La professione medica può usare i propri strumenti per diagnosticare e affrontare il razzismo sistemico?

La richiesta d’aiuto “Non riesco a respirare” è ricorrente per i medici, soprattutto in questo periodo in cui si associa l’insufficienza respiratoria al contagio da Covid-19. È stato anche l’ultimo respiro di George Floyd mentre veniva soffocato da un agente di polizia di Minneapolis. Respiro che, come un grido, è risuonato in tutto il mondo. La brutalità della polizia contro i neri e il razzismo sistemico sono un problema di salute pubblica. Come possono combattere i medici una malattia tanto radicata?

Nel tentativo di generare fiducia in ciò che vorrebbero vedere come una società “post-razziale”, molti medici statunitensi sostengono di “non vedere il colore”. Ma è invece essenziale, scrivono in un editoriale pubblicato sul New England Journal of Medicine studiosi del National Institute on Aging di Baltimora e del Brigham and Women’s Hospital di Boston, che il colore venga visto. Guardando attraverso una lente etnicamente neutra, i medici trascurano le esperienze di vita e le disuguaglianze storiche che modellano i pazienti e i loro processi patologici. Possono inavvertitamente alimentare, ad esempio, il vigoroso razzismo strutturale che influenza l’accesso alle cure, la qualità di queste e le risultanti disparità di salute. A volte non si fanno nemmeno gli sforzi più semplici: per esempio, anche se COVID-19 colpisce in modo sproporzionato i neri americani rispetto alle altre etnie, quando i medici che descrivono le sue manifestazioni hanno presentato immagini di effetti dermatologici la pelle nera non è stata inclusa.

Il lavoro seminale di David Williams sul tema descrive dettagliatamente la morbilità e il rischio di morte legati alla discriminazione percepita. Discriminazione e razzismo, come determinanti sociali di salute, agiscono attraverso percorsi di trasduzione biologica per promuovere la malattia cerebrovascolare subclinica, accelerano l’invecchiamento e impediscono la funzione vascolare e renale, producendo oneri sproporzionati di malattia sulle persone di colore e sulle altre minoranze.

Questa ricerca fa parte di un corpus crescente di letteratura sulle disparità sanitarie e sulle loro manifestazioni a ogni livello di cura. Un recente studio ha rilevato ad esempio che la distorsione razziale è stata inserita in un algoritmo commerciale utilizzato per prevedere le esigenze dei pazienti con malattie non controllate. Utilizzando la spesa sanitaria come proxy della gravità della malattia, l’algoritmo ha ignorato il fatto che le disparità nell’accesso comportino una riduzione della spesa per i pazienti afroamericani e quindi non è stato in grado di identificare i pazienti di razza nera con esigenze complesse.

Altre ricerche mostrano che, in un mondo ancora plasmato dal razzismo sistemico, i pazienti neri hanno maggiori probabilità di fidarsi e prestare attenzione ai medici neri: uno studio randomizzato e controllato ha scoperto che gli uomini neri assegnati a un medico della stessa etnia richiedevano maggiori cure preventive rispetto a quelli assegnati a uno di etnia discordante. Si è stimato che i dottori neri potrebbero ridurre del 19% il divario di mortalità cardiovascolare tra i pazienti bianchi e neri, ma il razzismo strutturale in medicina e istruzione medica continua a compromettere la capacità di fornire le migliori cure. I pazienti di colore, che sono già colpiti da disuguaglianze di salute e da un accesso limitato all’assistenza sanitaria, hanno una probabilità molto inferiore rispetto ai pazienti bianchi o asio-americani di trovare un medico razzialmente concorde. Per correggere questa disparità è necessario coinvolgere più persone di colore nella forza lavoro medica, iniziando già nelle scuole, parlando ai bambini neri delle loro capacità e possibili carriere e lavorando per rimuovere il pregiudizio razziale lungo tutto il loro percorso educativo.

La società si aspetta che i medici rispettino gli standard di professionalità, forniscano cure all’avanguardia e tempestive con competenza e integrità e promuovano il bene pubblico. Per svolgere questi compiti, i medici-cittadini devono riconoscere il danno inflitto da discriminazione e razzismo e considerare questo agente ambientale della malattia al pari degli altri segni vitali, che fornisce informazioni importanti sulle condizioni del paziente.

Le azioni dei medici devono tenere conto della disuguaglianza nei tassi di ammissione e di laurea presso la scuola medica e delle basse sovvenzioni per i ricercatori biomedici di colore. Si devono combattere razzismo e discriminazione anche con i tirocinanti, nelle scuole di specializzazione e nelle università, ascoltando e discutendo apertamente del razzismo e dei suoi effetti sulla salute e ampliando i curricula delle scuole mediche per includere la sensibilità e l’umiltà culturale, l’equità e la capacità degli studenti di assistere i loro pazienti e colleghi.

Sebbene effettuare tale trasformazione fondamentale possa sembrare impossibile, l’energia, l’idealismo e le visioni dei giovani hanno alimentato a lungo i movimenti per il cambiamento. Martin Luther King aveva 26 anni quando guidò il boicottaggio dell’autobus a Montgomery e 34 quando consegnò il discorso “I have a dream” alla storia. Tutti i medici hanno il dovere di alzare la voce per difendere i più vulnerabili.