Come tornare al lavoro, in sicurezza  

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

Per tenere sotto controllo Covid-19 alla riapertura delle attività dopo il lockdown, al momento le misure più efficaci sono quelle classiche di sanità pubblica, più che strategie innovative come le app per tracciare i contatti di chi risulta infetto.

Lo affermano sul New England Journal of Medicine Mark Barnes e Paul Sax, della Harvard University, commentando un rapporto del Massachusetts High Technology Council, la maggiore associazione dell’industria biomedica e tecnologica del Massachusetts, che ha incaricato un gruppo di esperti di sanità, legge e business (incluso Barnes) di analizzare i problemi posti dalla riapertura. L’analisi riguarda soprattutto le attività commerciali, circa la sicurezza di lavoratori e clienti, ma vale in parte anche per scuole e altri ambienti istituzionali o di servizi, pur con alcune accortezze per le esigenze diverse, e spesso più complicate, poste a volte da questi ambienti. Per le strutture sanitarie invece servono pratiche molto più stringenti, analizzate altrove.

Precauzioni per prevenire focolai

Il rapporto passa prima in rassegna le tante misure a bassa tecnologia con cui tutti abbiamo imparato a convivere, da disinfezioni e lavaggio delle mani a mascherine e altri dispositivi di protezione individuale e al distanziamento: misure efficaci, ma che richiedono un impegno personale di ciascuno. L’analisi passa dunque in rassegna tutte le condizioni perché queste precauzioni funzionino davvero, dai sistemi per monitorare il loro rispetto, e per promuoverlo anche con incentivi e sanzioni, al bisogno di coordinare le azioni su vari piani, quali la riapertura delle scuole con quella dei luoghi di lavoro.

Misure più strutturali possono però aiutare a mantenere il distanziamento e gli altri requisiti di sicurezza senza bisogno di un forte cooperazione individuale, garantendo così un freno intrinseco ai contagi. Si parla per esempio di garantire la separazione fra i lavoratori con barriere e percorsi differenziati, o di standard adeguati di ventilazione, riscaldamento e filtraggio dell’aria, o ancora di turni differenziati, tenendo aperte le sedi di lavoro anche in orari insoliti, per ridurre la quantità di persone compresenti e i loro spostamenti nelle ore di punta. “Sono misure più costose e più complicate, ma riducono il bisogno di monitoraggio e di azioni correttive” spiegano i due autori.

Escludere dal lavoro in sede le persone più a rischio, come gli anziani, a prima vista appare sensato ma in realtà pone non pochi problemi, come i rischi di discriminazione per età o per stato di salute, e a conti fatti, pur proteggendo i più vulnerabili, non riduce la diffusione del contagio. Decisioni simili vanno probabilmente applicate come incoraggiamenti e non imposte ai lavoratori, e comunque vanno prese caso per caso e non per categorie, per motivi sia legali sia di opportunità. Un’esclusione deve essere giustificata, per esempio, da pericoli che il datore di lavoro non può ragionevolmente abbattere con misure per lui sostenibili. “Un sessantenne sano e sportivo, che pratica con scrupolo il distanziamento sociale, potrebbe a buon diritto arguire che non c’è motivo di tenere a casa lui e non un venticinquenne che ignora le raccomandazioni di salute pubblica” scrivono i due autori, analizzando vari tipi di situazioni del genere, e le azioni che si possono o non si possono richiedere tanto ai lavoratori quanto ai datori di lavoro per migliorare la sicurezza e per rendere più sopportabili e accettabili le varie limitazioni introdotte.

La segmentazione della forza lavoro, come si diceva, è un’altra strategia importante: il rientro solo parziale in ufficio con la prosecuzione per alcuni del lavoro in remoto, e l’eventuale alternanza in base anche alle esigenze lavorative, vanno pianificati tenendo conto di tante variabili, dalla necessità della presenza in sede alla fattibilità del telelavoro, al rischio personale e magari alle modalità di spostamento casa-lavoro, e altri criteri ancora.

Test, screening e app, in pratica

Un tema dibattuto è quello dei test per la presenza del virus o degli anticorpi. Un programma di test ben strutturato ha un grande appeal ed è di indubbia utilità nel decidere chi far rientrare al lavoro, ma non bisogna trascurare le tante questioni pratiche che ne limitano l’applicabilità. I risultati dei test molecolari (i tamponi) valgono solo per il momento del prelievo e il test va quindi ripetuto regolarmente, più o meno spesso a seconda dell’andamento dell’epidemia. Ci sono questioni di privacy se i risultati sono comunicati al datore di lavoro. Ed è sempre più chiaro che una persona positiva all’RNA virale, se per esempio è alla fine del decorso dell’infezione senza più sintomi, non è necessariamente contagiosa ma a volte sta solo emettendo frammenti virali non vitali.

L’uso dei test sierologici come criterio per decidere il rientro al lavoro è invece scoraggiato, dai CDC statunitensi e da altre autorità, viste le tante incertezze sui loro risultati, sia per i falsi positivi e i negativi sia perché non è chiaro quanto la presenza degli anticorpi indichi uno stato di immunità. Per tutti i tipi di test, comunque, i rapidi progressi tecnologici fanno sì che i criteri e le raccomandazioni sul loro uso vadano rivisti di frequente.

C’è infine la questione del tracciamento e dei test dei contatti di chi risulta positivo, anche con l’aiuto di app come la nostra “Immuni”. Il tracciamento dei contatti è una pratica tradizionale di salute pubblica, ed è risultata utile in vari paesi, dalla Cina alla Corea del Sud e a Israele. Ma pone anch’essa vari problemi pratici come la capacità di prelevare e analizzare i tamponi, o i limiti che stanno frenando un po’ in tutto il mondo l’utilità delle app di tracciamento: dalla volontarietà del loro impiego e delle segnalazioni di positività al fatto che, in molti ambienti di lavoro, i dipendenti non portano con sé gli abiti civili e i cellulari sul luogo in cui operano.

“I test al momento trovano il loro uso più proficuo nella valutazione e nel follow up dei contatti dei positivi, mentre le app e gli screening obbligatori sembrano essere soluzioni più complicate, meno efficienti e meno efficaci delle misure più tradizionali di salute pubblica” concludono Barnes e Sax.