Il COVID-19 può danneggiare il sistema nervoso

di Maria Rosa De Marchi 

Le evidenze finora emerse indicano che tra le conseguenze dell’infezione da SARS-CoV-2, come recentemente discusso in un editoriale pubblicato su Nature, potrebbero esserci anche danni a carico del sistema nervoso.

Durante i primi mesi della pandemia, gli sforzi medici si sono focalizzati soprattutto nel garantire che i pazienti continuassero a respirare, dal momento che i danni maggiori del virus si localizzano a livello del sistema respiratorio e cardiocircolatorio. Dopo poco tempo, hanno iniziato ad accumularsi evidenze di una offesa a livello neurologico a carico di alcuni pazienti che avevano contratto il virus. Alcune persone ricoverate hanno avuto sintomi psichiatrici, come delirio, confusione, disorientamento e agitazione. Lo scorso aprile un gruppo di studio giapponese ha pubblicato il primo report su un paziente con infiammazione del tessuto cerebrale; un altro report ha descritto un paziente con deterioramento della mielina.

Alcuni tipi di virus sono in grado di penetrare nelle regioni cerebrali, ma non è chiaro se la capacità sia propria anche del SARS-CoV-2. I sintomi neurologici osservati in alcuni pazienti potrebbero essere causati dall’iperstimolazione del sistema immunitario. È cruciale comprendere questo meccanismo, dal momento che i due scenari richiedono trattamenti completamente diversi. È inoltre necessario identificare biomarcatori in grado di distinguere efficacemente tra le due situazioni. In un articolo in pre-print era stato dimostrato che il SARS-CoV-2, in vitro e utilizzando organi sintetici, è in grado di infettare neuroni, uccidendone alcuni e riducendo il numero di sinapsi di collegamento. Ad ogni modo, rimane aperta la questione su come il virus riesca a raggiungere il distretto cerebrale.

In un articolo pubblicato a giugno, un team inglese ha analizzato le caratteristiche di 125 persone infettate da SARS-CoV-2 che avevano manifestato sintomi neurologici. Di queste, il 62% aveva subito infarto o emorragia e il 31% aveva sperimentato alterazioni dello stato mentale, come confusione o stato di incoscienza per periodi prolungati. Inoltre, non tutte le persone che hanno manifestato sintomi neurologici erano state ricoverate in terapia intensiva per COVID-19: secondo lo studio, alcuni pazienti erano giovani e non presentavano fattori di rischio tipici dell’infarto.

La lista dei sintomi neurologici ad oggi correlata all’infezione da SARS-CoV-2 include infarto, emorragia cerebrale e perdita della memoria. Non è ancora chiara la dimensione del fenomeno. Un altro studio pubblicato a luglio ha stimato la prevalenza utilizzando dati epidemiologici ricavati da altri tipi di coronavirus. Dal momento che sintomi che coinvolgevano il sistema nervoso centrale si sono manifestati in almeno lo 0,04% di persone con la SARS e nello 0,2% di persone con la MERS, se i casi confermati di COVID-19 sono circa 28,2 milioni nel mondo, potrebbe significare che tra le 10mila e le 50mila persone potrebbero manifestare sintomi neurologici, alcune delle quali a lungo termine.

Alle conseguenze della pandemia a lungo termine già note se ne registra quindi un’altra, che va ad aggiungersi a quelle derivanti dai ritardi diagnostici causati dal lockdown e a quelle causate dalla riorganizzazione dei sistemi sanitari. Sono attesi per il futuro studi di follow-up sui pazienti di COVID-19 che siano in grado di far luce su questo aspetto finora poco compreso e considerato.