Il costo delle sigarette

Di Sara Boggio

Quando economia e salute sono in conflitto, la battaglia è tendenzialmente ad armi impari. Tra i tanti esempi del caso, le politiche che ruotano intorno al consumo del tabacco sono piuttosto rappresentative.

“Sono in pochi, oggi, a mettere in dubbio che il fumo stia danneggiando la salute su scala globale”, constatava il BMJ all’alba del nuovo millennio (in un articolo, pubblicato nel 2000, di cui qui si può leggere l’abstract). “Nonostante ciò, molti governi hanno evitato di prendere provvedimenti per il contenimento dei consumi (per esempio con una tassazione maggiore) per timore delle conseguenze in ambito economico”. Per questo motivo, raccontava allora il BMJ, Banca Mondiale e Organizzazione Mondiale della Sanità avevano avviato uno studio globale sull’economia del tabacco, condotto da un gruppo di 40 economisti, epidemiologi ed esperti di politiche di settore. Lo studio aveva esaminato lo stato dell’arte della situazione, con lo scopo di raccogliere evidenze per lo sviluppo di politiche efficaci in ogni paese del mondo, in particolare in quelli a medio e a basso reddito in cui vive la maggior parte dei fumatori.

Tra i provvedimenti utili a ridurre i consumi, lo studio citava una serie di strumenti noti (far circolare più diffusamente le informazioni sui danni che provoca il fumo, imporre restrizioni a campagne pubblicitarie e offerte promozionali, porre bene in evidenza le avvertenze sui rischi di salute, limitare gli spazi in cui è consentito fumare, ecc.). Lo strumento più efficace per ridurre la domanda di tabacco risultava però un altro: l’aumento della tassazione. Un incremento delle imposte tale da aumentare il costo delle sigarette del 10%, sosteneva lo studio, ridurrebbe i consumi del 4% nei paesi ad alto reddito e dell’8% nei paesi a reddito medio e basso.

A distanza di quasi vent’anni, una ricerca pubblicata qualche settimana fa, sempre sul BMJ (vedi), ribadisce che aumentare il prezzo delle sigarette sarebbe uno strumento di prevenzione di grande utilità, sia sul fronte della salute che su quello economico, soprattutto per le fasce di popolazione a basso reddito.

La ricerca è stata condotta dal Global Tobacco Economics Consortium (l’elenco completo degli autori è citato in calce all’articolo del BMJ) e si basa su un modello compartimentale semplice (sviluppato dall’Asian Development Bank per un’analisi analoga, svolta in precedenza) che stima l’impatto dell’aumento di prezzo delle sigarette sui seguenti parametri: anni di vita guadagnati (life years gained), costi sanitari risparmiati, numero di individui in grado di evitare spese sanitarie catastrofiche e povertà estrema, tasse addizionali (per compensare quelle perse con la contrazione delle vendite). I paesi presi in esame sono 13, a medio reddito, in cui vivono complessivamente 2 miliardi di persone e 500 milioni di fumatori (le stime si basano sul solo campione maschile).

In base ai risultati ottenuti, sarebbe la fascia di popolazione a basso reddito a ottenere i benefici più significativi.

Raddoppiando il prezzo delle sigarette, il numero di anni di vita guadagnati dalla fascia di popolazione povera sarebbe 6,7 volte superiore rispetto a quello calcolato per la fascia più ricca. Le stime individuali, relative agli anni di vita guadagnati da ciascun ex-fumatore, indicano quasi un anno e mezzo (1,46) nella fascia a basso reddito contro poco più di due mesi (0,23) nella fascia ad alto reddito. Sul fronte dei risparmi (complessivamente stimati in 157 miliardi di dollari), la popolazione povera risparmierebbe quasi cinque volte tanto rispetto alla fascia ad alto reddito (46 miliardi di dollari contro 10). Nei 7 paesi che non dispongono di copertura sanitaria universale, sono stimati in 15,5 milioni gli individui che, smettendo di fumare, potrebbero evitare spese sanitarie insostenibili. Infine, per quanto riguarda il capitolo delle tasse addizionali (calcolate in 122 miliardi di dollari), la fascia povera pagherebbe la metà rispetto a quella ricca.

Riassumendo, le fasce economicamente svantaggiate potrebbero beneficiare del 31% degli anni di vita in più e del 29% dei costi risparmiati, pagando soltanto il 10% delle tasse di compensazione. Gli autori della ricerca sottolineano che la manovra sarebbe quindi cruciale per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile, sia per quanto riguarda la prevenzione delle malattie non trasmissibili che la riduzione della povertà. Ma il dubbio che rimane è il solito: ammesso e non concesso che, posta in questi termini, l’argomentazione sia più convincente, chi ne terrà conto?