Innovazioni tecnologiche e risparmio in campo sanitario

Di Luca Mario Nejrotti

Ultimamente la tecnologia ha significato molto per la gestione dell’emergenza COVID19, per mantenerci in contatto, per favorire il telelavoro, ma porta anche vantaggi economici nel contenere la spesa sanitaria?

Spese in crescita.

La spesa sanitaria, negli USA cresce in modo tale da superare la crescita economica (vedi).

Le spese sanitarie nazionali (NHE) negli Stati Uniti continuano a crescere a ritmi che, adeguati all’inflazione e alla popolazione, sono aumentati dell’1,6% più velocemente rispetto al prodotto interno lordo (PIL) tra il 1990 e il 2018. Esse superano di gran lunga la media degli Stati membri comparabili nell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (17,2 contro l’8,9 per cento).

Su questo le analisi più recenti sono concordi: è la crescita dei prezzi dei servizi sanitari statunitensi, piuttosto che dei tassi di utilizzo o l’evolvere delle caratteristiche demografiche della popolazione, ad essere responsabile degli aumenti sproporzionati delle NHE rispetto alle controparti a livello globale. La conseguenza dei costi in costante aumento nel contesto dell’onnipresente sottoassicurazione negli Stati Uniti è il differimento delle cure che porta a un eccesso di morbilità rispetto alle nazioni comparabili.
Questa situazione è acclarata nonostante la continua innovazione nella sanità degli Stati Uniti, il che implica che le nuove tecnologie, da sole, sono insufficienti per ridurre la curva dei costi della sanità. In effetti, gli studi hanno documentato che le nuove tecnologie, in realtà, aumentano direttamente la crescita della spesa.

I costi dell’innovazione.

Perché l’innovazione non aiuta a ridurre i costi? Il problema principale riguarda il suo apparente fallimento nel migliorare la produttività netta: il problema è diventato piuttosto pressante ora che l’emergenza COVID19 ha mostrato i limiti delle risorse a disposizione della sanità, in tutto il mondo.

Non è che la gestione dell’infezione da COV2 implicasse l’uso di nuove tecnologie, ma il problema risiede nelle risorse umane: attivare un ventilatore meccanico (una tecnologia di quasi 100 anni fa) richiede quasi un rapporto operatore-paziente di 1 a 1 e questo ha provocato una strozzatura nell’erogazione del servizio.

Non è, quindi, semplicemente l’implementazione di nuove tecnologie mediche a poter ridurre la spesa sanitaria, quanto piuttosto indirizzare il progresso verso quelle innovazioni che aumentano la produttività netta.

Innovare, ma cosa?

Per esempio, possono essere più efficaci contro le spese, le innovazioni che riguardino i processi clinici piuttosto che quelle che riguardano singoli progressi tecnici.

Se spesso si privilegiano le innovazioni che migliorano le prestazioni, può anche essere utile introdurre innovazioni “non inferiori” in grado di ottenere risultati che si avvicinano a quelli delle alternative esistenti, ma a costi ridotti.

In pratica andrebbe ripensato il progresso, privilegiando le “innovazioni frugali” che portino a miglioramenti della produttività comportando costi inferiori come in altri settori ad alta tecnologia, come l’industria informatica.

Innovazione “frugale”.

Quasi un terzo delle NHE è dovuto a sprechi prevenibili. Fallimento nella somministrazione delle cure, nel coordinamento delle cure, assistenza di basso valore e complessità amministrativa sono carenze migliorabili grazie all’innovazione dei processi, che rappresentano circa 610 miliardi di dollari all’anno di sprechi, secondo i ricercatori. Si potrebbe così ottenere un miglioramento dei risultati e una riduzione delle spese.

Nonostante il potenziale dell’innovazione dei processi, quest’area (spesso inserita nelle ricerche sui “servizi sanitari” o sul “miglioramento della qualità”) occupa solo una minima parte del panorama della ricerca biomedica, rappresentando lo 0,3 per cento della spesa in ricerca medica. Questo può essere dovuto al minor “fascino” che questo tipo di progresso può avere in campo accademico e anche al fatto che i risparmi sulle spese non sono facilmente “rimborsabili”, e quindi appetibili come investimento in un sistema in cui le innovazioni più costose possono essere ripagate dallo Stato o dalle assicurazioni.

Tuttavia, l’innovazione dei processi offre opportunità per ridurre i costi mantenendo elevati standard di cura del paziente.

In quanto tale, la frugalità, piuttosto che la novità, può essere la chiave per contenere il costo dell’assistenza sanitaria. Riprogettare l’agenda dell’innovazione per arginare la marea di NHE in costante aumento è una strategia essenziale per promuovere il più ampio accesso possibile alle cure.

Fonti.

https://www.healthaffairs.org/do/10.1377/hblog20200602.168241/full/