costretta a vivere schiacciata nel presente, comprimendo tutte le età della vita (che è lunghissima, di suo, e varia come sono varie le stagioni) in una sola età immobile, una giovinezza multistrato dagli effetti insieme tristi e ridicoli, mostruosi come le maschere del lifting, falsi come uno specchio deformante.
Dal racconto frastagliato, multiplo di Concita, i maschi non sono assenti e a volte – perfino – non sfigurano… Ma emerge, non so quanto coscientemente, una specie di simbiosi salva-vita tra donne e bambini, che va dalla accabadora di Michela Murgia, “ultima madre” che cerca di ristabilire pace nell´animo degli agonizzanti, al bimbo Bernardo che guarda di nascosto un libro con la figura della morte («mi piace molto») come se stesse violando un tabù; dalle badanti, ploranti, assistenti alla morte fino ai bambini malati terminali, cresciuti a video-game, che immaginano e descrivono il viaggio del dopo-vita come un´avventura vittoriosa.
Il confine tra il dolore e il piacere di vivere, tra il lutto e l´allegria in questo libro non va mai cercato, semplicemente perché non esiste. Lo preannuncia quasi sfrontatamente Concita nell´incipit: «Le cose migliori che mi sono successe negli ultimi tre anni sono state a un funerale». Programmaticamente, direi ideologicamente l´autrice cerca (e trova) tutt´altro discrimine, che è quello tra l´autentico e il fasullo, tra ciò che svela e ciò che cela. E dell´autentico la morte è regina, e la sua cacciata dall´immaginario, dal discorso pubblico, perfino dall´esperienza di molti, è la più insopportabile delle censure. Il passaggio più folgorante del libro, a questo proposito, riguarda anche la società mediatica, il lavoro di Concita e quello di chi scrive, e lo prende di petto: «In televisione la morte naturale non esiste più, esistono solo la morte violenta e il delitto». In questo, almeno in questo, la morte è vittima quanto lo siamo noi viventi: esiste solo quando fa spettacolo, dunque quando è in vendita. Altrimenti no, neppure la morte, in quanto semplice evento umano, può sperare di esistere.
PS. Noto, rileggendo quanto ho scritto, che la parola “morte” ricorre molte, forse troppe volte. Mi rendo conto di non avere cercato, in alcun caso, sinonimi o eufemismi per dirlo. Credo sia un effetto (magari dagli esiti un po´ compulsivi…) del libro di Concita: trasmette la coscienza che occultare la morte sia un tradimento e una viltà. (Michele Serra)

 

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