La prima influenza dei bambini “influenza” il corredo immunitario per tutta la vita

di Maria Rosa De Marchi

Uno studio pubblicato su PLOS Pathogens è partito da una semplice domanda per arrivare a conclusioni potenzialmente significative. Perché alcune persone rispondono meglio di altre al contagio influenzale? La risposta, secondo il team di ricercatori americani, sarebbe da ricercarsi all’origine di tutto, cioè analizzando il primo virus influenzale a cui il corpo viene esposto in tenera età.

Il virus dell’influenza A dal ‘900 ai giorni nostri

Ciclicamente i ceppi influenzali che fanno parte della famiglia degli Ortomixovirus mutano in diversi sottotipi, caratterizzati da due antigeni di superficie che determinano aggressività e velocità di diffusione: emoagglutinina HA (18 diversi tipi, da H1 a H18) e neuraminidasi NA (11 diversi tipi, da N1 a N11).

A partire dal 1977, due sottotipi di influenza A hanno circolato nella popolazione: H1N1 e H3N2, con differenze significative, che potrebbero essere associate con l’imprinting della prima influenza sul sistema immunitario: è più probabile che i più anziani siano stati esposti da piccoli alla variante H1N1, dal momento che dal 1818 al 1957 era l’unico sottotipo che circolava all’intero della popolazione umana. Allo stesso modo, la sottopopolazione dei più giovani è stata con maggiore probabilità in contatto col sottotipo H3N2, dal momento che il gruppo sembra essere meno suscettibile al contagio.

La risposta immunitaria dipende dall’imprinting immunologico

Per verificare l’ipotesi è stato costruito un database con 9.510 casi di influenza causati da H1N1 e H3N2 provenienti dall’Arizona Department of Health Services (ADHS), osservati nel corso di 22 anni, dalla stagione 1993-‘94 fino alla stagione 2014-‘15. I casi sono stati sottoposto a un’analisi statistica che ha confermato che l’epidemiologia dei ceppi H1N1 e H3N2 in diversi sottogruppi di pazienti dipende dall’imprinting immunologico della prima influenza infantile.

Il ceppo influenzale contratto da bambini è quello verso il quale si mantiene la più alta difesa immunitaria durante tutta la vita, con pesi e meccanismi ancora non noti.

L’imprinting agisce contro l’influenza stagionale a livello dei sottotipi di antigeni HA o NA. Questo spiegherebbe come mai gli anziani mostrano scarsa protezione immunitaria contro il ceppo H3N2, anche dopo anni di esposizione stagionale o di vaccinazione, suggerendo che gli anticorpi acquisiti in età adulta non darebbero la stessa protezione immunitaria rispetto a quelli acquisiti da bambini.

La memoria immunitaria sarebbe anche in grado di dare cross-protezione tra diversi ceppi influenzali, ma non è chiaro come le concentrazioni sierologiche degli anticorpi intervengano per delineare profili di rischio specifici che riguardano persone nate in anni e periodi specifici.

Contagi influenzali: il ruolo della genetica dei virus

I diversi profili di contagio in relazione all’età della popolazione potrebbero altrimenti essere spiegati dalla genetica dei virus: il sottotipo H3N2 muta più velocemente rispetto a H1N1 e quindi potrebbe essere in grado di sfuggire all’immunizzazione preesistente negli adulti, mentre H1N1 essendo più stabile potrebbe contagiare perlopiù la fascia giovane della popolazione, naïve dal punto di vista immunologico.

Per verificare i meccanismi molecolari alla base saranno necessari esperimenti in grado di prendere in considerazione coorti di pazienti in cui è possibile tracciare la storia dei contagi influenzali a partire dalla nascita, per capire come le cellule B e T si comportano in relazione alle multiple esposizioni agli agenti patogeni. È possibile leggere l’articolo nella sua versione integrale cliccando su questo link.