Art32

LGBT (NON PIÙ) INVISIBILI AI MEDICI?

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

L’American College of Physicians – una delle più grandi associazioni internazionali di medici di medicina generale –  ha preso apertamente posizione per i diritti della comunità LGBT di lesbiche, gay, bisessuali e transessuali. Come? Pubblicando su una rivista altrettanto prestigiosa e di respiro internazionale, gli Annals of Internal Medicine (1), un documento ufficiale (frutto di un anno di lavoro) che sintetizza in nove punti cosa dovrebbe essere garantito e cosa andrebbe fatto per la tutela della salute di questa comunità ancora oggi stigmatizzata e marginalizzata.

Indimenticabile e indicibile è l’indifferenza dimostrata all’interno della stessa Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Nel 2013, il miglioramento della salute delle persone LGBT era stato portato all’ordine del giorno della 66esima Assemblea Mondiale della Sanità che aveva riunito a Ginevra i 194 Stati membri dell’OMS. Ma, all’apertura dei lavori, il tema aveva sollevato un forte dibattito con una posizione di totale chiusura da parte di molti Paesi. Da allora non è più stato messo in agenda e sempre rinviato in attesa di raggiungere un consenso. Eppure i principi di equità e non discriminazione sono il fondamento della costituzione dell’OMS: come è possibile – si interrogano sul Lancet due giovani medici indignati – celebrare le virtù della copertura sanitaria globale e allo stesso tempo tralasciare le disuguaglianze di salute della comunità LGBT? (2)

Le problematiche sono diverse e di diverso ordine. Le persone LGBT sono più esposte a rischi correlati alla salute, quali HIV e altre malattie trasmissibili, molestie, violenze fisiche e psicologiche e suicidio che a loro volta si correlano a problemi di salute mentale, tossicodipendenze e suicidio. Le donne lesbiche e bisessuali rispetto alle eterosessuali sono riluttanti a rispondere a messaggi sanitari di tipo preventivo o a cercare sostegno medico. Hanno meno accesso ai programmi di screening dei tumori della cervice e dell’utero. Una ricerca presentata sugli Annals of Internal Medicine, contestualmente al documento dell’American College of Physicians, ha rilevato che solo l’8,5 per cento delle donne e ragazze lesbiche incluse nella National Survey of Family Growth ha dichiarato di aver ricevuto il vaccino contro il papillomavirus (3). I bisogni sanitari di LGBT non sono sufficientemente analizzati. Spesso queste persone tendono a nascondere il loro orientamento sessuale e a evitare di richiedere assistenza sanitaria. Inoltre, la mancata equiparazione dei partner dello stesso sesso ai “congiunti” crea difficoltà nell’accesso alle informazioni e nel prendere decisioni in merito alla cura del partner.

La questione è che non si è ancora raggiunta una piena consapevolezza dei bisogni di salute delle persone LGBT – in particolare delle donne che hanno rapporti con altre donne e dei transessuali –, commenta Jeanne Marrazzo, donna medico specializzata in malattie infettive che, come lei stessa dichiara, ha scelto delle donne come partner nel corso della sua vita. Il documento dell’American College of Physicians – che definisce “thoughtful, essential, and progressive” – rappresenta un importante passo in avanti per promuovere un cambiamento di idee da cui dipende il progresso stesso: porta all’attenzione del personale sanitario (e auspicabilmente dei decisori e politici) le disparità che la comunità LGBT sperimenta ancora oggi sulla propria pelle e le azioni necessarie per raggiungere il traguardo dell’equità nella società, nel sistema sanitario e non da ultimo nel campo della ricerca biomedica.

Essenzialmente il College raccomanda che l’identità di genere, che è cosa del tutto indipendente e differente dall’orientamento sessuale, venga inclusa nelle politiche anti-discriminatorie e anti-molestie. E incoraggia le scuole di medicina, gli ospedali e ambulatori e altre strutture mediche a farlo.  In un altro punto, appoggia i diritti delle unioni civili per le coppie dello stesso sesso. “Attenzione – sottolinea il Collegenegare questi diritti può avere un impatto negativo sulla salute fisica e mentale di queste persone e contribuire ad alimentare lo stigma e la discriminazione contro le persone LGBT e le loro famiglie”.  Il College entra nel merito anche della definizione di “famiglia” che dovrebbe essere riferita a persone legate da una relazione emotiva duratura senza alcun riferimento alla loro relazione legale o biologica.

Ancora. Il College appoggia: la copertura sanitaria per i servizi sanitari integrati per i transessuali; la raccolta di dati e la ricerca per meglio conoscere la demografia della popolazione LGBT e apprendere le potenziali cause delle disparità di salute e le migliori azioni per ridurle; l’introduzione dei temi inerenti la salute di LGBT nei curricula delle scuole di medicina e dei programmi di educazione continua in medicina.

Per quanto riguarda le terapie di “conversione”, dette anche terapia “riparativa” o terapia di “riorientamento” per il trattamento di persone LGBT, il College considera che l’omosessualità non è una malattia e le evidenze ad oggi disponibili non supportano l’uso di queste pratiche terapeutiche: possono recare danni emotivi e fisici, in particolare negli adolescenti e nei giovani.

Come era prevedibile, il position paper ha ricevuto consensi da una parte ma dall’altra ha sollevato obiezioni, anche all’interno dello stesso College. Ad esempio, alcuni medici per motivi religiosi non condividono la presa di posizione a favore dei matrimoni tra omosessuali.  Altri considerano che il College non dovrebbe essere coinvolto in questioni “politiche”.

Bob Doherty, past vice presidente dell’associazione, risponde che l’American College of Physicians rispetta chi la pensa diversamente per un credo religioso o per altre. Tuttavia, mantiene fermo il suo impegno a promuovere quelle politiche che le evidenze dimostrano essere necessarie e appropriate per abbattere le disuguaglianze di salute della comunità LGBT, come ha già fatto per altre popolazioni di pazienti discriminati per razza, origine etnica o genere (4).

Al di là del concordare o meno sui singoli punti del position paper, il valore del College di medici statunitensi è di essersi esposto ufficialmente per modificare comportamenti collettivi e tradurre le evidenze scientifiche in azioni concrete. Un’azione di advocacy da parte della classe medica nei confronti di una fascia svantaggiata della popolazione che (forse non a caso) ha preso piede negli USA dove si stanno compiendo dei progressi verso l’uguaglianza della comunità LGBT. Lo scorso maggio la Corte Suprema statunitense ha dato il via libera ai matrimoni tra omosessuali in tutti i 50 Stati del paese. Prima di questa sentenza storica tre top editor del NEJM – Edward W. Campion, Stephen Morrissey e Jeffrey M. Drazen – avevano chiesto un pieno riconoscimento del matrimonio tra persone dello stesso sesso in tutti gli Stati Uniti: “Una misura che promuove la salute” (5).

E nel vecchio continente?

Bibliografia

  1. Daniel H; Butkus R, for the Health and Public Policy Committee of the American College of Physicians. Lesbian, Gay, Bisexual, and Transgender Health Disparities: Executive Summary of a Policy Position Paper From the American College of PhysiciansAnn Intern Med. 2015; 163: 135-7.
  2. Duvivier RJ, Wiley E. WHO and the health of LGBT individuals. The Lancet 2015; 385: 1070–1.
  3. Age´ nor M, Peitzmeier S, Gordon AR, et al. Sexual Orientation Identity Disparities in Awareness and Initiation of the Human Papillomavirus Vaccine Among U.S. Women and Girls. A National Survey. Ann Intern Med 2015; 163: I-24.
  4. Bob Doherty. Physicians and the ‘LGBT Agenda’. ACP Advocate Blog, 08.07.2015
  5. Campion EW, Morrissey S, Drazen JM. In Support of Same-Sex Marriage. N Engl J Med 2015; 372:1852-3.