Allineatori trasparenti: dalla bussola al navigatore

di Patrizia Biancucci

Laureato in odontoiatria nel 1999 a Torino e specializzato in ortognatodonzia nel 2002, il dr. Matteo Reverdito ha attraversato tutti gli step della classica formazione ortodontica, a partire dalla scuola funzionalista del prof. Pietro Bracco, tecnica fissa straight wire, gnatologia secondo il prof. Rudolf Slavicek e, passando da discente a docente nella clinica universitaria di Torino (oggi Dental School) è approdato al sistema degli allineatori trasparenti con il corso annuale di Perfezionamento sulla tecnica con allineatori trasparenti presso l’Università dell’Insubria di Varese. Dopo essere stato docente al Master in Ortodonzia dell’Università di Torino e Masterclass universitaria sugli allineatori all’Università de L’Aquila, il prossimo anno sarà docente al Master in Ortodonzia dell’Università Tor Vergata di Roma. Un ortodontista dunque, il dr. Matteo Reverdito, paradigmatico di un percorso che testimonia l’evoluzione delle tecniche ortodontiche fino all’attuale “apparecchio invisibile” .

Matteo Reverdito

Dr. Reverdito, quando e perché ha iniziato a dedicarsi all’ortodonzia? Ho conosciuto l’ortodonzia a Torino, non in università, bensì a cinque anni, con gli occhi di un bimbo con una malocclusione di seconda classe, mesodivergente e morso profondo. L’ho conosciuta nello studio di un luminare, con la mia scatola ortodontica in mano, in fila lungo il muro con decine di altri bimbi che aspettavano, silenziosi e un po’ intimoriti, di passare al consueto controllo dell’apparecchio. Dopo una lunga relazione con un apparecchio funzionale, sostituito poi da una trazione extraorale, il caro vecchio “baffo” con cuffia, sono stato accompagnato da un apparecchio negli anni delle medie e nuovamente all’università. Certo che in quei lunghi anni di amore-odio non potevo immaginare che quel luminare, alla guida dei miei aguzzini con fermezza e personalità, in futuro sarebbe diventato il mio mentore, il prof. Pietro Bracco.

da sinistra: Matteo Reverdito e Pietro Bracco

Cosa ha significato per lei avere un Maestro come il prof. Bracco? Intanto è grazie a lui se ho scelto la sua stessa strada, dopo aver superato il test di ammissione sia a medicina sia a odontoiatria. Con quel carattere difficile tipico delle persone speciali, mi ha insegnato tutto ciò di cui avevo bisogno per affrontare l’ortodonzia in modo così diverso a quell’epoca, tanto da sembrare assurdo per alcuni. Raddrizzare i denti ma chiedendosi cosa succede nell’articolazione temporo-mandibolare, correggere i morsi incrociati ma chiedendosi che cosa cambia nei cicli masticatori, applicare le regole della biomeccanica ma chiedendosi come reagisce il parodonto. Oggi i trattamenti multidisciplinari sono all’ordine del giorno, ma negli anni novanta, quando in clinica universitaria non ci si parlava nemmeno tra un reparto e l’altro e il 90% dei dentisti non conosceva l’ortodonzia o riteneva superfluo un trattamento ortodontico per i propri pazienti, i concetti dell’orto-gnato-donzia professati dal prof. Bracco erano fantascienza. Girando l’Italia mi accorgevo che non era poi così normale analizzare i pazienti ortodontici con l’axiografo computerizzato, il kinesiografo, l’elettromiografo, la pedana posturometrica, la risonanza magnetica. Oggi si parla di 3D ovunque, anche nella cefalometria, ma all’epoca praticamente nessuno eseguiva un tracciato postero-anteriore, mentre a Torino era di regola per ogni singolo paziente, e questo più di trenta anni fa.

da sinistra: Matteo Reverdito, Pietro Bracco, Eugenio Tanteri

Dr. Reverdito, ricorda il suo primo incontro con gli allineatori? Una sera, nel lontano 2003, mi trovavo a Palazzo Barolo emozionatissimo a parlare di gnatologia e ortodonzia con due “grandi” della materia, il prof. Pietro Bracco e il dr. Eugenio Tanteri, davanti a una platea con professionisti del calibro del prof. Benech, Ceria, Mortellaro, Pomatto, Traversa, Viora, Ferrini e altri. Quella stessa sera Carlo Fasola, titolare di un laboratorio ortodontico, presentò una novità: un sistema, importato dagli Stati Uniti, che avrebbe spostato i denti con allineatori rimovibili, vale a dire mascherine trasparenti di plastica. Mai più pensavo che sarebbe divenuta una presentazione così importante, non solo per me ma per tutto il mondo ortodontico. Personalmente, imbottito come ero di nozioni gnatologiche e dogmi indiscutibili sulla qualità dei movimenti dentari al decimo di grado di torque tramite apparecchiature fisse, non mi pareva nemmeno immaginabile un confronto.

 

In quegli anni non sembrava credibile che una “mascherina di plastica” potesse spostare i denti. Col senno di poi sembrerebbe che abbia prevalso la curiosità sui dogmi: è così? Direi che ha prevalso l’apertura mentale che mi era stata insegnata, accompagnata comunque dalla mia innata curiosità, tanto che di nascosto (in università vigeva infatti il divieto) ho iniziato autonomamente ad approfondire la tecnica. Sono però bastati pochi casi per convincermi che effettivamente quella tecnica, così comoda ed estetica, non poteva raggiungere il risultato di qualità che pretendevo dai miei casi. C’è da dire che, oltre alla mia scarsa conoscenza della tecnica, le caratteristiche meccaniche e di programmazione software erano ancora acerbe; è stato solo dopo il 2007 infatti che, grazie alle implementazioni biomeccaniche portate da un bioingegnere di nome John Morton, gli allineatori trasparenti hanno iniziato ad accorciare la distanza che li separava dai trattamenti tradizionali. Con l’umiltà e la voglia di imparare, ho cominciato a seguire i corsi dei professionisti più esperti in giro per il mondo e a capire come applicare i princìpi a me cari e mai rinnegati, utilizzando un polimero al posto del metallo e della resina.

 

Dr. Reverdito, pensa che gli allineatori trasparenti soppianteranno le tecniche ortodontiche tradizionali? Credo proprio di si, che sia giusto o sbagliato. E non per semplici discorsi commerciali o perché i pazienti chiederanno trattamenti sempre più confortevoli ed estetici (vero ma non sufficiente): semplicemente perché i tempi cambiano e noi dobbiamo cambiare con loro. Personalmente, se riesco ad ottenere lo stesso risultato clinico con tecniche meno invasive e potenzialmente meno dannose, sento l’obbligo morale a percorrere anche quella strada. La programmazione digitale del trattamento è poi un altro grande passo avanti, ma è qualcosa di molto difficile all’inizio, perché ci costringe a far lavorare le sinapsi e a prevedere il futuro della bocca del paziente e di tutto ciò che gli sta intorno. Questo richiede una grande capacità diagnostica ortodontica che mette alla prova la mia professionalità, molto più che mettere un apparecchio in bocca e vedere di volta in volta dove andare. Siamo passati dalla bussola al navigatore: è essenziale stabilire la giusta direzione all’inizio, ma oggi non basta più, oggi dobbiamo spingerci oltre. La tecnologia è un valido alleato, ma l’onere e l’onore del cambiamento spetta a noi ortodontisti.

 

Quindi vorrebbe dire che gli allineatori consentono di risolvere tutte le malocclusioni. È così? Non tutte, ma la maggior parte delle malocclusioni è oggi risolvibile con allineatori semplici o aiutati da piccoli ausiliari, ma ovviamente esistono gli estremi della gaussiana: casi dove il risultato lo si porta a casa unicamente con apparecchiature fisse e magari l’aiuto di miniviti, come espansioni scheletriche o uprighting radicolari con fulcro coronale, mentre per i bambini resta ancora scoperta la dentizione decidua pura. Grazie alle nuove tecnologie oggi siamo comunque in grado non solo di muovere tridimensionalmente i denti, ma anche di realizzare nuovi protocolli con allineatori con bite lisci, per svincolare l’occlusione durante la correzione dei morsi crociati, o con piani inclinati per stimolare l’avanzamento mandibolare; questo per citare solo un paio delle tante peculiarità degli apparecchi funzionali secondo Bracco e Cervera che sono riuscito a trasportare nella nuova era digitale, senza rinnegare i princìpi fondamentali dell’ortognatodonzia funzionale. Dopo tutto era stato il prof. Bracco a raccontarmi che i Bite metallici dei nostri apparecchi funzionali erano in realtà nati in materiale plastico, ma la tecnologia dei materiali all’epoca offriva solo la resina, che con quegli spessori si frantumava sotto il carico dell’occlusione, costringendolo a testare un bite metallico.

 

Dr. Reverdito, cosa consiglierebbe a un giovane che voglia approcciarsi a questa branca specialistica? Italia e/o estero? Ai giovani posso dire che nessuna strada è semplice e che le scorciatoie non esistono. Non lasciatevi abbagliare dalla tecnologia e dalla propaganda perché l’ortodonzia, o meglio l’ortognatodonzia, è una cosa seria e non si gioca con la salute delle persone, soprattutto dei bambini. Il bilancio diagnostico è ancora il punto di partenza, senza illuderci che qualche misterioso ortodontista oltreoceano lo possa fare per noi. La tecnologia 3D ci permette di programmare il percorso terapeutico che abbiamo in mente, di visualizzarlo e di concretizzarlo come non era mai stato possibile prima. Gli allineatori di nuova generazione ci permettono di muovere in modo corporeo i denti, ma bisogna studiare esattamente come per le tecniche tradizionali, imparare protocolli già testati e poi crearsi una propria esperienza con tenacia e perseveranza. Consiglio approfondimenti anche in Spagna, Germania e Giappone, ma l’Italia vanta una tradizione ortodontica di rilievo con validi professionisti da cui apprendere anche le nuove tecniche, senza andare troppo lontano.