La “tempesta perfetta” di COVID-19 in Lombardia

Il mondo ci guarda. Da quando il contagio del nuovo coronavirus Sars-CoV-2 ha raggiunto il territorio italiano, in anticipo rispetto alla sua diffusione nel resto del mondo, gli occhi delle autorità sanitarie internazionali e dei singoli governi analizzano nei dettagli la situazione, per accumulare informazioni su uno scenario ancora in gran parte sconosciuto. Scienziati e medici italiani hanno inviato lettere e lanciato appelli sulle principali riviste scientifiche mondiali per raccontare la propria situazione, condividere la propria esperienza, discutere dei possibili scenari futuri.

In questo scambio di informazioni, emerge in particolare la situazione della Regione Lombardia, che da sola ha per adesso conteggiato circa la metà dei decessi per COVID-19 sul territorio italiano. La vera e propria tragedia che si è consumata in Lombardia viene monitorata con attenzione dal resto del mondo, cercando di individuare i fattori che hanno portato i contagi a moltiplicarsi in maniera esponenziale: una situazione che è stata definita dal LA Times solo qualche giorno fa “tempesta perfetta”.

Il primo fattore, naturalmente, è stata l’impreparazione. L’Italia è stato il primo Paese a essere raggiunto dal contagio del nuovo coronavirus dopo la Cina, in un momento in cui sul territorio circolava ancora il virus dell’influenza stagionale, con cui Sars-CoV-2 condivide alcuni sintomi. Questo ha reso particolarmente difficile individuare il virus. Inoltre, molte informazioni sul decorso della malattia erano sconosciute e impossibili da prevedere, come il rapido peggioramento di molti casi dopo alcuni giorni di condizioni stabili. Anche il tentativo di trattare i pazienti a casa si è rivelato spesso fallimentare, perché quando sono stati finalmente ospedalizzati molti di loro erano in condizioni ormai irreversibili. Ma, come sappiamo, il numero di letti in terapia intensiva non sarebbe comunque stato sufficiente a coprire il fabbisogno di tutti.

In ogni caso, anche dopo i primi casi riconosciuti, in Lombardia non sono stati prese iniziative operative per il contenimento fino a qualche settimana dopo, durante le quali i cittadini sono stati liberi di circolare, visitare i loro familiari più anziani, recarsi in pronto soccorso senza particolari cautele. Mentre in provincia di Bergamo già a metà febbraio si veniva in contatto con il primo probabile caso di COVID, infatti, nel resto d’Italia venivano offerti test soltanto a chi era stato in Cina o aveva avuto contatti diretti con qualcuno di ritorno dalla Cina. Il lockdown della Regione Lombardia è stato poi imposto il 7 marzo.

Le motivazioni per questo ritardo sono probabilmente politiche, ma pressioni che hanno ritardato iniziative che potessero contenere il contagio vengono attribuite anche alla lobby industriale che, in Lombardia, è particolarmente ascoltata dai decisori politici, poiché dall’industria esce circa il 20% del prodotto interno lordo dell’intera nazione. Le conseguenze economiche del lockdown delle fabbriche sarebbero state estremamente pesanti e, per rassicurare gli investitori stranieri, sono state lanciate campagne di comunicazione come #BergamoIsRunning, per dichiarare che la Lombardia non aveva intenzione di interrompere la propria produzione abituale, nonostante la situazione continuasse ad aggravarsi. Le fabbriche – con l’eccezione delle produzioni di beni di prima necessità – sono state poi chiuse alla fine di marzo, proprio quando stava cominciando a risolversi la drammatica carenza di dispositivi di protezione individuale che ha portato il contagio a diffondersi esponenzialmente tra i lavoratori lombardi.

Per finire, le iniziative prese a contrasto, inutili o addirittura dannose, che hanno contribuito a peggiorare una situazione già drammatica: negli spazi della Fiera di Milano è stato infatti deciso di costruire un ospedale, probabilmente sull’esempio della Cina che ha contribuito a contenere il contagio isolando molti pazienti infetti in ospedali appositamente attrezzati. La Protezione Civile aveva sconsigliato la costruzione della struttura, spiegando quanto fossero più utili delle piccole unità di supporto provvisorie in prossimità degli ospedali già operativi. Ma il 31 marzo è stato inaugurato in pompa magna l’ospedale da 200 letti, costruito in due settimane e pronto da usare proprio nel momento in cui la pressione sulle terapie intensive cominciava ad allentarsi.

Fino al 31 marzo, però, in Lombardia è stata messa in pratica la strategia che ha portato le conseguenze più drammatiche: i pazienti in convalescenza, infatti, sono stati spostati nelle case di riposo per liberare letti in terapia intensiva. Questo ha messo a diretto contatto pazienti ancora positivi, spesso sintomatici e quindi pericolosamente contagiosi, con una delle categorie più a rischio se contagiata da COVID-19: gli anziani. Secondo il piano proposto dalla Regione i pazienti positivi avrebbero dovuto essere isolati, ma non sono state date indicazioni operative per mettere in pratica l’isolamento e, spesso, la mancanza di dispositivi di protezione individuale per gli operatori sanitari che circolavano liberamente nelle strutture – operatori hanno riferito che in alcune case di riposo i dirigenti avessero sconsigliato di indossare le mascherine, anche se fornite, per evitare di spaventare gli ospiti – ha permesso al virus di diffondersi rapidamente, provocando una quantità di morti spaventosa. Il numero esatto non è noto e potrebbe non essere mai stabilito con certezza a causa dell’alto numero di decessi non direttamente correlati a COVID-19 per mancanza di una diagnosi ufficiale, ma si stima comunque un numero nell’ordine di migliaia. Una diagnosi ufficiale è spesso mancante perché in alcuni comuni è stato vietato di trasferire in ospedale pazienti con più di 75 anni, anche se in condizioni critiche. Ad oggi, in molte delle strutture in cui il contagio ha imperversato non sono ancora stati effettuati tamponi sugli ospiti apparentemente non infettati.


Photo credits: sito della Regione Lombardia