Il bias del pregiudizio cognitivo al tempo della pandemia da COVID-19

La pandemia di COVID-19 che si è diffusa in tutto il mondo dall’inizio del 2020 ha acceso l’attenzione sulle scelte di comunicazione applicate in contesti differenti e sui risultati ottenuti. Scienziati e governi di tutto il mondo si sono trovati ad affrontare – spesso impreparati – una comunicazione di crisi assolutamente fuori dal comune. La pandemia, infatti, ha presentato diversi messaggi e nuovi contesti da analizzare.

La situazione di emergenza ha messo in luce la fatica degli Stati Uniti e degli altri governi nell’inviare messaggi ufficiali, coordinati e coerenti. In particolare negli Stati Uniti, il presidente Donald Trump ha contestato spesso i governatori e sminuito il ruolo dei media e della scienza. Alcuni Stati, più vicini ai repubblicani, hanno prediletto un approccio comunicativo che salvaguardasse l’economia. Altri, invece, hanno messo al primo posto la salute promuovendo la social-distancing e lo “stay at home”. I funzionari dei Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC), la Task Force Coronavirus della Casa Bianca e altri esperti sanitari si sono concentrati sulla diffusione di un messaggio orientato alla salute pubblica: lavaggio delle mani, pulizia delle superfici, uso di mascherine e  distanza sociale.

È probabile che i cittadini statunitensi abbiano ripetutamente recepito entrambi i messaggi – quelli sulla dimensione economica della crisi da una parte e quelli sulla salvaguardia della salute pubblica dall’altra – da quando la pandemia è stata dichiarata emergenza nazionale il 13 marzo 2020. Sulla base del discorso dei media americani, queste considerazioni opposte sono state probabilmente messe in competizione tra loro nella mente della maggior parte dei riceventi.

Aaron Deslatte, della Bloomington University in Indiana, ha svolto uno studio sui quadri comunicativi al tempo della pandemia. Questo studio presenta i risultati di un’indagine sperimentale nel corso della quale le informazioni sulla salute pubblica relative a COVID-19 sono state trasmesse a gruppi di adulti statunitensi.

Lo studio, condotto da ricercatori in scienze politiche, psicologia e pubblica amministrazione, ha identificato gli effetti dell’inquadramento (“framing effect”), in cui i destinatari traggono conclusioni diametralmente opposte su una problematica o un’iniziativa politica basandosi sulla ricezione di considerazioni sostanzialmente distinte riguardanti la tematica.

Si ipotizza innanzitutto che i messaggi orientati alla salvaguardia della salute pubblica includano, vedendoli positivamente, gli imperativi sulla distanza sociale. Nella seconda ipotesi invece, con messaggi provenienti da esperti e scienziati, che inviano messaggi con toni negativi orientati a salvaguardare la salute pubblica.

Il campione di intervistati (reperiti online) è stato costruito in modo da rispecchiare il più possibile le reali proporzioni della demografia americana (etnia, sesso, scolarizzazione, occupazione ecc.), reclutando gli intervistati con sede negli Stati Uniti su due ondate (mattina e sera) in 24 ore, così da coprire anche un’ampia fascia geografica.

Prima dell’intervista a una parte dei rispondenti (il gruppo economico) sono stati fatti vedere messaggi con immagini e conferenze stampa di autorità e scienziati che invitavano alla prudenza e alla distanza sociale. A un secondo gruppo di intervistati (gruppo salute pubblica), invece, hanno mostrato gli stessi messaggi ma senza le immagini. I partecipanti sono stati poi invitati a rispondere a un questionario sulle loro decisioni in merito a quelle che credevano le migliori iniziative per non diffondere il contagio di COVID-19. Il risultato sembra mostrare che un messaggio inquadrato nel frame della salute pubblica è in grado di influenzare maggiormente le scelte dei cittadini.

In conclusione l’analisi suggerisce che i messaggi a favore della salute pubblica ottengano una partecipazione e un cambiamento di abitudini a favore della distanza sociale maggiore rispetto a quelli inquadrati nel frame della crisi economica. I cittadini che ricevono inviti al distanziamento sociale in favore della salute pubblica, infatti, eviteranno maggiormente interazioni e spostamenti inutili.

Tuttavia questo studio risulta essere carente, poiché non tiene conto di diversi fattori caratteristici della popolazione americana. La ricerca è stata ad esempio avviata quando era già stato annunciato il lockdown, quindi quando i cittadini erano già stati saturati dai messaggi e dalle informazioni relative al distanziamento sociale, ai dispositivi di protezione individuale ecc. I risultati potrebbero quindi essere stati falsati dai messaggi che i rispondenti hanno ricevuto nelle settimane precedenti l’esperimento.

Probabilmente in un periodo non caratterizzato dall’emergenza pandemica, infatti, questa ricerca avrebbe avuto dei risultati diversi. In fase di progettazione lo studio non ha previsto un gruppo di intervistati che non avesse ricevuto nessun tipo di informazione a proposito della pandemia da COVID-19, questo probabilmente perché in una situazione di emergenza pandemica come quella in atto non era realistico pensare di reperire un gruppo totalmente “ignorante” sull’argomento.

Lo studio, infine, non prende in considerazione l’identità di parte dei cittadini americani: gli studi successivi a questa ricerca stanno infatti indagando sull’appartenenza a un partito o all’altro e la conseguente interpretazione di messaggi riguardanti la salute pubblica e COVID-19. La natura “iper-partigiana” del discorso politico americano e la conseguente sfiducia nelle competenze scientifiche e amministrative continueranno a essere un argomento di estrema importanza per gli studi in corso.