Dietro l’isolamento: alcol, violenza, tabacco

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

Secondo il report del Financial Times al 31 marzo, nel Regno Unito l’incremento delle vendite di alcolici è aumentato del 67 per cento, a fronte del 43 per cento delle vendite complessive dei supermercati. A riportare i dati è stato un editoriale di pochi giorni fa pubblicato su The BMJ, in cui gli autori affermano che la “la lotta ai danni causati dall’alcol deve essere parte integrante della risposta della nazione” all’emergenza sanitaria (1). Ilora Finlay, presidente della Commission on Alcohol Harms e Ian Gilmore, presidente della Alcohol Health Alliance sostengono che, adesso che a poco a poco compaiono segnali positivi che suggeriscono un certo controllo dei nuovi casi “è sempre più chiaro che se non ci prepariamo ad emergere dalla pandemia, vedremo un incremento del bilancio dei danni causati dall’alcol per un’intera generazione”.

Inoltre, il consumo di alcol – sottolineano gli autori – è strettamente correlato alla violenza domestica, “una delle prime caratteristiche del lockdown fu appunto un aumento delle chiamate alle organizzazioni di volontariato per la violenza domestica”. La relazione tra alcol e violenza, sostengono gli autori, è complessa, e non è semplice estrapolare dati certi. “Tuttavia, alcuni studi dimostrano che tra il 25% e il 50% di chi compie abusi domestici al momento della violenza aveva bevuto, e in alcuni studi questa percentuale è arrivata fino al 73%. (…) La review del Ministero degli Interni britannico, nel 2016, ha mostrato che l’alcol era coinvolto in quasi la metà degli omicidi domestici”. Finlay e Gilmore concludono che “non possiamo pretendere di essere una nazione che si sta riprendendo dal COVID-19 se non sosteniamo adeguatamente i più vulnerabili tra di noi”.

A far eco alle preoccupazioni espresse nell’editoriale britannico è anche Tony Rao, consulente psichiatra per gli anziani presso il South London and Maudsley NHS Foundation, che nel blog del BMJ sostiene che vi sia “un urgente bisogno di educazione alla salute pubblica per le persone anziane che sono in grado di ridurre o smettere di bere” (2). Sono proprio i figli del boom economico del secondo dopo guerra – i baby boomer – ad attirare l’attenzione del ricercatore inglese. Rao suggerisce di distogliere lo sguardo dai vicoli del sabato sera pieni di “festaioli” che in assenza di pub e locali aperti hanno iniziato a bere a casa – “negli Stati Uniti, le vendite online di alcolici sono più che raddoppiate rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso”. Osserviamo invece la generazione “nata tra il 1946 e il 1964, che ha mostrato il più rapido aumento del consumo di alcol rispetto a qualsiasi generazione prima o dopo di loro”, commenta Rao.

Come è ormai noto “sappiamo che le persone anziane sono maggiormente esposte al rischio di complicanze dovute alle conseguenze dannose del coronavirus, soprattutto se hanno una comorbilità associata”, prosegue Tony Rao. “E l’invecchiamento è noto per essere associato a una ridotta immunità alle infezioni, quale è il coronavirus. Ma cosa c’entra il bere? Da una recente review di 32 anni di ricerche pubblicate sul rapporto tra consumo di alcol e polmonite nella popolazione è emerso che per ogni 10-20 g di alcol in più al giorno – ovvero un bicchiere di vino o una pinta di birra – c’è stato un aumento del rischio di polmonite dell’8%. Se prevediamo che il coronavirus sia potenzialmente ancora più dannoso delle forme di influenza più comuni, qualsiasi quantità di alcol potrebbe essere dannoso per gli anziani”.

Se l’alcol è indubbiamente nocivo per l’organismo, soprattutto nei soggetti anziani e durante l’attuale pandemia, le correlazioni tra fumo di tabacco e decorso dell’infezione in pazienti affetti da COVID-19 sono ancora oggetto di discussioni. Come riporta una recente analisi di New Scientist, i dati emersi dai primi paesi colpiti da COVID-19 indicano che “la percentuale di fumatori tra quelli ricoverati in ospedale per COVID-19 era inferiore rispetto alla popolazione generale” – in Cina tra le persone in ospedale per COVID-19 solo l’8% era fumatore, lo stesso in Italia (3). Tuttavia, i dati potrebbero non essere validi, si legge nell’articolo di Clare Wilson, perché la maggior parte dei ricoveri in ospedale vede coinvolti gli anziani, in cui i tassi di fumo sono tra i più bassi.

La bassa incidenza di fumatori ricoverati in terapia intensiva ha dato ossigeno ad alcune prospettive che suggeriscono che i fumatori abbiano meno probabilità di essere contagiati dal Sars-CoV-2. A tal proposito Jean-Pierre Changeux dell’Istituto Pasteur di Parigi afferma che la nicotina riduce l’espressione e/o l’attività dell’enzima di conversione dell’angiotensina 2 (ACE2), che uno delle componenti principali del recettore utilizzato dal virus per fare il suo ingresso nella celulla. Di opinione contraria, prosegue il New Scientist, è Nick Hopkinson dell’Imperial College di Londra, che ha esaminato i dati relativi ad un’app scaricata da circa 1 milione e mezzo di persone nel Regno Unito per monitorare i casi di COVID-19. “I suoi risultati non sono ancora stati pubblicati, ma suggeriscono che i fumatori hanno circa il 25% in più di probabilità di sviluppare sintomi da COVID-19, sebbene ciò si basi sulle segnalazioni degli utenti, non dai test clinici”. L’analisi più logica, secondo Hopkinson, “prendendo in considerazione solo età e sesso, trova i fumatori a un rischio leggermente più alto di morire di COVID-19”, e sostiene che “l’affermazione secondo cui il fumo protegge dal virus è interessante e sconcertante allo stesso tempo, ma non regge alla verifica”.

 

Bibliografia 

  1. Covid-19 and alcohol – a dangerous cocktail. BMJ 2020; 369: m1987.
  2. Tony Rao: Reducing alcohol harm during self-isolation needs a measured approach. The BMJ opinion, 20 maggio 2020.
  3. Wilson C. Smoking probably puts you at greater risk of coronavirus, not less. New Scientist, 19 maggio 2020.