Disabilità

COVID-19 e disabilità

Di Luca Mario Nejrotti

L’epidemia da COVID-19 ha messo in luce le debolezze dei sistemi di assistenza alle persone colpite da disabilità negli USA e in tutto il mondo.

La sparizione degli studenti.

Già prima del diffondersi della pandemia da COVID-19, la situazione generale del mercato del lavoro assistenziale era grave: per esempio nel Wisconsin, i professionisti disponibili erano circa il 26% in meno del quantitativo ottimale (vedi).

Per sopperire a questa carenza, le persone affette da disabilità normalmente si rivolgevano agli studenti ospiti dei campus vicini, ma con la pandemia gran parte degli studenti è tornata a casa dalle proprie famiglie, lasciando spesso “nei guai” i propri assistiti, che hanno dovuto arrangiarsi con personale ridotto, o spostandosi a propria volta a casa dei propri parenti o, quando possibile, risolvendosi a far da soli, con tutti i rischi e il carico aggiuntivo di problemi che ciò comporta.

Si tratta di un problema sentito anche in Italia, dove il 60% dei malati di SLA ha segnalato problemi nel ricevere cure e assistenza durante il lockdown, mentre il 70% ha interrotto la riabilitazione (vedi).

Le famiglie.

Come in Italia, anche negli USA la prima linea di protezione dei malati e dei disabili, quando lo stato sociale in qualche modo viene a mancare, sono le famiglie: molte persone colpite da disabilità sono tornate ad abitare presso i genitori durante il lockdown, riuscendo a ottenere quelle cure che non potevano più essere garantite, ma anche facendo spesso seri passi indietro nel proprio personale percorso di autonomia e indipendenza, rinunciando a routine consolidate importanti per il lavoro, il proprio benessere e la qualità della vita.

Senza dimenticare l’impegno aggiuntivo che si è venuto a creare per i parenti, non sempre idonei all’assistenza per limiti di età, esigenze di stile di vita o disponibilità economica.

La protezione della salute.

A complicare il quadro generale si è aggiunta la necessità di proteggere gli assistiti, spesso particolarmente vulnerabili, dalle possibilità di contagio da parte degli assistenti, più liberi di muoversi. In alcuni casi si è risolto permettendo al caregiver di andare a vivere presso l’assistito, condividendo con lui il lockdown. Quando ciò non è stato possibile, molte persone colpite da disabilità, che comunque mantenevano un certo grado di autonomia, hanno scelto di non avvalersi più dell’assistenza, data anche la carenza di dispositivi di protezione pure negli USA.

Questo ha significato affrontare da soli la vita quotidiana, aggravata dalle difficoltà della quarantena: una sfida molto pesante la cui unica alternativa era il ricovero in una residenza di assistenza, scelta molto difficile visto l’alto tasso di contagio in queste strutture che, nel solo Wisconsin, hanno avuto il 6% dei contagi nazionali e il 40% dei decessi.

Fonti.

https://www.npr.org/sections/health-shots/2020/06/16/875944357/people-with-disabilities-find-the-coronavirus-has-cut-them-off-from-their-caregi?t=1593008509622

https://www.disabili.com/medicina/articoli-qmedicinaq/il-70-delle-persone-con-sm-ha-dovuto-interrompere-la-riabilitazione-durante-il-lockdown