Consenso informato

Condivisione dei dati dei pazienti: tra progressi e resistenze

di Luca Mario Nejrotti

Come variano le decisioni dei pazienti in merito alla condivisione delle loro cartelle cliniche elettroniche e dei biospecimen per la ricerca?

Tutela della privacy.

L’uso di dati personali senza il consenso esplicito dell’utente ha recentemente messo nei guai le aziende tecnologiche (vedi e vedi). Il discorso è ancora più delicato riguardo all’uso di cartelle cliniche e biospecimen, per scopi secondari come la ricerca. A questo riguardo, i pazienti generalmente non sono consapevoli del fatto che i loro dati deidentificati siano messi a disposizione dei ricercatori.

Un recente studio ha valutato 1246 pazienti che hanno completato un sondaggio sulla condivisione di dati e biospecimen. Ognuno è stato assegnato casualmente a uno di quattro diversi moduli, più semplici o più complessi, con cui indicare le proprie preferenze di condivisione.

Condivisione per il progresso.

I dati anonimi a livello di paziente condivisi per la ricerca clinica sono sempre più riconosciuti come una risorsa fondamentale e preziosa. Hanno un valore che va oltre il progetto di ricerca originale ma fornisce una banca di informazioni riutilizzabile e può aiutare a guidare la ricerca scientifica e le innovazioni oltre a migliorare l’assistenza ai pazienti, per questo nascono sempre più sistemi di raccolta informazioni e dati anonimi (vedi), che comunque richiederanno un ulteriore sforzo di omologazione per favorire la massima condivisione.

La forma conta.

I risultati suggeriscono che molti pazienti potrebbero essere disposti a condividere dati e biospecimen per la ricerca e che le affiliazioni dei ricercatori, la progettazione dei moduli di consenso, l’età dei pazienti e l’alfabetizzazione sanitaria sono associati alle decisioni sulla condivisione dei pazienti.

In generale, i risultati sono incoraggianti: la maggior parte dei pazienti sembrava a proprio agio nel condividere alcuni dei propri dati sanitari per il bene pubblico. Fintanto che questa disponibilità o consenso alla condivisione dei dati è fondato sulla comprensione da parte del paziente della storia, dei rischi e dei benefici della pratica, l’ampio supporto osservato nello studio sembra essere un grande segnale per l’assistenza sanitaria.

Tuttavia, bisogna tenere conto dei pazienti che non vogliono condividere i propri dati: solo 46 su 1246 pazienti (4%) nello studio, hanno respinto completamente la condivisione, ma il 77% dei pazienti ha rifiutato di condividere almeno alcuni dei propri dati e si è notata anche una maggiore riluttanza a condividere con enti a scopo di lucro. Questo in generale suggerisce che la maggior parte dei pazienti desidera davvero un certo controllo sull’adesione e che la trasparenza su chi è coinvolto negli accordi di condivisione dei dati sarà probabilmente la chiave per promuovere la fiducia e mantenere la volontà dei pazienti di condividere i propri dati. Rispettare i pazienti e garantire che la pratica di condivisione dei dati si fondi su basi etiche sicure richiede l’ascolto di coloro che rinunciano e lo sforzo per comprenderne meglio le ragioni, esperienze e contesti.

Vale anche la pena considerare quanto il paziente medio conosca le realtà della condivisione dei dati nell’assistenza sanitaria. Questo studio ha incluso una valutazione dell’alfabetizzazione sanitaria, ma anche i pazienti che hanno ottenuto un alto livello di alfabetizzazione sanitaria potrebbero non essere pienamente consapevoli di come funziona la condivisione dei dati.

Sebbene la storia di Henrietta Lacks (vedi) possa essere diventata di dominio pubblico mostrando come la condivisione dei dati o dei biospecimen si intersechi con questioni etiche relative a razza, consenso e proprietà, molti altri esempi che possano minare la fiducia nelle istituzioni sanitarie non sono così conosciuti.

Tuttavia, lo sviluppo di politiche etiche di condivisione dei dati e il supporto di un consenso veramente informato per le pratiche di condivisione dei dati stessi richiedono che le tensioni etiche e i rischi associati vengano effettivamente comunicati ai pazienti e al pubblico.

Fonti.

https://jamanetwork.com/journals/jamanetworkopen/fullarticle/2748592

https://jamanetwork.com/journals/jamanetworkopen/fullarticle/2748589

https://bmjopen.bmj.com/content/9/8/e032334