Il ruolo della dissonanza cognitiva nella pandemia

Nel momento in cui si assume una posizione sul COVID-19, riconoscendone la gravità oppure negandola, iniziamo a giustificare la saggezza della nostra scelta e troviamo ragioni per scartare l’alternativa.

La dissonanza cognitiva è il meccanismo motivazionale che sta alla base della riluttanza ad ammettere i propri errori anche di fronte a risultati scientifici, anche quando questi risultati possono salvarci la vita. Questa dinamica si è manifestata durante la pandemia tra le molte persone che si rifiutano di indossare mascherine o di praticare il distanziamento sociale. Il tema è affrontato su The Atlantic dagli psicologi sociali Carol Tarvis e Elliot Aronson, da cinquant’anni esperto di meccanismi sociali e dissonanze cognitive.

La , definizione coniata da Leon Festinger negli anni ‘50, descrive il disagio che le persone provano quando due idee che ritengono vere si contraddicono. Festinger, a metà degli anni ‘50, ne ha sviluppato la teoria dimostrando che il conflitto è più doloroso quando l’evidenza colpisce il cuore di come vediamo noi stessi, quando minaccia la nostra convinzione di essere buoni, etici, competenti o intelligenti. Poiché le persone giustificano ogni passo compiuto dopo la decisione originale, troveranno più difficile ammettere di aver sbagliato fin dall’inizio. Soprattutto quando il risultato finale si rivela sbagliato o dannoso.

Uno dei più famosi esperimenti di Festinger ha mostrato che le persone che hanno dovuto affrontare un processo spiacevole e imbarazzante per essere ammessi a un gruppo di discussione (progettato appositamente per essere composto da partecipanti noiosi e supponenti), hanno riferito in seguito di apprezzare quel gruppo molto più di quelli a cui era permesso unirsi dopo aver fatto poco o nessun sforzo. Attraversare prove difficili o fastidiose per raggiungere qualcosa che si rivela noioso, vessatorio o una perdita di tempo crea dissonanza: “Sono intelligente, quindi come sono finito in questo stupido gruppo?”. Per ridurre tale dissonanza, i partecipanti si sono inconsciamente concentrati su ciò che poteva essere buono o interessante nel gruppo stesso. Chi invece non aveva faticato per entrare nel gruppo poteva vedere più facilmente la realtà – e quanto fosse noiosa – poiché aveva investito poco nell’adesione, e dunque la dissonanza da ridurre era minima.

La psicologa sociale Lee Ross, nel corso di un esperimento sui metodi per ridurre l’aspro conflitto tra israeliani e palestinesi, ha preso alcune proposte di pace create dai negoziatori israeliani, le ha etichettate come proposte palestinesi e ha chiesto ai cittadini israeliani di giudicarle. “Agli israeliani è piaciuta la proposta palestinese attribuita a Israele, più di quanto non gli piacesse la proposta israeliana attribuita ai palestinesi” ha spiegato la ricercatrice.

La cognizione che “voglio tornare al lavoro” o “voglio andare al bar per vedere i miei amici” è dissonante con qualsiasi informazione suggerisca che queste azioni potrebbero essere pericolose, se non per gli individui stessi, sicuramente per gli altri con cui interagiscono.

Come risolvere questa dissonanza? Le persone, per fare due esempi opposti, potrebbero evitare la folla, le feste e i bar e indossare una mascherina, oppure tornare ai loro vecchi comportamenti. Per preservare la loro convinzione di essere intelligenti e competenti, e quindi continuare a credere che non farebbero mai nulla di stupido che li porterebbe magari a rischiare la vita, avranno bisogno di giustificazioni ai loro comportamenti: affermeranno allora che le mascherine compromettono la capacità di respirare, negheranno che la pandemia sia grave o protesteranno per la loro libertà: fare ciò che preferiscono è fondamentale. Il vicepresidente Mike Pence ha espresso così il suo incoraggiamento alle persone che si stavano radunando in occasione di un incontro con Trump: “Il diritto di riunirsi pacificamente è sancito nel Primo Emendamento della Costituzione”.

Oggi, mentre affrontiamo le molte incognite della pandemia da coronavirus, tutti noi stiamo affrontando decisioni molto difficili sulle nostre relazioni umane. Il modo in cui rispondiamo a queste domande ha importanti implicazioni per la nostra salute come individui e come membri della nostra comunità. Ancora più importante, e molto meno ovvio, è che a causa dell’inconscia volontà di ridurre la dissonanza, il modo in cui decidiamo di riprendere ad avere una vita sociale ha ripercussioni sul modo in cui ci comportiamo dopo aver preso la nostra decisione iniziale. Saremo flessibili o continueremo ad aumentare la dissonanza insistendo sul fatto che le nostre prime decisioni erano giuste?

Sebbene sia difficile, cambiare idea non è impossibile. La sfida è trovare un modo di convivere con l’incertezza, prendere le decisioni più informate che possiamo, ed essere in grado di modificarle quando le prove scientifiche lo impongono.

Questo virus impone a tutti di cambiare idea man mano che gli scienziati faranno nuove scoperte. Potremmo dover rinunciare ad alcune pratiche e credenze di cui ora siamo sicuri, o magari potrebbe già essere successo. L’alternativa sarà ignorare l’errore, replicarlo e attendere che il del virus scompaia miracolosamente.