COVID-19: le scoperte scientifiche tra agosto e settembre

di Maria Rosa De Marchi 

Nel mondo la pandemia di COVID-19 non ha ancora visto una netta battuta d’arresto e, dal momento che gli studi clinici di fase III sono ancora in corso, la disponibilità di un vaccino sembra ancora lontana.

Sulla base degli ultimi dati disponibili sulla piattaforma di monitoraggio ufficiale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Italia sembra cavarsela abbastanza bene, dal momento che da agosto ad oggi il numero giornaliero di casi non ha ancora subito una vera e propria impennata, trend che invece è possibile osservare in altri Paesi come la Francia il Regno Unito.

Nel frattempo, il mondo della ricerca scientifica continua a studiare il virus SARS-CoV-2 e le sue conseguenze sull’organismo, cercando di fare luce sui meccanismi patologici della malattia. Nel corso di questi mesi così come dall’inizio della pandemia, la rivista Nature sta continuando a occuparsi di raccogliere gli aggiornamenti provenienti dai lavori più significativi pubblicati.

I test rivelano reinfezioni asintomatiche nel personale ospedaliero

In un lavoro pubblicato sulla rivista Clinical Infectious Diseases vengono analizzati i casi studio di due dipendenti ospedalieri indiani che avevano contratto il SARS-CoV-2 a maggio in modo asintomatico. Dopo essere risultati negativi a ulteriori test i due lavoratori erano ritornati in servizio per poi risultare nuovamente positivi circa tre mesi e mezzo dopo, sempre in modo asintomatico ma con una carica virale più alta rispetto alla precedente infezione. Dalle analisi genomiche è risultato che il virus che ha infettato i lavoratori la seconda volta era geneticamente diverso rispetto a quello che aveva causato la prima infezione. Il dato suggerisce che nelle due persone si sono verificate due infezioni distinte tra loro.

I difetti genetici collegati ai casi gravi di COVID-19

Un’analisi genetica pubblicata sulla rivista Science, condotta con l’obiettivo di identificare eventuali difetti genetici che determinano una maggiore gravità della malattia, ha coinvolto circa 1.000 pazienti che hanno subito una infezione grave di COVID-19. L’analisi ha mostrato che il 3,5% della popolazione in esame aveva mutazioni a carico di geni che promuovo la produzione di interferoni di tipo I.

In un altro studio condotto su persone che si erano gravemente ammalate di COVID-19, i ricercatori hanno trovato che più del 10% delle persone oggetto di studio possedevano anticorpi anti-interferoni di tipo I, rispetto allo 0,3% della popolazione generale. La scoperta sembra quindi identificare un potenziale target terapeutico utile soprattutto negli individui colpiti in modo grave dal virus.

La città brasiliana di Manaus potrebbe aver raggiunto l’immunità di gregge

In uno studio ancora non revisionato e disponibile in preprint è stata effettuata l’analisi di un campione di 6mila persone residenti nella città brasiliana di Manaus. Dalla proporzione di persone risultate positive alla ricerca anticorpale, gli autori stimano che circa il 66% della popolazione ha contratto il SARS-CoV-2 nella finestra temporale tra maggio (periodo in cui il contagio risultava massimo) a inizio agosto.

L’alta proporzione di individui con anticorpi suggerisce che la città potrebbe aver raggiunto l’immunità di gregge, scenario in cui un numero sufficiente di persone contagiate impedisce a un virus ulteriore diffusione. I risultati, ancora da sottoporre a revisione, devono però tenere conto di eventuali falsi positivi e negativi.

Perché il SARS-CoV-2 colpisce in modo più grave la popolazione anziana?

Un articolo pubblicato sulla rivista Cell attribuirebbe questo fatto a una risposta immunitaria più “disorganizzata” da parte della popolazione anziana, rispetto agli individui giovani. Gli studiosi hanno analizzato la risposta immunitaria adattativa in 24 persone i cui sintomi di COVID-19 variavano da lievi a fatali, scoprendo che le persone il cui sistema immunitario non riusciva a organizzarsi in tempi rapidi e attivare il sistema di risposta adattativo erano quelle in cui il virus si manifestava in modo più grave. La risposta non coordinata era particolarmente comune negli individui 30con più di 65 anni, indicando che sia gli anticorpi che le cellule T sono strumenti importanti con cui il corpo umano si difende da questo tipo di Coronavirus.