I “tracciatori di contatti” nel Regno Unito e negli Stati Uniti

di Maria Rosa De Marchi

Molti Paesi, tra cui l’Italia, hanno adottato sistemi di contact tracing, come parte di una strategia collegata all’esecuzione di test diagnostici su porzioni di popolazione e al contenimento della diffusione del contagio da SARS-CoV-2. Nel Regno Unito e negli Stati Uniti si è assistito a un boom di iscrizioni a corsi online con l’obiettivo di insegnare i sistemi di contact tracing, in particolare i concetti e i metodi che sono serviti a Paesi come la Corea del Sud, Singapore e Taiwan durante la pandemia.

Mentre, però, in questi ultimi si fa affidamento a tecnologie scaricabili, nei primi la fiducia è riposta nell’uomo, dal momento che questi corsi servirebbero a formare dei “tracciatori di contatti” professionali: negli Stati Uniti più di mezzo milione di persone si sono iscritte a un corso online della Johns Hopkins University, mentre nel Regno Unito 20mila persone sono state reclutate per effettuare questo lavoro.

I tracciatori e le tecniche di comunicazione

Dove finiscono i lati positivi dell’iniziativa e iniziano le limitazioni? Del fenomeno se ne è occupato un articolo del New England Journal of Medicine. Affidare a persone, piuttosto che alla tecnologia, questo compito ha i suoi lati negativi. Le tecniche di comunicazione dei tracciatori di contatti necessitano di essere adeguate al compito che devono svolgere. La trasmissione di alcune informazioni, come i sintomi a cui prestare attenzione o le linee guida locali, appare semplice dal momento che è principalmente standardizzata ed effettuata nello stesso modo.

Quello che fa la differenza è l’impatto del tracciatore di contatti, che deve stabilire un rapporto con il contatto, rendersi significativo, elementi che invece difficilmente possono essere insegnati, soprattutto con un corso online di relativa breve durata. In particolar modo nel Regno Unito, la preparazione dei tracciatori di contatti si è dimostrata non in grado di gestire la paura e l’ansia delle persone a cui viene chiesto di divulgare informazioni personali ai fini del tracciamento. L’incapacità del tracciatore di convincere le persone a adottare comportamenti sicuri potrebbe rivelarsi impattante in termini di perdite umane.

I limiti della persuasione e della libera collaborazione

Il mestiere non è nuovo, in realtà. Già dalla metà del XIX secolo degli ispettori sanitari, antesignani degli attuali tracciatori di contatti, venivano impiegati nel Regno Unito, con derive più o meno prevedibili nei tempi passati. Dove non funzionava, nel rapporto con il contatto, la libera collaborazione, entravano in gioco prima la persuasione, poi l’obbligo sotto minaccia e poi l’offerta di denaro. L’esempio può portare a comprendere i limiti del potere della persuasione e della libera collaborazione anche al giorno d’oggi, nonostante l’evoluzione dei rapporti sociali, durante la pandemia di COVID-19.

Immuni e l’adozione in Italia

In altri Paesi, invece, come in Italia, sono stati adottati sistemi di tracciamento digitale, anche se con esiti controversi. In seguito all’iniziale timore relativo alla protezione dei dati personali, l’app Immuni, dedicata al tracciamento dei contatti, è stata resa disponibile per il download a partire dai primi di giugno scorso.

Secondo i dati diffusi da Il Sole 24 Ore, al 4 settembre la app contava 5,4 milioni di download, cioè è stata scaricata dal 14% della popolazione italiana tra i 14 e i 75 anni che possiede uno smartphone. I positivi finora registrati dalla app sono stati 155 e di conseguenza sono state 1.878 le persone che hanno ricevuto la notifica di essere venute a contatto con persone contagiate. Un sistema, quindi, che sembra essere promettente, ma che ad oggi necessita di maggiore implementazione su tutto il territorio nazionale.