COVID-19: le scoperte scientifiche tra giugno e luglio

di Maria Rosa De Marchi

Notizie certe che riguardano un’eventuale proroga dello stato di emergenza in Italia, relativo alla situazione pandemia di COVID-19, sono attese a giorni e al momento, nell’incertezza relativa alle dinamiche del virus una volta arrivata la stagione autunnale, si parla di una proroga fino al 31 dicembre.

Nel frattempo, la comunità scientifica sta continuando a studiare in modo estensivo il SARS-CoV-2 e il suo comportamento; al 13 luglio, il database di letteratura scientifica PubMed può contare su una strabiliante quantità di 23.801 lavori dedicati completamente o in parte al virus e alle sue implicazioni dal punto di vista sanitario.

La rivista Nature, tramite il sito internet, dall’inizio della pandemia cerca di fare ordine su quanto pubblicato dai moltissimi gruppi di ricerca sparsi per il mondo (molti dei quali ancora in fase di preprint e che non hanno ancora ricevuto peer review) per evidenziare le scoperte più rilevanti e in grado di permettere avanzamenti terapeutici o gestionali.

Il problema degli asintomatici in una indagine di sieroprevalenza spagnola

In un lavoro pubblicato su Lancet, sono analizzati i risultati di uno studio di sieroprevalenza del SARS-CoV-2, condotto tra il 27 aprile e l’11 maggio su un campione di 61.000 residenti in Spagna, selezionati in modo casuale.  A livello nazionale, è stato osservato che il 5% delle persone è risultata positiva alla presenza di anticorpi anti- SARS-CoV-2 (percentuale che spaziava dal 10% registrato in aree ad alta densità urbana come Madrid a meno del 3%, osservato in zone costiere). Di queste, una persona su tre è risultata asintomatica, dato che ha portato gli autori a stimare che circa un milione di persone dall’inizio della pandemia abbia contratto la patologia ma non sia stato rilevato ufficialmente, in quanto l’assenza dei sintomi ha permesso all’infezione di passare inosservata.

Più di un miliardo di persone rischiano di manifestare sintomi gravi

Un’analisi pubblicata su Lancet mostra che a livello globale almeno il 20% della popolazione, cioè circa 1,7 miliardi di persone, possiede una patologia o una condizione che aumenta il rischio di sviluppare sintomi gravi in seguito a infezione da SARS-CoV-2. La conclusione è arrivata dall’analisi di dati provenienti da 188 Paesi che ha esaminato la prevalenza di diabete, patologie cardiovascolari e altri elementi che sono considerati predisponenti. Di questi, inoltre, la malattia di 350 milioni di persone richiederebbe ospedalizzazione.

Bar, locali di ritrovo e palestre possono supportare la “superdiffusione” del virus

I focolai di infezione sono correlati a situazioni in cui un gran numero di persone respirano assieme e condividono spazi limitati. Un team di ricerca giapponese ha analizzato 61 focolai, comprendenti almeno 5 persone infette. Molti di questi si sono verificati in ospedali e in altre strutture sanitarie, ma più della metà si è verificata in occasione di concerti, pranzi o cene al ristorante e in luoghi di lavoro. Un concerto, ad esempio, è stata la fonte di infezione per più di 30 persone. Il team ha identificato gli individui che probabilmente hanno scatenato 22 dei 61 focolai e hanno analizzato le tempistiche di diffusione di 16 di questi. Dai risultati è emerso che metà delle persone da cui è partita l’infezione aveva un’età inferiore ai 40 anni e che il 41% era asintomatico al momento della trasmissione del virus.

Cosa determina la comparsa di sintomi gravi?

Parallelamente, sono in atto indagini filogenetiche per comprendere che cosa determini la gravità dei sintomi del SARS-CoV-2. Al momento sono state identificate due varianti genetiche del virus, che differiscono tra loro in solo 2 nucleotidi (sui circa 30mila di cui sono composti). Le ipotesi più attuali dipingono uno scenario in cui le due varianti si sono originate da un antenato comune e si sono diffuse in modo indipendente l’una dall’altra: una all’interno del mercato di Wuhan, quella che è stata successivamente identificata alla fine di gennaio; l’altra, al di fuori di esso. Le due varianti geniche del virus, inoltre, non sembrano dare esiti patologici diversi. La responsabilità della gravità dell’infezione, secondo questo modello, ricadrebbe sul comportamento del sistema immunitario dell’ospite. Tra le caratteristiche più riportate nei pazienti gravi di COVID-19, Zhang et al. riportano la linfocitopenia (dovuta alla migrazione delle cellule T dal sangue al sito di infezione) e livelli molto elevati di citochine IL-6 e IL-8, la cosiddetta “tempesta citochinica”.

Al momento i dati ufficiali rilasciati sulla piattaforma dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) riportano globalmente 12,6 milioni di casi di COVID-19 confermati da analisi di laboratorio e 565mila decessi.