Art32

Acqua bene pubblico? Sì, però…

Di Luca Mario Nejrotti

Proprio in questi giorni torna alla ribalta il “caso” dell’acqua italiana, rimpallato, amplificato e, a volte, banalizzato o persino distorto dai media.
Slogan e discussioni si avvitano sul concetto di acqua pubblica e spesso si perde di vista il quadro specifico di riferimento.

L’acqua è pubblica?
La proposta di legge 2212, “Princìpi per la tutela, il governo e la gestione pubblica delle acque e disposizioni per la ripubblicizzazione del servizio idrico, nonché delega al Governo per l’adozione di tributi destinati al suo finanziamento.” (vedi) venne presentata il 20 marzo 2014 e fu discussa in Commissione VIII (Ambiente, territorio e lavori pubblici, vedi) in modo organico a partire dal 19 gennaio 2016, diventando “Princìpi per la tutela, il governo e la gestione pubblica delle acque” e come tale, dopo gli emendamenti della Camera, il 20 aprile è passata alla Camera ed è stata trasmessa al Senato (vedi).
La discussione mediatica si è focalizzata sul rischio della privatizzazione della risorsa idrica, mentre la legge si riferisce piuttosto alle forme di gestione e distribuzione della stessa. Le acque, infatti, sono così definite all’art. 2 della proposta di legge: “Tutte le acque superficiali e  sotterranee sono pubbliche e  non mercificabili e  costituiscono
una  risorsa che  è  salvaguardata e  utilizzata secondo criteri di  efficienza, solidarietà,
responsabilità e  sostenibilità.”

Il referendum.
La discussione riguarda, piuttosto, gli aspetti gestionali della rete idrica che, secondo le opposizioni, tradirebbero il significato del referendum abrogativo del 2011.
Il referendum, in breve, ha portato all’abrogazione dell’obbligo per gli enti locali di bandire gare d’appalto per l’affidamento dei servizi pubblici locali essenziali (acqua, rifiuti, trasporti) aperte a soggetti pubblici, privati o misti pubblico-privati.
L’abrogazione non ha significato la sostituzione immediata con una nuova regola, ma ha condotto a un periodo “grigio” in cui alcune amministrazioni hanno “ripubblicizzato” la rete idrica, mentre altre hanno mantenuto lo stato di fatto, con affidamento pubblico o privato o misto che fosse.

La nuova legge.
In questo vuoto normativo s’inserisce la nuova proposta di legge che prevede che “il servizio idrico integrativo sia considerato un servizio pubblico locale di interesse economico generale assicurato alla collettività, che può essere affidato anche in via diretta a società interamente pubbliche in possesso dei requisiti prescritti dall’ordinamento europeo per la gestione in house, comunque partecipate da tutti gli enti locali ricadenti nell’Ato (Ambito territoriale ottimale)”.
La versione originale prevedeva un articolo (art. 6) dedicato alla ripubblicizzazione, poi soppresso in Commissione e, nella versione arrivata alla Camera, che l’affidamento fosse “in via prioritaria” a società interamente pubbliche. Questo punto è stato modificato alla Camera che ha escluso la priorità garantita alle società di diritto pubblico. Per le opposizioni si tratta di un’apertura alla privatizzazione delle reti idriche.
Inoltre, nella legge non compaiono norme precise sulle tariffe, per le quali si rimanda al Decreto, ancora in iter parlamentare, “Testo unico sui servizi pubblici locali” che a questo proposito stabilisce la gestione dei servizi a rete, tra cui l’acqua, con tariffe stabilite in “adeguatezza della remunerazione del capitale investito, coerente con le prevalenti condizioni di mercato.” (art. 25, d; vedi). In questo modo, le tariffe seguiranno le regole del mercato libero, fatto che poco si sposerebbe con la gestione di un bene comune. I promotori della proposta originale (SI e M5S) hanno quindi giudicato il documento non corrispondente allo spirito originale e hanno ritirato le proprie firme.
I difensori della proposta, però, sottolineano che le nuove risorse “devono essere destinate a fare gli investimenti che servono sulle reti ed a aumentare la qualità del servizio ai cittadini Governo” (vedi).
Tra gli elementi innovativi, non espunti dalla versione andata in Senato, la legge stabilisce anche l’erogazione gratuita del quantitativo minimo vitale, stimato a 50 l (normalmente se ne consumano almeno tre volte tanto, vedi), anche in caso di morosità. I costi per questa quota minima saranno recuperati con l’aumento progressivo delle tariffe per il consumo eccedente la franchigia.

Il contesto.
Ridurre il dibattito politico a una diatriba tra “pubblico buono” e “privato cattivo” è troppo semplicistico, visto il contesto nazionale. A marzo è stato pubblicato da Cittadinanzattiva il “Dossier sul servizio idrico integrato” (vedi), che fotografa la situazione legata alla legislazione attuale e quindi a gestioni disparate, pubbliche e private.
Il quadro dipinto non è confortante: il costo medio per famiglia per l’accesso all’acqua ha registrato un aumento del 5,9% rispetto al 2014 e del 61,4% rispetto al 2007. Le regioni più care sono quelle centrali, in particolare la Toscana, in cui gli aumenti vanno dall’8% al 18% rispetto al 2014 e dal 63% al 101% rispetto al 2007.
Non sembra, però, che l’aumento delle tariffe corrisponda a un miglioramento della qualità dei servizi: in Italia, la rete di distribuzione idrica spreca in media un terzo dell’acqua immessa, con punte di più della metà in Lazio e Sardegna. A ciò si aggiungano le condanne della Corte di Giustizia europea per inadempienza sull’adeguamento delle condotte fognarie (del 2014 la terza che riguarda 817 agglomerati, vedi). Anche sulle forme di controllo dell’iniziativa privata nella gestione della rete idrica si registrano problemi, considerando le indagini istruttorie dell’Antitrust nei confronti di quattro società che gestiscono il servizio idrico: Abbanoa (Sardegna), Acea Ato2 (Lazio centrale e Roma), Gori (Campania), CITL (provincia di Caserta): sono, infatti, state rilevate procedure di fatturazione non conformi, richieste di pagamento di morosità pregresse ai nuovi clienti subentranti, modalità di gestione dei reclami irregolari e procedure di messa in mora e distacco non a norma.

Data la situazione, è sicuramente indispensabile una regolamentazione precisa che oltre a sancire e ribadire diritti generali assodati e condivisi, su cui è inutile e fuorviante focalizzare la discussione, garantisca agli utenti il raggiungimento dei parametri di qualità, accessibilità fisica e accessibilità economica della risorsa. Se anche può essere vero, come è stato detto, che all’utente finale generalmente può non importare molto di chi possieda la rete idrica, sicuramente questo diventa importante per chiunque al momento di pagare la bolletta.

Fonti:
http://www.camera.it/leg17/126?pdl=2212-A
http://www.acqua.gov.it/index.php?id=3
http://www.cittadinanzattiva.it/files/libri_e_pubblicazioni/consumatori/Dossieracqua2016/Dossier_acqua_2016.pdf
http://www.ansa.it/web/notizie/canali/energiaeambiente/consumoerisparmio/2013/01/22/ISTAT-ITALIA-PIU-ATTENTA-ACQUA-175-LT-TESTA-GIORNO_8118462.html
http://www.nextquotidiano.it/davvero-la-camera-privatizzato-lacqua-pubblica/
https://www.partitodemocratico.it/ambiente/acqua220533/
http://www.funzionepubblica.gov.it/articolo/dipartimento/01-03-2016/dlgs-servizi-pubblici-locali
http://www.acquabenecomune.org/notizie/nazionali/3250-pd-e-governo-renzi-giu-le-mani-dall-acqua