Fermato il contagio in Nuova Zelanda. Scienza, leadership e comunicazione

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

Qualche giorno fa la Nuova Zelanda ha annunciato di aver raggiunto la soglia del contagio zero in sei settimane. La sua carta vincente è stata l’aver adottato fin da subito un approccio aggressivo, scrive The Lancet. Un mese dopo che il paese aveva registrato il suo primo caso covid-19 e ne contava solo un centinaio, la premier Jacinda Ardern comunicò che sarebbe stato introdotto un rigoroso blocco nazionale: “Dobbiamo andare giù duro e dobbiamo fare presto”. Una scelta rapida e drastica elogiata a livello internazionale da molti, anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, ma inizialmente non immune da critiche.

Al posto del modello di mitigazione utilizzate tradizionalmente per contrastare le pandemie che si concentra sul ritardo dell’arrivo del virus, seguita da una serie di misure per appiattire la curva dei casi e deceduti, la Nuova Zelanda ha optato per la strategia di eliminazione.

Il 23 marzo ha chiuso le scuole e le attività commerciali non essenziali, annullato tutte le riunioni e vietato anche i viaggi interni. Il 25 marzo è passata alla “politica di eliminazione” che permetteva ai cittadini di avere contatti solo ed esclusivamente con i conviventi. Il 27 aprile ha registrato solo un nuovo caso, quattro “casi probabili” e un nuovo decesso. Se le misure di eliminazioni fossero state ritardate, avrebbero potuto esserci più di mille casi al giorno.

“I due principali vantaggi derivanti da una strategia di eliminazione sono la possibilità di avere pochi casi e pochi decessi e quella di riavviare l’attività. L’alternativa sarebbe stata quella di restare bloccati qui con il virus e bloccati tra mitigazione e soppressione. La soppressione è piuttosto sgradevole”, commenta l’epidemiologo Michael Baker, del Dipartimento di Salute pubblica dell’università di Otago, chiamato dal governo neozelandese a dare una consulenza per la risposta al COVID-19. “Mentre altri paesi hanno avuto un graduale aumento dei casi, il nostro approccio è stato esattamente l’opposto e ha funzionato”.

Il blocco completo – spiega l’epidemiologo – ha permesso al paese di mettere in funzione i sistemi chiave per gestire efficacemente i confini, e di tenere traccia dei contatti, test e sorveglianza. La geografia insulare e la bassa densità di popolazione in un paese che conta solo 5 milioni di abitanti ha sicuramente aiutato il contrasto al virus. Ma è anche pur vero che il governo ha saputo agire tempestivamente. Dal 22 gennaio sono stati fatti più di 150mila tamponi concentrandosi sulle persone con sintomi sospetti e con la tracciabilità di contatti sia stretti che casuali. Il Ministero della Salute sta considerando di rendere i tamponi più diffusi, in particolare in comunità più a rischio come quelle degli operatori sanitari e degli anziani nelle case di cura, e anche le analisi di campioni di fognatura per monitorare il controllo e l’eliminazione del virus.

Un altro merito che va riconosciuto alla Nuova Zelanda è la scelta di cosa e comunicare ai cittadini mettendo in primo piano la scienza e la leadership, con un linguaggio attento. “In altri paesi, sono state usare parole come guerra e battaglia che mettono le persone in uno stato d’animo negativo e di paura”, commenta Siouxsie Wiles, professore associato e capo del Bioluminescent Superbugs Lab dell’università di Auckland. “Qui invece la risposta ufficiale è stata guidata dal principio di non stigmatizzare e di unirci contro COVID-19”. La premier Jacinda Ardern  in lockdown è apparsa regolarmente sui social media, sorridendo e condividendo alcune parti della sua vita personale, ma senza sottovalutare la gravità della situazione. Questa comunicazione, scrive The Lancet, ha contribuito a costruire un rapporto di fiducia con i cittadini.

Con l’uscita graduale dal lockdown allentando delle misure restrittive e la ripresa dell’economia, la Nuova Zelanda ha valutato come può aprire i suoi confini assicurando che tutti siano protetti, in particolare le popolazioni sensibili. Il tutto senza perdere di vista la comunicazione verso i cittadini perché non si sentano traditi. “L’eliminazione per tutti significa che il virus non c’è più. Ma in termini epidemiologici, significa portare i casi a zero o vicino allo zero in una area geografica. Di casi ne vedremo ancora. Ma solo nelle persone arrivate da oltreoceano”, commenta l’epidemiologo Barker. “Siamo quasi arrivati. Non siamo ancora al traguardo. Per alcune settimane non vedremo quanto successo abbiamo avuto”.

 

Bibliografia

Cousins S. New Zealand eliminates COVID-19. The Lancet 2020; 395: 1474.