Covid-19 e i costi dell’infodemia per la salute pubblica

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

“La disinformazione ai tempi del coronavirus può uccidere. Abbiamo il dovere di proteggere i nostri cittadini rendendoli consapevoli della diffusione di informazioni false e denunciando i responsabili di tali pratiche”.  Così l’Alto rappresentante dell’Unione Europea per la politica estera e di sicurezza, Josep Borrell, aveva affermato presentando le iniziative finora messe in campo per la lotta contro la disinformazione in merito alla pandemia di coronavirus.  Si stima che a causa della disinformazione sul coronavirus almeno 800 persone potrebbero essere morte e 5.800 ricoverate in tutto il mondo, hanno scritto recentemente sull’American Journal of Tropical Medicine and Hygiene un team internazionale di ricercatori che ha voluto quantificare e mappare il fenomeno dell’infodemia da Covid-19 per poi valutarne l’impatto sulla salute pubblica.

Per farlo hanno passato al setaccio informazioni sul Covid-19 che sono circolate su Facebook, Twitter, su piattaforme e riviste online, tra il 31 dicembre 2019 e il 5 aprile 2020. “Abbiamo intercettato 2311 report collegati all’infodemia in 25 lingue diverse e in 87 paesi diversi”, scrivono i ricercatori. L’89% di questi classificabili come rumors, cioè come voci non confermate e strumentalmente rilevanti, il 7,8% come teorie complottiste e il 3,5% come stigma.  Le affermazioni (scorrette e pericolose) riguardavano la malattia, la trasmissione del virus e la mortalità (24%), le misure di controllo (21%), il trattamento e la cura (19%), la causa della malattia inclusa l’origine (15%), la violenza (1%) e altri aspetti vari (20 %). La mappatura dei report esaminati evidenzia che fake, rumors e teorie cospirative sono circolate per la gran parte in India, Usa, Cina, Spagna, Indonesia e Brasile.

“Ma – rimarcano gli autori – la disinformazione alimentata da rumors, stigma e teorie del complotto può avere implicazioni potenzialmente gravi sia per il singolo cittadino sia per la comunità se prioritaria rispetto alle linee guida basate sull’evidenza”. 

Prendiamo per esempio la bufala diffusa in diverse parti del modo che il consumo di alcol protegge dal Covid-19 o impedisce di esserne infettato. In Iran – un paese pesantemente colpito dalla pandemia, dove perlopiù il consumo di alcol è illegale –  728 persone sono morte per intossicazione da alcol tra il 20 febbraio e il 7 aprile, a fronte dei 66 decessi per la stessa causa registrati lo scorso anno, circa 5.000 persone sono state avvelenate dall’alcool metanolo e 90 hanno subito danni agli occhi o perso la vista.  In India, 12 persone (compresi cinque bambini) sono finiti in ospedale per aver bevuto un liquore a base di semi di Datura, una pianta velenosa. Secondo un video che circolava sul social i semi di questa pianta danno immunità contro Covid-19.  Gli esempi non si fermano qui. Ci sono stati casi di persone che hanno seguito i consigli medici, non evidence-based ma credibili, di mangiare grandi quantità di aglio o ingerire grandi quantità di vitamine per prevenire l’infezione. 

Da non sottovalutare, inoltre, lo stigma sociale alimentato dall’informazione su Covid-19 e favorito da una conoscenza insufficiente relativamente a come il nuovo coronavirus venga trasmesso e trattato e a come si possa prevenire l’infezione. In un documento pubblicato a fine febbraio, insieme all’International Federation of Red Cross e Red Crescent Societies e all’Unicef, l’Organizzazione Mondiale della Sanità scriveva che “l’attuale epidemia di COVID-19 ha provocato stigma sociale e comportamenti discriminatori nei confronti di persone appartenenti a determinate etnie e di chiunque si ritenga essere stato in contatto con il virus”. E allertava che lo stigma può minare la coesione sociale e può indurre ad un isolamento dei gruppi. “Ciò potrebbe contribuire a creare una situazione in cui il virus potrebbe avere maggiore – non minore – probabilità di diffusione. Ciò può comportare problemi di salute più gravi e maggiori difficoltà a controllare l’epidemia”.

L’articolo del American Journal of Tropical Medicine and Hygiene sottolinea che nell’Asia del sud lo stigma e il timore di discriminazione potrebbero aver contribuito ai contagi nel luoghi di cura. “Le persone con Covid-19 possono nascondere i loro sintomi o la loro probabile esposizione al virus durante le visite agli ospedali, esponendo a loro volta gli operatori sanitari a un possibile contagio”. Inoltre, durante questa pandemia, non sono mancati casi di violenza contro gli operatori sanitari e anche contro le strutture sanitarie quali potenziali untori (2).

“Le agenzie sanitarie devono tenere traccia in tempo reale della disinformazione associata al COVID-19 e coinvolgere le comunità locali e le parti interessate del governo per sfatare la disinformazione”, chiosano i ricercatori australiani. “Studi precedenti hanno rilevato che le persone visitano spesso i siti web delle agenzie sanitarie internazionali e i siti del ministero della salute per avere informazioni credibili. Raccomandiamo ai governi e alle agenzie sanitarie internazionali di continuare a pubblicare sui propri siti web informazioni corrette e appropriate al contesto supportate da prove scientifiche su Covid-19. Le agenzie nazionali e internazionali, comprese quelle deputate al fact-checking, non dovrebbero solo identificare e sfatare rumors e teorie del complotto, ma dovrebbero anche coinvolgere le società di social media per diffondere correttamente l’informazione”.

 

Bibliografia

  1. Islam MS, Sarkar T, Khan SH, et al. COVID-19–Related Infodemic and Its Impact on Public Health: A Global Social Media Analysis. Am J Trop Med Hyg 2020. Available online: 10 August 2020
  2. Kabananukye K, 2001. Denial, Discrimination and Stigmatisation: The Case of Ebola Epidemic in Some Districts. Kampala, Uganda: Ugandan Ministry of Health, National Ebola Task Force.
  3. McKay D, Heisler M, Mishori R, Catton H, Kloiber O, 2020. Attacks against healthcare personnel must stop, especially as the world fights COVID-19. Lancet 395: 1743–1745.