Contagio: un approccio narrativo per comprendere l’impatto psicologico e sociale della pandemia

“Contagio”, come riporta CancerWorld, sembra ormai una parola obsoleta nell’ambito medico. Le malattie trasmissibili non sono più descritte come “contagiose”: sono “infettive”, e “infettivi” sono gli agenti esaminati e studiati dai ricercatori oggi. Contagio è un termine che ricorda il passato, la storia della medicina. Parlare e scrivere di contagio evoca le pareti ammuffite di antichi sanatori, voci lamentose in corridoi scarsamente illuminati di ospedali, taumaturghi che interrogano la Luna e le stelle per scoprire cause ed esiti epidemici.

I termini “contagio” e “contaminazione”, però, possono anche veicolare un senso positivo. Le scienze umane hanno infatti, da tempo, sottolineato l’importanza del contagio creativo in relazione a idee, letteratura, cultura.

In Italia – il primo Paese dopo la Cina a essere pesantemente colpito dal nuovo coronavirus – al diffondersi del contagio, l’incredulità e la confusione causata dall’incertezza si sono scatenati. Una prima tempesta di disinformazione – si affermava che COVID-19 fosse semplicemente un’influenza stagionale, o che le medicine avrebbero potuto curarla o prevenirla – si è lentamente smorzata, lasciando dietro di sé paura, ansia e panico.

Oltre al “danno biologico” dell’infezione, in una situazione di questo genere devono essere valutati gli effetti a livello sociale e psicologico che si manifestano o potrebbero manifestarsi nella popolazione, fornendo strumenti per aiutare ad affrontare questa nuova insidiosa minaccia per la salute.

Il contagio, infatti, non è semplicemente un fatto individuale: il problema sta nelle sue dimensioni. Con i dibattiti scatenati ad esempio dalle incertezze che circondano mascherine e guanti, e i paragoni sull’efficacia di alcol, gel alcolici e sapone per il lavaggio delle mani, i benefici scientifici acquisiti dai concetti fondamentali come l’igiene potrebbero perdersi nell’oscurità epistemica che caratterizza la società postmoderna.

I danni psicologi causati dalla pandemia di COVID-19 saranno complessi e duraturi. Oltre a ciò che può essere descritto in termini di “ansia” e “attacchi di panico”, una nuova epidemia si profila all’orizzonte e questa volta riguarda uno stato psicologico. Il suo nome è familiare ai veterani di guerra, e anche agli oncologi: la sindrome da stress post-traumatico (PTSD, Post-Traumatic Stress Syndrome).

Le malattie potenzialmente letali sono state riconosciute come condizioni di stress che possono far precipitare nel dramma della PTSD – una sindrome che porta a sintomi come ricordi ricorrenti e indesiderati dell’evento traumatico, flashback, perdita del sonno, grave disagio emotivo, disturbi comportamentali, autolesionismo fino al suicidio, pensieri e atti antisociali. La PTSD può essere letale al pari di molte altre malattie, e il rischio di avere una causa/effetto di stress così diffuso tra la popolazione nazionale è evidente. Gli operatori sanitari, i sopravvissuti, i parenti delle vittime di COVID-19 e gli operatori del servizio pubblico sono tra i più a rischio. Lo stato precario di molte economie nazionali, che si trovano ad affrontare un’imminente crisi economica con conseguenti perdite di lavoro e benessere, può portare questo fattore di stress ad agire su un numero molto elevato di persone, deteriorando anche condizioni altrimenti stabili.

La pandemia porta a nuove domande. Come sarà il mondo dopo questa nuova malattia? Come possiamo gestire il passaggio dal lockdown totale a misure meno restrittive di contenimento? Come possiamo raggiungere e trattare il disagio mentale?

Per rispondere a queste domande – o almeno affrontarle in maniera organica – bisogna reclutare discipline confinanti con quella della psicopatologia, ad esempio la filosofia e le sue sotto-discipline. I filosofi mirano a mostrare come il contagio sia un “concetto totale” in senso antropologico. Mentre la malattia è un fatto biologico, l’esperienza di essa è chiaramente soggettiva. Gli scienziati potrebbero essere tentati di concentrarsi su biochimica, virologia e immunologia. Ma nel momento in cui lo fanno in maniera esclusiva, letteralmente non stanno prendendo in considerazione il mondo che si configura nella mente dei pazienti che, durante la malattia, stanno probabilmente vivendo la lotta in corso nei loro corpi in un modo non strettamente biologico.

La spinta alla conoscenza e la speranza per un futuro migliore sono valori che, ora più che mai, dovrebbero guidare non solo le azioni e gli studi dei medici di tutto il mondo, ma anche i contributi interdisciplinari di filosofi e discipline umanistiche. Dovremmo mirare, ora più che mai, a colmare il divario tra medico e paziente.