La prevenzione insegnata e non prescritta

Secondo i dati aggiornati dell’OMS, 40 milioni di persone nel mondo muoiono per le conseguenze delle malattie croniche, il 70% di tutti i decessi.
E, nella maggior parte dei casi, i fattori di rischio per tali patologie sono noti e prevenibili.
Secondo i dati ISTAT del 2013 il 48,7% degli italiani di età compresa tra i 65 e i 74 anni è affetta da almeno due patologie croniche. Almeno due, dunque due o più.
E, di nuovo, nella maggior parte dei casi, i fattori di rischio per tali patologie sono noti e prevenibili.
L’epidemia delle malattie croniche nel nostro paese rappresenta un problema grave non soltanto per la salute delle persone, ma anche in termini economici. Farmaci, visite specialistiche e degenze ospedaliere di pazienti pluripatologici impattano pesantemente sulla spesa complessiva e, non ultimo, la qualità della vita dei nostri anziani è pessima. A questo si aggiunge il problema dei care giver costretti a subire conseguenze emotive, sociali, famigliari e lavorative causate dalla perdita precoce di autonomia del parente assistito che la somma delle patologie croniche determina.
Sconcertata da questi dati ho studiato a fondo proprio quei fattori di rischio modificabili di cui tanto si parla ma che, di fatto, a discapito del nome, non si stanno riuscendo a modificare. Alimentazione scorretta, sedentarietà, eccessivi stimoli stressogeni, fumo e alcool, sono i fattori di rischio acquisiti più impattanti sulla genesi e l’evoluzione sfavorevole di malattie quali diabete, ipertensione, malattie cardiovascolari, alcuni tipi di tumore e malattie infiammatorie croniche in generale e credo susciti un certo sconforto pensare che tali fattori di rischio, più che acquisiti, sono definibile come “autoinflitti”: ci ammaliamo perché scegliamo di adottare uno stile di vita che ci predispone ad ammalarci.
L’obiettivo di tutte le campagne di prevenzione che vengono divulgate è proprio agire su questi fattori modificabili, le informazioni sul tema non mancano e chiunque può fruirne.
Eppure inesorabilmente falliamo, e i numeri lo testimoniano.
Non sarà che sbagliamo l’approccio? Non sarà che prescrivere è diventato obsoleto nell’era del prendersi cura, di quella relazione medico-paziente che prevede la condivisione dei percorsi diagnostico-terapeutici e, a maggior ragione, di quelli preventivi? E non sarà che dovremmo iniziare a instaurare una relazione medico-individuo sano ancor prima di quella medico-paziente, così da posticipare, o addirittura evitare, il passaggio da individuo a paziente, da sano a malato?
Personalmente credo in quel modo di fare medicina che, profeticamente, descrisse Thomas Edison nel secolo scorso quando definì il medico del futuro come colui che “non prescriverà farmaci al paziente (- oggi lo correggerei con un “non prescriverà SOLO farmaci al paziente”), ma lo indurrà a interessarsi maggiormente al proprio organismo, alla propria alimentazione, alla causa e alla prevenzione delle malattie”. Credo che la chiave sia proprio in quel concetto di indurre il paziente ad interessarsi: una sorta di insegnamento di vita, non una prescrizione, potrebbe rendere le persone autonome nelle loro scelte che diventerebbero così consapevoli e, finalmente, capaci di cambiare i numeri suddetti.
Le persone desiderano essere parte attiva dei programmi proposti, ma per esserlo devono capire e solo noi medici possiamo guidarle attraverso questo percorso.
Serve tempo per spiegare i meccanismi che stanno alla base delle malattie e per spiegare il significato di epigenetica, ovvero quella scienza che ci offre la possibilità di accendere i geni protettivi e spegnere quelli dannosi, diventando in qualche modo responsabili del nostro stato di salute presente e futura. La neurobiologia comportamentale e gli studi sulla neuroplasticità cerebrale ci dimostrano che è possibile modificare le nostre abitudini negative in comportamenti positivi e ci offrono gli strumenti per insegnare alle persone a cambiare per prevenire , così da adottare uno stile di vita protettivo sulle malattie croniche, partendo dalla comprensione e dalla consapevolezza, unici meccanismi in grado di portare ad un cambiamento duraturo. Il desiderio di diffondere una medicina preventiva finalmente efficace si colloca, oggi, in un contesto di cambiamento di tutt’altra natura, subìto, repentino, inaspettato e drammatico: quello dovuto alla pandemia.
In un momento di inevitabile immobilismo, di congelamento del tempo e dello spazio, in lock down molte persone hanno riflettuto sull’importanza del cambiamento, quello vero, sul prendersi cura di sé, sull’iniziare a stabilire priorità diverse.
Sfruttare questo desiderio di miglioramento di ciascun individuo diventa prioritario per noi medici se, come credo, fare il medico significa prendersi cura dell’altro guidandolo verso il benessere, consapevole che, è proprio vero, “la salute non è soltanto assenza di malattia o infermità, ma uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale” (OMS) e dunque l’obiettivo salute è da proporre prima di tutto a chi è sano, poiché sano non è sinonimo di completo benessere.
Abbiamo il dovere di portare le persone a desiderare di raggiungere quel benessere: solo così faremo davvero prevenzione e agiremo riducendo quei numeri disarmanti che riguardano sia la diffusione delle malattie croniche che la spesa globale ad esse destinata.
L’obiettivo salute è a portata di mano, il percorso è difficile, ma non irrealizzabile.
E noi medici dobbiamo passare dall’essere prescrittori all’essere guide, partendo proprio dal nostro personale desiderio di cambiamento.
Molto è cambiato durante la pandemia. Il Covid si è portato via vite, famiglie, lavori, serenità, progetti, sicurezza.
Ma ha lasciato il forte desiderio di rafforzarsi, di essere migliori, di prepararsi ad affrontare nuove battaglie contro microrganismi invisibili e potenzialmente letali, di ristabilire le priorità, di non farsi cogliere deboli nel corpo e nello spirito: a noi il compito di cavalcare questo bisogno e di cambiare il paradigma della prevenzione.

Dott.ssa Viviana Contu