La paura di COVID-19 ha spinto alcuni fumatori a smettere

Di Luca Mario Nejrotti

La paura del COV2, in questi tempi di pandemia, negli Stati Uniti, ha spinto alcuni fumatori a smettere: le loro storie sono state pubblicate su NPR (Vedi).

Timori concreti.

Da un lato c’è l’esperienza diretta del vedere una persona vicina intubata in terapia intensiva a causa del COV2, fatto tragicamente frequente negli USA e in tutto il mondo nelle ultime settimane, che ha contribuito a indurre le persone a fare il necessario per proteggere i propri polmoni; dall’altro la diffusione dei dati scientifici  (vedi) che provano che i fumatori hanno molte più probabilità di dover essere ricoverati in terapia intensiva una volta contratto il virus: il risultato è il medesimo e molte persone hanno deciso di eliminare questo fattore di rischio.

Smettere sotto stress.

L’Helpline gratuita per i fumatori della California – 1-800-NO-BUTTS – che offre consulenza per smettere di fumare, a marzo ha registrato una riduzione del 27,5%  di richieste rispetto allo stesso mese dell’anno scorso – calo che il personale attribuisce principalmente al fatto che le persone sono già troppo stressate dalla pandemia e dalle misure di contenimento per aggiungerci anche il disagio dello smettere. Tuttavia, lo staff afferma anche che alcuni dei fumatori citano il coronavirus – e l’obbligo di restare nella propria residenza – come motivazioni per smettere. Se anche alcuni dichiarano di avere approfittato dell’occasione per adottare una routine di vita più sana, la maggior parte purtroppo è terrorizzata dal dovere restare chiusa in casa con la propria famiglia.

Legame tra COVID19 e fumo.

Stabilire scientificamente una correlazione tra fumo e diffusione della COVID-19 richiederebbe sofisticate tecniche di modellizzazione, in modo che il fumo possa essere isolato dagli altri numerosi fattori di rischio che aiutano a determinare le differenze geografiche nella diffusione e nella gravità del virus. Tali fattori includono densità della popolazione, tassi di povertà e numero di giorni tra la comparsa del virus in una comunità e l’entrata in vigore di misure di mitigazione, come il confinamento in casa. La California è stata tra i primi stati a istituire tali misure, oltre a essere il secondo stato negli USA per basso numero di fumatori.

Del resto, i ricercatori sanno da tempo che fumare rende più difficile combattere le infezioni respiratorie, di qualunque tipo, perché aumenta la produzione di muco e paralizza le ciglia dell’apparato respiratorio che normalmente fermano e rimuovono gli agenti esterni. I patogeni restano così bloccati nel muco, in un ambiente favorevole, ma senza poter essere espulsi dalle ciglia, non più funzionanti.

Al momento, comunque, le ricerche per spiegare come il fumo possa influenzare il meccanismo di diffusione del virus sono ancora in corso: un ruolo chiave per mettere a disposizione una quantità sufficiente di dati sarà la disponibilità di grandi quantitativi di esami sierologici. Nel frattempo, ciò che già è assodato sui danni che il fumo fa ai polmoni e alla capacità del nostro organismo di reagire ai patogeni esterni, dovrebbe bastare a convincere i fumatori a smettere.

Fonti.

https://www.npr.org/sections/health-shots/2020/05/14/850123509/fear-of-contracting-coronavirus-propels-some-smokers-to-quit?t=1590153289497

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/32118640/