Come il Coronavirus rimodellerà l’architettura. In che tipo di spazio siamo disposti a vivere e lavorare adesso?

Nel 1933, l’architetto e designer finlandese Hugo Alvar Henrik Aalto, insieme alla moglie Aino, completò il Sanatorio Paimio, una struttura per il trattamento della tubercolosi in Finlandia. L’edificio è rigidamente geometrico, con lunghe pareti di ampie finestre che avvolgono la sua facciata, stanze di colore chiaro e un’ampia terrazza sul tetto con ringhiere come quelle delle navi da crociera: tutti i segni distintivi di quella che oggi conosciamo come architettura modernista, che è emersa in gli anni Venti dal lavoro del Bauhaus in Germania e di Le Corbusier in Francia.

“Lo scopo principale dell’edificio è quello di funzionare come uno strumento medico”, scriverà in seguito Hugo. La tubercolosi è stata una delle preoccupazioni più urgenti per la salute dei primi del Novecento e ogni elemento del Paimio è stato concepito per favorire il recupero dalla malattia. Il design della stanza è determinato dalle poche forze del paziente, sdraiato nel suo letto, il colore del soffitto è scelto per la tranquillità, le fonti di luce sono al di fuori del campo visivo del malato, il riscaldamento è orientato verso i piedi. La luce del giorno proveniente dalle finestre e dalle terrazze, dove i pazienti potevano dormire, faceva parte del trattamento, poiché il sole si era dimostrato efficace nell’uccidere i batteri della tubercolosi. L’architettura stessa faceva parte della cura. Gran parte dell’architettura modernista può essere compresa come conseguenza della paura della malattia, del desiderio di sradicare le stanze buie e gli angoli polverosi in cui si nascondono i batteri. Gli architetti hanno poi collaborato con medici progressisti per costruire altri sanatori in tutta Europa.

Secondo un recente articolo del New Yorker, anche l’esperienza di COVID-19, con l’obbligo di stare dentro casa per mesi, influenzerà il futuro dell’architettura. Lo spazio necessario per la quarantena è principalmente difensivo, con linee nastrate e pareti in plexiglass che segmentano il mondo esterno in zone di sicurezza socialmente distanziate. I negozi e gli uffici dovranno essere riformattati per riaprire, le nostre routine spaziali sono sostanzialmente cambiate. E, a casa, potremmo trovarci a desiderare qualche muro in più e angoli bui.

La quarantena ha costretto molti lavoratori non essenziali allo smartworking, questi hanno imparato a conoscere meglio le proprie case e i loro confini. Sappiamo tutto delle nostre case, in particolare i loro difetti: mancanza di luce naturale in una stanza, la necessità di un bagno in più. Lo spazio è tutto ciò a cui dobbiamo pensare. Trascorrere così tanto tempo in una casa rende necessario un ambiente che si possa modificare facilmente.

Anche l’architettura dei luoghi di lavoro cambierà dopo la pandemia. Il nastro distanziatore di un metro e mezzo sarà uno dei “materiali” della nuova architettura post COVID. Altre strategie ad hoc sono emerse con la riapertura delle aziende. Un ristorante olandese ha costruito cabine di vetro a forma di serra attorno ai suoi tavoli all’aperto per proteggere i commensali e i camerieri l’uno dall’altro. Un caffè tedesco ha testato dei cappelli con galleggianti da piscina tubolari collegati, per indicare ai clienti quando stanno varcando la distanza di sicurezza. In alcuni uffici è prevista l’installazione di mattonelle colorate per delimitare il proprio spazio. Gli hula hoop aiutano i bambini a rimanere separati nei parchi. “Le persone stanno diventando, se non architetti, artigiani e produttori di spazi sicuri”, commenta l’architetto newyorkese Deborah Berke.

Finora, l’impatto della pandemia sull’urbanistica si è manifestato in piccoli cambiamenti. La capitale della Lituania, Vilnius, ha messo a disposizione strade pedonali a ristoranti e caffè, in modo che i tavoli potessero essere allestiti alla corretta distanza. New York City ha fatto quaranta miglia di strade pedonali per espandere l’accesso all’aria aperta anche al di fuori dei parchi. Londra sta creando una vasta rete di nuove piste ciclabili. Tobias Armborst, presidente dello studio di architettura e urbanistica Interboro, ha affermato che questi interventi sono stati definiti come “urbanismo tattico”, non pianificato da un maestro ma proposto dal basso.

In un breve manifesto Holl ha scritto che l’architettura “dovrebbe abbracciare la nostra co-dipendenza”. Gli edifici possono renderci più consapevoli dei modi in cui siamo connessi a livello globale; gli stessi percorsi che diffondono il coronavirus possono anche aiutarci a combatterlo. La salute della Terra è collegata a quella dell’umanità, e si possono connettere con la progettazione di un condominio su larga scala, come l’Hybry Linked Hybrid, a Pechino, che intreccia spazio pubblico e privato.


Photo credits: wikipedia.com