Coronavirus: le scoperte scientifiche tra marzo e aprile

di Maria Rosa De Marchi 

Con il passare del tempo, le notizie sul nuovo coronavirus (SARS-CoV-2) che provengono dalla comunità scientifica si fanno più dettagliate. Dai primi studi epidemiologici e genetici risalenti ai primi giorni di febbraio, si è arrivati alla pubblicazione da parte di Nature di un paper che ha fatto luce sulla struttura genetica del virus, intitolato “The proximal origin of SARS-CoV-2” e che è rimbalzato sulle maggiori testate giornalistiche mondiali.

Le ultime scoperte, tra analisi genetiche e potenziali farmaci

La scorsa settimana Nature ha dedicato un editoriale alla raccolta delle ultime scoperte scientifiche sul coronavirus che potrebbero aiutare a supportare la gestione clinica dei pazienti affetti dal virus e le terapie farmacologiche, oltre che lo sviluppo di un vaccino. Tra le novità, un team è riuscito a cristallizzare e analizzare la struttura di una delle proteine chiave del SARS-CoV-2, un enzima proteasi che il virus deve replicare all’interno del corpo dell’ospite. La struttura tridimensionale è risultata utile per identificare composti che potrebbero inibire la proteasi, legandosi a una tasca della proteina.

Altri articoli raccolti da Nature sono disponibili in preprint e ancora in attesa di revisione: tra questi, uno studio condotto su 175 pazienti guariti da coronavirus mostra che il 30% (soprattutto pazienti sotto i 40 anni) mostra livelli molto bassi o non rilevabili di anticorpi, suggerendo che la malattia potrebbe aver innescato in questo gruppo di pazienti un diverso tipo di risposta immunitaria.

Un altro studio ha verificato l’affidabilità di nove test diagnostici attualmente utilizzati per rilevare la presenza del SARS-CoV-2, che si affidano alla tecnologia della reazione a catena della polimerasi inversa quantitativa (qRT-PCR).

Le persone che hanno contratto il virus con sintomi gravi mostrano significativi miglioramenti dopo aver ricevuto trasfusione dai pazienti guariti: alla stessa conclusione sono giunti due gruppi di ricerca in modo indipendente.

Un team californiano ha ingegnerizzato cellule umane in modo da produrre una delle 26 proteine del coronavirus: questo ha permesso di identificare le proteine umane che interagiscono fisicamente con quella del SARS-CoV-2. Sono state identificate 332 interazioni con proteine umane; tra queste, 67 potrebbero essere potenziali bersagli farmacologici.

Lo sviluppo di un vaccino per il coronavirus

Sono partite molte sperimentazioni cliniche con farmaci antivirali potenzialmente in grado di mitigare o rallentare l’azione del virus sull’organismo: sul sito del Ministero della Salute è disponibile l’elenco completo. Per quanto riguarda un vaccino, il sito del Ministero riporta che l’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) è in contatto con gli sviluppatori di circa 12 potenziali vaccini. Per due di questi sono già stati avviati gli studi clinici di fase I, che rappresentano i primi studi necessari e sono condotti su volontari sani.

I tempi normali per lo sviluppo di un vaccino variano tra i 12 e i 18 mesi, quindi anche considerando tempi più veloci dettati dall’urgenza della pandemia, l’EMA stima che potrebbe essere necessario almeno un anno prima che un vaccino contro il COVID-19 sia pronto per essere approvato e sia disponibile in quantità sufficienti per consentirne un utilizzo diffuso.