La terapia ormonale per il cancro alla prostata potrebbe proteggere da COVID-19

I pazienti con carcinoma alla prostata trattati con terapie di deprivazione androgenica (ADT) sembrano avere un basso rischio di contrarre l’infezione da SARS-COV-2 e di essere affetti dalle complicazioni della sindrome respiratoria da COVID-19, notevolmente più basso rispetto ad altri pazienti oncologici. Se confermato, trattamenti a breve termine con ADT potrebbero essere presi in considerazione in soggetti maschi ad alto rischio di complicazioni da COVID-19.

Il ruolo protettivo degli ADT è stato suggerito da un gruppo di studiosi italo-svizzero guidato da Monica Montopoli, farmacologa dell’Università di Padova, e dall’Istituto Veneto di Medicina Molecolare (VIMM), in un articolo pubblicato su Annals of Oncology.

La logica alla base di questa ricerca è che la proteina transmembrana TMPRSS2, coinvolta nell’ingresso delle cellule SARS-CoV-2, è altamente espressa nel carcinoma prostatico. La sua espressione nei tessuti prostatici e non prostatici, incluso il polmone, ha dimostrato di essere regolata dal recettore degli androgeni. Montopoli e colleghi hanno ipotizzato che le ADT possano proteggere i pazienti affetti da carcinoma prostatico dalle infezioni da nuovo coronavirus SARS-CoV-2.

Per verificare questa ipotesi, sono stati analizzati i dati di 9.280 pazienti (di cui 44% uomini) del Veneto, una delle regioni italiane più colpite dalla pandemia di COVID-19: 430 dei pazienti maschi avevano una diagnosi di cancro e 118 avevano una diagnosi di cancro alla prostata. Coerentemente con gli studi precedenti, gli uomini sono stati più colpiti da SARS-CoV-2 rispetto alle donne. I soggetti più colpiti sono stati gli uomini malati di cancro, che in genere hanno sviluppato anche patologie più gravi.

Tra i pazienti con carcinoma prostatico, quindi sottoposti a terapie di deprivazione androgenica, si è osservato un rischio significativamente più basso di infezioni da SARS-CoV-2 rispetto sia ai pazienti che non hanno ricevuto ADT, sia ai pazienti con un qualsiasi altro tipo di cancro: solo 4 su 5.273 pazienti in cura con ADT, in Veneto, hanno sviluppato infezione da SARS-CoV-2 e nessuno di questi pazienti è deceduto.

“Questi dati devono essere ulteriormente validati con altre grandi coorti di pazienti affetti da SARS-CoV-2, e corretti per più variabili” riconoscono gli autori della ricerca, che al momento è stata presentata come pre-proof e che necessita quindi di validazione tramite revisione dei pari. Propongono che le cure con ADT, basate su agonisti/antagonisti dell’LHRH o inibitori dell’artrite reumatoide, possano essere considerate una misura per ridurre le infezioni da SARS-CoV-2 o le complicanze nelle popolazioni maschili ad alto rischio. Dato che questi composti hanno effetti reversibili, se ricerche ulteriori confermassero i risultati, potrebbero essere utilizzati in modo transitorio (in un periodo di un mese, per esempio) in pazienti affetti da SARS-CoV-2, riducendo così il rischio di effetti collaterali dovuti alla somministrazione a lungo termine.