Fotografare la cura: un reportage ai tempi del covid-19

Claudio Colotti è un fotogiornalista che dal 20 al 26 aprile 2020 ha vissuto all’ospedale Torrette di Ancona e ha realizzato lì un reportage fotografico nei reparti. In 50 scatti, ha prodotto un racconto di immagini e parole estremamente ricco e profondo.
Il lavoro realizzato è comparabile ai fotoreportage di guerra, che documentano le foto dalla trincea. Durante la pandemia covid-19, infatti, gli ospedali sono stati un territorio off-limits per tutti, anche per i familiari dei degenti. Uno degli aspetti più drammatici è stata proprio l’impossibilità da parte dei malati di avere contatti con il mondo esterno: milioni di persone nel mondo hanno sofferto e centinaia di migliaia sono morte in solitudine, senza poter avere accanto il coniuge, i figli, i nipoti; l’ultimo sguardo scambiato attraverso una vetrata o sul monitor di un telefono. Tutto il personale medico, paramedico e socio-assistenziale impegnato negli ospedali si è improvvisamente trovato a essere l’unica presenza umana a testimoniare e dare un senso agli ultimi istanti di vita di persone sole.
Opere come questa, che hanno permesso al mondo di vedere ciò che succedeva negli ospedali e come lavoravano i medici, hanno un valore storico e informativo grandissimo sia oggi che per il futuro. È un reportage di forte impatto in cui traspare tutta l’umanità degli operatori sanitari. Grazie anche all’attenzione data alle forme che accentua la chiave principale di questo foto-racconto: l’atemporalità. Queste foto potrebbero essere state scattate tutte in un giorno o in un mese, non c’è alcuna distinzione temporale, non si capisce nemmeno se sono state scattate di notte o di giorno, come se effettivamente il tempo non contasse nulla all’interno dei reparti, a sottolineare la continuità, ma anche l’infinito lavoro degli operatori sanitari che svolgevano il proprio lavoro senza occuparsi del tempo.
Il foto-racconto è realizzato in bianco e nero, senza alcun effetto, ma al contrario offre immagini realiste, nitide, informative, dettagliate, riuscendo a creare sia storie e relazioni tra i personaggi all’interno di ciascuna fotografia, sia una evoluzione ritmica tra una fotografia e l’altra.
Prendersi cura delle persone anche attraverso l’ascolto, il dialogo e la professionalità è il loro lavoro e quella di “eroe” non è un’etichetta che fa per i medici. Colotti racconta che nessuno di loro si credeva un eroe, perché quello è il lavoro che fanno da sempre con la stessa cura e passione, magari con più ansia e paura in questo periodo, ma con la voglia di aiutare quei pazienti privati improvvisamente di tutto. Nonostante guanti, mascherine, occhiali a tenuta stagna, visiere in plexiglas, il coinvolgimento emotivo non è venuto meno.
“All’inizio ero schiva, il timore di poter essere contagiata mi spingeva a mantenere le distanze. Col passare dei giorni però mi sono resa conto che tanti di questi pazienti si sentivano demotivati, apatici e che sarebbe stato mio dovere far sentir loro una voce amica. Così, a poco a poco, mi è venuto naturale parlarci dalla corta distanza, toccare le loro mani, accarezzare i loro visi. La cura normalmente passa anche attraverso questi piccoli gesti, ma per un paziente covid abituato a vedere solo infermieri e medici senza volto diventano ancora più significativi”, si legge accanto alla foto di una fisioterapista che, con estrema cura, aiuta nei movimenti un anziano paziente.
Un’infermiera racconta invece: “Una signora, una delle ultime a essere dimesse ci ha chiesto i nostri nomi per vedere su Facebook come eravamo fatte. Quando ha visto le nostre foto si è commossa, ha detto che eravamo belle. Quel ‘belle’ per me è stata un’emozione indescrivibile, fino a quel momento non avevamo un volto, mi ha restituito parte della mia identità”.
La partita contro il coronavirus si è giocata tanto sul piano medico quanto su quello umano e psicologico, perché la sfida per molti operatori sanitari è stata rimanere umani e stabilire un contatto empatico con i malati nonostante i necessari sistemi di protezione tendessero all’isolamento e all’atomizzazione del personale. Il reportage fotografico è un compendio di gesti, posture e testimonianze della sfera più intima e psicologica del personale sanitario, che mostra da un lato la brutalità della malattia e dall’altro la grandezza del lavoro di persone che l’hanno combattuta in prima linea. Nelle fotografie è protagonista la cura: quella della professionalità senza distacco, dell’empatia, della determinazione e del coraggio, della dolcezza di sguardi e gesti, accanto ai quali i farmaci, le attrezzature e i dispositivi, seppur utili, appaiono come strumenti accessori.
La composizione delle fotografie di Claudio Colotti, ci suggerisce che la tecnologia, i farmaci, i dispositivi, sono solo una parte accessoria della cura che in questa situazione ha rivelato tutti i propri limiti, e che invece sono centrali i pensieri e i gesti, le persone e la loro capacità di affrontare una drammatica incertezza alla quale – a epidemia ormai in fase di risoluzione – non siamo ancora riusciti a dare risposte. In altre parole, la cura sono le persone e la loro capacità di instaurare un rapporto con l’altro.

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