LE CAMPAGNE DI COMUNICAZIONE SULLA SICUREZZA STRADALE

Di Sara Boggio

A prima vista sembra un fucile mitragliatore, ma a ben guardare non lo è: è un assemblaggio di portiere ammaccate e frammenti di motore. “Non la riconosci? È la tua auto”. Così dice la campagna per la sicurezza stradale promossa dal comune di Firenze, e diffusa in questi giorni per le strade della città su grandi manifesti. Il senso è chiaro ma lo slogan che chiosa l’immagine ribadisce ulteriormente: “Alcol, droga, distrazione, velocità trasformano il tuo veicolo in un’arma che può uccidere. Dipende da te”.

La campagna è stata presentata il 7 maggio dal sindaco Dario Nardella insieme a Stefano Guarnieri, presidente dell’associazione istituita in memoria del figlio Lorenzo (che ha perso la vita nel 2010, investito da un automobilista in stato di ebbrezza). Durante la conferenza stampa di presentazione, si è ricordato che a Firenze è nata la proposta di legge che introduce il reato di omicidio stradale, legge di iniziativa popolare portata avanti proprio dall’advocacy di Guarnieri (e approvata in via definitiva a inizio marzo di quest’anno).

La “campagna-choc” (vedi) gioca sul doppio senso dell’immagine (la sagoma di un fucile e al tempo stesso un’auto a pezzi), sul doppio filo della metafora (quella esplicita – l’automobile come arma potenziale – e quella implicita – il conducente come omicida potenziale), e naturalmente sulla risonanza emotiva che ciascuno dei diversi piani di lettura sollecita.

Il messaggio è immediato e potente, e con ciò rispetta i principali parametri del mezzo cui si affida. Lo scopo di campagne come questa, che si sviluppano nell’osmotico interstizio che separa informazione, promozione di contenuti culturali, sociali o civili e pubblicità (ibrido chiamato un tempo “pubblicità progresso”) non è soltanto di generica sensibilizzazione: il messaggio è prescrittivo. Anche per questo non usa eufemismi, si rivolge direttamente a chi legge (“Non la riconosci?… Dipende da te”), e non esita a fare leva su immagini forti per arrivare al fine, che è stigmatizzare un comportamento negativo e indurre, o forse imporre, il comportamento adeguato.

Non è un caso che contestualmente alla campagna di comunicazione – si legge sul sito del comune di Firenze – “prenderà il via una serie di controlli mirati della Polizia Municipale”; verrà cioè intensificata l’attività, già in atto, “che coniuga la prevenzione delle cause di incidenti e la repressione dei comportamenti scorretti alla guida dei veicoli in modo da ridurre il numero dei sinistri”. È questo il programma che i manifesti traducono in linguaggio comprensibile ed efficace.

Si tratta quindi di una “campagna-choc”? Il turbamento, che nel mare magnum dell’informazione ha qualche probabilità di convertire l’indifferenza in attenzione e lasciare traccia in memoria, è evidentemente nelle intenzioni. Ma come mediare tra la necessità di scuotere l’utente per le spalle e quella di non urtarne la sensibilità? Fino a che punto alleggerire il discorso quando si parla di morte, e di morti? E come misurare il perimetro della sensibilità individuale? Al di là delle “statistiche emotive”, che ogni buona campagna di comunicazione raccoglie a monte, con precisione e in abbondanza, la massa di utenti è fatta di singoli individui, quindi di singole sensibilità, più o meno permeabili e reattive (secondo più di un teorico dei media, l’utenza contemporanea è più desensibilizzata che ipersensibile).

Comunque stiano le cose sul piano astratto della riflessione a posteriori, le intenzioni del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, in tema di sicurezza stradale, sono molto simili a quelle del comune di Firenze e le modalità per veicolarle non molto diverse.

L’ultima campagna “di comunicazione e sensibilizzazione” promossa dalla Direzione Generale per la Sicurezza stradale e dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, “rivolta a tutti gli utenti della strada”, è in rete dal 22 marzo. Si chiama Sulla buona strada. Al di là della sobrietà dell’immagine di copertina (anziché un’arma, un collage di primi piani sorridenti), nei video-clip i protagonisti impersonano le vittime dell’incidente prima dell’incidente, quando erano ancora in vita. A conclusione del messaggio, la data di nascita e la data di morte (il claim: “Tornare indietro è impossibile. Resta sulla buona strada”).

Dai toni decisamente più leggeri è invece la campagna “Guida e Basta”, appena lanciata da Anas in collaborazione con la Polizia di Stato. Forse perché stigmatizza le “distrazioni”, non i reati colposi, concentrandosi sulla possibilità di evitarle piuttosto che sul destino di chi l’infrazione fatale l’ha già commessa. Quindi il registro cambia, lo scarto tra piano letterale e metaforico diventa ironico (“Se non rispondi non muore nessuno”) e il taglio, in conclusione, è pragmatico: insieme alla campagna viene promossa l’omonima app, che consente di impostare lo smartphone in modalità di guida, predisponendo così una serie di cautele per chi è al volante.

A fronte dell’aumento di incidenti stradali mortali, rilevato per il 2015 da Polizia di Stato e Arma dei Carabinieri, ognuno ha evidentemente scelto i toni e i registri ritenuti adeguati. Forse va sottolineato che nessuno ha incluso cadaveri e sangue, come invece ha fatto il Dipartimento dei Trasporti britannico. Con un’imperturbabile miscela di leggerezza e gravità, nel sito dedicato alla sicurezza stradale (Think!) la coppia protagonista della serie “Drink Driving”, in un frame immaginato da uno dei due, appare come vittima dell’incidente subito dopo l’incidente, interrompendo una narrazione per il resto disinvolta e spiritosa.

Le sensibilità, si diceva, sono diverse, e anche il senso dell’umorismo.

All’inizio degli anni ’60 l’artista americano Andy Warhol (che di sensibilità ha sempre lasciato intendere di averne poca) sugli incidenti stradali fa questo lavoro: prende le immagini di scontri realmente accaduti – quelle pubblicate in prima pagina dai quotidiani – e poi le replica in serie come ogni suo soggetto (Orange Crash Car e Silver Crash Car, 1963). Senza nessun commento. A distanza di mezzo secolo, con tutte le campagne di sensibilizzazione viste nel frattempo, è la finzione dell’arte a ricordarci che il punto del discorso è la realtà. E che, come ebbe a dire il fotografo Oliviero Toscani per difendere una delle sue campagne, dovrebbe essere la realtà a scioccare, non le immagini che più o meno goffamente la rappresentano.