La Cina e i trattamenti “tradizionali” per il coronavirus

Il governo cinese sta promuovendo metodi di “medicina tradizionale” come rimedi per COVID-19. I trattamenti, che vengono tenuti in grande considerazione all’interno del sistema sanitario cinese, vengono inviati anche all’estero – Italia compresa – come parte del programma di aiuti internazionali insieme a mascherine, respiratori e altre attrezzature. Ma, come riporta Nature in un approfondimento di qualche giorno fa, gli scienziati – almeno quelli che lavorano fuori dalla Cina – avvertono sui rischi di supportare e diffondere terapie di non comprovate efficacia e sicurezza.

 Al momento non esistono terapie che siano state dimostrate efficaci nella cura del nuovo coronavirus, anche se molti Stati del mondo hanno intrapreso sperimentazioni su farmaci già impiegati nel trattamento di altre condizioni. E per il momento solo uno di essi, l’antivirale remdesivir, ha dato segnali incoraggianti in questo senso.

In Cina, nel frattempo, le autorità sanitarie e i media nazionali stanno spingendo per l’utilizzo di una serie di rimedi che escono direttamente dal corpus di conoscenze della medicina tradizionale cinese (MTC, di cui avevamo già parlato qui), alle quali viene attribuita una reale efficacia nel combattere il virus che causa COVID-19 e ridurre le morti causate dalla sindrome respiratoria associata a Sars-CoV-2. Senza, però, portare risultati di studi validi che possano supportare queste affermazioni.

Anche qualora questi trattamenti venissero sottoposti a sperimentazione, la comunità scientifica obietta che gli studi in questo campo non sarebbero progettati in maniera rigorosa e riproducibile e che non ci si può quindi aspettare che restituiscano risultati affidabili. Il governo cinese e gli scienziati direttamente coinvolti ritengono che i rimedi della MTC siano efficaci perché sono in uso da migliaia di anni, ma tendono a ignorare che stati riportati nel corso del tempo effetti collaterali significativi.

La Cina non è l’unico Paese dove gli scienziati propongono rimedi di non comprovata efficacia per combattere COVID-19: non solo rimedi di origine naturale come le bevande a base di erbe elaborate in Madagascar e promosse dal presidente Andry Rajoeina, ma anche medicinali come l’antimalarica idrossiclorochina ipotizzata come cura dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, nonostante i potenziali gravi effetti collaterali dati dal suo utilizzo. Ma, soprattutto, in questi casi appena citati sono stati in primis gli scienziati dei Paesi coinvolti a sollevare critiche e dubbi sui rimedi proposti. In Cina questo non succede, ma anzi gli scienziati cinesi sono i primi sostenitori della medicina tradizionale: ogni critica alla MTC viene infatti messa a tacere in favore dei guadagni milionari che genera ogni anno, supportata in maniera aggressiva dal governo stesso.

La medicina tradizionale cinese si basa su concetti di energia vitale e spirituale che non sono mai stati dimostrati scientificamente. Secondo la MTC, lo stato di salute di un individuo viene stabilito dal qi, l’energia vitale del corpo, che ne regola tutte le funzioni. Ad esempio, nel caso di COVID-19, si attribuisce la causa dei casi più gravi a una “umidità nociva” che provoca un ristagnamento del qi e quindi la malattia respiratoria. Tra i rimedi suggeriti vi sono pillole, polveri, iniezioni e decotti generalmente a base di prodotti naturali. Di almeno tre di questi rimedi sono stati riferiti esperimenti che ne avrebbero provata l’efficacia, ma non sono stati poi forniti i dati che avrebbero dovuto dimostrarla alla comunità scientifica.

I rimedi non verificati riscuotono particolare successo nei casi, come quello del nuovo coronavirus, in cui non esistono ancora cure di comprovate efficacia e sicurezza. Le persone, infatti, piuttosto che sentirsi impotenti preferiscono illudersi da star facendo qualcosa di utile per la propria salute anche se non stanno effettivamente facendo niente, e anzi questo meccanismo può risultare dannoso nel momento in cui alcuni rimedi vengono assunti con leggerezza. In uno dei “medicinali” proposti dal governo cinese come cura per COVID-19 è ad esempio presente uno stimolante simile all’efedrina, il cui uso è stato proibito negli USA e in molti Paesi europei dopo una serie di morti, negli anni Novanta e Duemila, in seguito al suo utilizzo in diete dimagranti e regimi di potenziamento energetico.

Uno studio pubblicato su Nature pochi giorni fa, inoltre, ipotizza che il virus Sars-CoV-2 possa aver effettuato il salto di specie dal pangolino all’uomo proprio a causa non solo dell’uso alimentare non sicuro, ma anche grazie all’utilizzo di parti di animali nei trattamenti consigliati dalla medicina tradizionale cinese.