Il turismo odontoiatrico durante la pandemia di COVID-19

di Maria Rosa De Marchi 

Con la ripresa dei viaggi riprenderà anche il turismo odontoiatrico? La pratica, relativa alla ricerca di trattamenti dentali al di fuori del proprio Paese, è adottata da anni in molti Paesi. Come tutte le attività legate ai viaggi, il turismo odontoiatrico è stato oggetto di una brusca frenata nella prima metà del 2020.  

Adesso, sembra che la pandemia di COVID-19 (almeno nella regione mediterranea) si stia prendendo una pausa. Alcune attività considerate normali prima della pandemia sono ricominciate; tra queste anche il turismo odontoiatrico. A rendere i viaggi ancora complicati, le linee guida di distanziamento sociale, le limitazioni imposte per contenere la diffusione del coronavirus, la minore operatività dei voli internazionali e la minore disponibilità di strutture alberghiere da utilizzare durante la permanenza nel Paese straniero.

Il Dental Tribune riporta il turismo odontoiatrico come uno dei settori che contribuiscono di più a quello più ampio del turismo medico. Solo negli Stati Uniti, secondo i dati riportati dalla testata online, 1,4 milioni di persone viaggiano verso Paesi come Messico, Costa Rica, Israele e Tailandia per ricevere cure mediche. Di queste, si stima che circa il 70% sia di tipo odontoiatrico.

Il settore presenta non poche problematiche: i tempi di esecuzione delle procedure odontoiatriche sono compattati, necessità dettata dalle tempistiche ristrette di chi si reca all’estero per ricevere i trattamenti. Le tempistiche risultano quindi inferiori rispetto ai tempi biologici di guarigione e stabilizzazione dei tessuti necessari per garantire una opportuna sicurezza del paziente. Inoltre, il turismo odontoiatrico spesso prevede l’esecuzione di terapie molto complesse che hanno necessità di svilupparsi in tempi medio-lunghi e la cui esecuzione in tempi brevi, anche in questo caso, non pone il paziente nelle adeguate condizioni di sicurezza.

L’Analisi Congiunturale 2019 del Servizio Studi ANDI aveva evidenziato andamenti variabili per quanto riguarda il fatturato dei dentisti; tra i dati emersi, i dentisti che lamentavano un calo del fatturato avevano attribuito la motivazione per il 51,4% dei casi all’aumento del turismo odontoiatrico.

Il tema del turismo odontoiatrico non è nuovo nel mercato e non lo è neanche alla stampa nazionale italiana. In passato è stata evidenziata una comunicazione al pubblico non sempre trasparente e guidata da una valutazione obiettiva del fenomeno, mirata a evidenziarne pro e contro.

Lo sottolineava già qualche anno fa Gianluigi D’Agostino, Presidente della Commissione Albo Odontoiatri (CAO) di Torino. “Quando si parla di sanità, informazione e pubblicità non possono essere confusi. Un giornalismo di qualità non può ridursi ad un sentito dire, ad una narrazione enfatica senza confronti”. Fondamentale quindi è puntare su informazione di qualità e sulla tutela dei pazienti.

Alcuni studi si sono occupati di cercare di analizzare le motivazioni che spingono le persone a cercare assistenza sanitaria all’estero rispetto al proprio Paese di residenza. Tra gli elementi chiave che influenzano la scelta del dentista, secondo un articolo pubblicato nel 2017 su Swiss Dental Journal SSO, l’elemento che impatta maggiormente è il costo delle prestazioni odontoiatriche. Il turismo dentale quindi, a fronte di questa forte motivazione, resiste, nonostante le numerose potenziali problematiche evidenziate. Tra queste anche le difficoltà comunicative legate a una lingua diversa, le diverse normative che riguardano la pratica medica e l’inadeguata relazione di fiducia tra medico e paziente.

Da una parte, quindi, un costo inferiore; dall’altra, profonde diversità relative alle garanzie normative sui materiali, alle tecniche di costruzione dei manufatti e alle politiche di protezione dei pazienti. Le caratteristiche, complessivamente, rendono il turismo odontoiatrico un fenomeno con numerose problematiche, rischi e criticità.