La fretta è una cattiva consigliera: dubbi della comunità scientifica sulla reale efficacia del vaccino COV2

Di Luca Mario Nejrotti

Nonostante i primi risultati promettenti, le ricerche sul vaccino contro il COV2 si basano su campioni molto limitati, sia umani sia animali.

Prove scientifiche.

I singoli e i politici guardano al vaccino per il COV2 come allunica concreta speranza per un reale ritorno alla normale vita di prima della pandemia e si stanno investendo ingenti risorse umane ed economiche per la sua ricerca e realizzazione: non solo, si tratta di una vera e propria battaglia scientifica perché la nazione che riuscirà a portarsi a casa la prevenzione definitiva avrà un vantaggio di prestigio, economico e politico sulle altre. Detto questo, per ora la comunità scientifica che ha la possibilità di monitorare i primi risultati delle sperimentazioni, invita alla cautela: i campioni sono troppo esigui e il tempo di follow up è insufficiente per poter essere davvero ottimisti, anche se i risultati sono incoraggianti.

Interessi economici.

Le voci sul vaccino prossimo venturo vanno considerate nel contesto del nostro sistema finanziario globale, in cui basta che trapeli l’informazione che una certa ditta è sulla buona strada per raggiungere l’agognato risultato, per farne salire le azioni, con conseguenti effimere speculazioni di borsa. Questo sembra poter essere il caso della società biotecnologica statunitense Moderna che ha rivelato prematuramente i primi dati di uno studio sull’uomo: il suo vaccino COVID-19 avrebbe innescato una risposta immunitaria nelle persone e avrebbe protetto i topi dalle infezioni polmonari con il coronavirus SARS-CoV-2. I risultati – che la società, con sede a Cambridge, nel Massachusetts, ha annunciato in un comunicato stampa – sono stati ampiamente interpretati come positivi e hanno fatto salire i prezzi delle azioni. Tuttavia, alcuni scienziati affermano che, poiché i dati non sono stati pubblicati, mancano i dettagli necessari per valutare correttamente tali affermazioni (vedi).

Sperimentazione.

La sperimentazione prosegue a ritmo serrato e i prodotti finora ottenuti sembrano funzionare almeno parzialmente, per esempio impedendo l’infezione dei polmoni, ma senza fermare la possibilità di contagio, e si ritiene che entro 12-18 mesi potrebbe essere pronto e disponibile un prototipo di prima generazione, che andrà successivamente perfezionato grazie a ulteriori ricerche.

Il problema è che tutti questi prodotti sono progettati per stimolare una risposta immunitaria nell’organismo, e di solito riescono nell’intento, ma poiché non si conosce esattamente il quantitativo di virus necessario a contrarre l’infezione o il numero di anticorpi che serve a immunizzare gli umani, poiché in questo senso non si possono usare semplicemente i dati delle persone guarite dal COV2, i risultati e i metodi di sperimentazione stessi necessiteranno di ulteriori approfondimenti.

In questo panorama così concitato, comunque, non si deve dimenticare nemmeno la sicurezza: attualmente non sono stati riscontrati effetti indesiderati di tale portata da scoraggiare i ricercatori.

Fonti.

https://www.nature.com/articles/d41586-020-01092-3