Le linee difensive contro Sars-cov-2. Quattro possibili scenari

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

Per il giovane 33enne di Hong Kong la prima diagnosi di Covid-19 risale a marzo. La seconda ad agosto, dopo aver fatto un test di ritorno dalla Spagna con scalo a Londra. era guarito a tutti gli effetti ed a distanza di quatto mesi e mezzo è nuovamente risultato positivo. La notizia del primo caso documentato di paziente infettato due volte dal coronavirus Sars-cov-2 ha fatto il giro del mondo in poco tempo. Ma arriverà il momento in cui diventeremo immuni da questo virus che nell’arco di otto mesi ha infettato più di 25 milioni di persone nel mondo e causato più di 800 mila morti? Domanda più che lecita e doverosa. La risposta è che il futuro della pandemia dipenderà dalla forza e dalla durata dell’immunità, una volta conseguita dalla popolazione. Ma quale sarà la forza e quale la durata non è ancora del tutto noto.

Su STAT la giornalista Helen Branswell descrive quattro scenari possibili – immunità totale (o “sterilizzante”), immunità funzionale, immunità calante, perdita dell’immunità  – prospettati da chi lavora nel campo, sapendo che sono frutto di ipotesi su un’epidemia di cui si sa ancora (troppo) poco. “In un periodo di incertezza, gli scenari delineati lasciano ben sperare – scrive la giornalista – anche se il sollievo più atteso non è proprio dietro l’angolo”. 

Primo scenario

Quello dell’immunità totale (o cosiddetta “sterilizzante”) sarebbe lo scenario più auspicabile: la risposta immunitaria è robusta e di lunga durata tanto da fare da scudo impenetrabile e proteggere da una seconda infezione. Il morbillo è una delle malattie infettive che rientra in questa categoria. Ma questo non potrebbe essere il caso della malattia Covid-19. Si sa infatti che generalmente, i coronavirus non lasciano una buona “memoria immunologica”, pertanto le difese immunitarie sviluppate da una prima esposizione al virus potrebbero non essere di lunga durata e non garantire una protezione certa.

Il virologo Florian Krammer della Icahn School of Medicine al Mount Sinai Hospital dubita che anche il vaccino per la Covid-19 possa indurre un’immunità totale. Del resto – commenta Malik Peiris, esperto di Covid-19 della Hong Kong University – la maggior parte dei vaccini sperimentati nei primati ha dimostrato di proteggere i polmoni dalla malattia virale ma di non riuscire ad arrestare del tutto la replicazione del virus nelle vie respiratorie superiori. Forse si potranno avere dei vaccini in grado di proteggere contro le complicazioni del Covid-19, cioè capaci di rallentare la moltiplicazione e la diffusione del virus ad altri organi ma non di bloccare del tutto l’infezione al nascere. Un traguardo comunque augurabile.

Secondo scenario

Secondo scenario è l’immunità funzionale: le persone che hanno già contratto il virus o le persone vaccinate possono infettarsi nuovamente, ma la malattia ha uno sviluppo più blando perché i linfociti sono già pronti a entrare in azione e a sconfiggere il virus in tempi brevi. Se così fosse, la mortalità in caso di reinfezione con Sars-cov-2 sarebbe molto bassa e la trasmissione del virus più contenuta perché le persone producono meno virus. Pertanto l’epidemia sarebbe più gestibile oltre che contenuta.

Al momento ci sono segnali promettenti che il nuovo coronavirus stimoli un’immunità di tipo funzionale.  Diversi esperti ritengono (o confidano) in questo scenario che sembra rassicurante. Comunque Stanley Perlman,  esperto di coronavirus della University of Iowa, lancia un invito alla cautela perché anche se dovesse verificarsi, si svilupperà solo a livello individuale. Probabilmente nella popolazione ci saranno delle sacche di persone che non hanno mai contratto il virus e che non sono state vaccinate. Per queste persone, in caso di contagio, la malattia potrebbe manifestarsi in forma grave.

Inoltre resta da capire la durata di questa immunità funzionale. Alcune pubblicazioni scientifiche riportano che alcuni pazienti Covid-19 non sviluppano anticorpi, mentre altre riportano un declino rapido degli anticorpi in circolo. Inoltre, c’è il rischio che chi sviluppa sintomi lievi oppure chi non ne ha proprio non produca una risposta abbastanza forte da dotarsi di memoria immunologica.

Uno studio pubblicato sulla rivista Nature Medicine ha rilevato nei pazienti Covid-19 asintomatici dei livelli di IgG inferiori a quelli dei pazienti sintomatici e quando il virus è stato eliminato sono tornati alla normalità nel 40 per cento dei casi dopo solo due mesi. Inoltre è emerso che a distanza di due o tre mesi dal contagio i livelli di IgG erano in calo anche nel 60 per cento circa dei sintomatici. “Questo conferma il sospetto che l’immunità naturale ai coronavirus possa avere vita breve”, ha spiegato Danny Altmann dell’Imperial College di Londra, in un articolo di New Scientist. 

Terzo scenario

Vi è poi una variante dell’immunità funzionale che definisce il terzo possibile scenario: la cosiddetta immunità calante. Le persone già infettate o vaccinate potrebbero perdere nel tempo la protezione immunitaria ma – in teoria – un’eventuale reinfezione dovrebbe essere una forma clinicamente più blanda. Il paziente di Hong Kong potrebbe essere una prova di questo scenario, almeno stando alle poche informazioni finora rese pubbliche.

Uno studio olandese, che la giornalista Branswell definisce “ambizioso”, ha monitorato per 35 anni 10 individui per determinare i livelli di anticorpi dopo l’infezione causata da uno qualsiasi dei quattro coronavirus umani stagionali.  Ne è emerso una durata breve dell’immunità protettiva ai coronavirus: sono state infatti diagnosticate frequenti reinfezioni 12 mesi dopo il primo contagio, e una sostanziale riduzione dei livelli di anticorpi ad appena 6 mesi di distanza. Lo studio è ancora in corso di pubblicazione, quindi non ha ancora superato l’iter della peer review. Una delle autrici, Lia van der Hoek dell’Amsterdam University Medical Center, ha commentato in un’email che in caso di reinfezione la sintomatologia “potrebbe essere più lieve o peggiore, o del tutto paragonabile alla prima infezione. Noi scienziati non possiamo fare delle previsioni”.

Ragionare per compartimenti stagni è limitante. Florian Krammer, esperto in vaccini della Icahn School of Medicine al Mount Sinai Hospital di New York, considera che uno scenario si possa sovrapporre a un altro, che alcuni pazienti avranno una immunità sterilizzante, mentre altri rientreranno sia nella categoria dell’immunità funzionale che in quella dell’immunità calante. Un suo pronostico è che, per la maggior parte, le persone infettate e anche quelle vaccinate saranno in parte protette e in caso di una nuova infezione potrebbero avere una carica virale più bassa “Potrebbero addirittura non accorgersi di essere infetti”, ha detto. 

Quarto e ultimo scenario

È il più nefasto, non dà molte speranze. Questo scenario prevede che in tempi molto brevi svanisca la protezione sviluppata dal sistema immunitario della persona esposta al virus. La persona contagiata resta senza munizioni e il suo rischio di sviluppare una forma grave della Covid-19 in caso di reinfezione è sovrapponile a quello di coloro che non hanno mai contratto il virus. La nota positiva è che nessuno degli esperti interpellati da STAT ritengono che questo scenario possa verificarsi.

Se questi esperti hanno ragione e lo scenario peggiore è fuori discussione, possiamo aspettarci che il pericolo alla fine scomparirà, scrive la giornalista. “Il nostro sistema immunitario saprà come affrontare il virus. E Sars-cov-2 potrebbe diventare il quinto coronavirus umano a causare il comune raffreddore”.

Paul Klenerman dell’università di Oxford confida inoltre su vaccini che inducano e rafforzino l’immunità. “L’immunità che si ottiene da un vaccino non è necessariamente uguale a quella naturale”,  dice Klenerman su New Scientist. “I vaccini sono progettati per produrre livelli altissimi di immunoreazione. Con un po’ di fortuna faremo addirittura di meglio”. Ma Dan Barouch, direttore del Center for Virology and Vaccine Research presso il Beth Israel Deaconess Medical Center di Boston, ricorda su STAT che la strada da percorrere è ancora lunga. “La maggior parte della popolazione mondiale non è ancora entrata in contatto con questo virus e anche se i vaccini funzionano, vaccinare miliardi di persone in tutto il mondo è un lavoro che richiede anni e non mesi”. E che richiede anche molte risorse.

Vi ancora troppa incertezza per dare una risposta se avremo o meno una risposta immunitaria a lungo termine e se sarà sufficiente a scongiurare le reinfezioni. Per farla breve, chiosa Dan Barouch, la risposta è che non lo sappiamo. Ogni scenario è una mera ipotesi. Ma utile per tenere aperta la discussione.