Mascherine tra psicologia e politica

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha lanciato una nuova sfida sui social media caratterizzata dallo hashtag #wearamask che in realtà gira in rete quasi dall’inizio della pandemia suscitando consensi e opposizioni. “Indossando una mascherina sul volto mandi un messaggio di solidarietà e di volontà di protezione alle altre persone, soprattutto di quelle più vulnerabili”, ha scritto su Twitter il direttore dell’OMS Tedros Ghebreyesus, invitando a “nominare” un amico al quale chiedere di postare un tweet con una propria fotografia con una maschera.

Stare alla larga dal Sars-cov-2 non è impossibile e le tre misure generalmente raccomandate potrebbero promettere una relativa tranquillità: indossare una mascherina, lavarsi spesso e accuratamente le mani e mantenersi a distanza da altre persone. Su quest’ultimo punto, ad oggi i risultati della ricerca sono contraddittori (un metro, due metri o ancora di più) ma anche il buon senso suggerisce che quanto maggiore è la distanza, tanto più alta è la sicurezza. Eppure, sembra ancora difficile riuscire a ottenere che le mascherine siano indossate, anche nella situazioni a rischio più elevato. Negli Stati Uniti, un sondaggio pubblicato lo scorso 13 luglio ci dice che gli uomini hanno minori probabilità di indossare maschere rispetto alle donne. Solo un uomo su tre indossa “sempre” una maschera quando è fuori casa, abitudine che invece è propria di oltre la metà delle donne. Un uomo su cinque ha dichiarato di non aver “mai” indossato una maschera fuori casa (rispetto a solo l’8 per cento delle donne). Un problema importante di sanità pubblica, riconducibile – secondo un esperto reporter di Vox – ad un motivo incredibilmente semplice: “le maschere non sono virili” (1).

Questa potrebbe essere la ragione per cui – sempre sui social media – molte persone chiedono di coinvolgere dei testimonial che possano dimostrare come indossare una mascherina non equivalga a manifestare la propria debolezza. Anzi: personalizzando il tessuto o il modello, può essere un modo per comunicare la propria personalità o, addirittura, le capacità creative di cui si dispone. “Ci sono diversi tentativi per rendere le maschere esteticamente più eleganti, più adatte all’età e più sostenibili nella speranza di attirare coloro che non le indossano e cambiare le loro abitudini; sportivi molto famosi come  LeBron James e Mike Trout (il primo è un cestista e il secondo un giocatore di baseball, ndr) sono stati fotografati mentre giocavano indossando una maschera” (1). Nel caso del primo – giocatore di pallacanestro dei Los Angeles Lakers – la seduta di allenamento che dal 6 luglio è stata vista quasi un milione di volte su YouTube potrebbe essere utilizzata per smentire le voci secondo le quali indossare la mascherina su naso e bocca ridurrebbe l’apporto di ossigeno (2).

Resta il fatto che molte persone ritengono che indossare una mascherina sia un’ammissione di debolezza: è più seducente mostrarsi sicuri di sé, incuranti del pericolo, sia se l’obiettivo è quello di fare colpo su una ragazza, sia se si è in corsa per una carica politica. “L’idea è che la virilità è uno status che devi costantemente dimostrare”, ha detto Peter Glick a Vox. Docente della Lawrence University e ricercatore al Neuroleadership Institute, Glick studia le modalità per governare pregiudizi e stereotipi: “Qualsiasi tipo di ‘inciampo’ viene percepito come se stessi perdendo la tua virilità”, quindi anche ricorrere ad una mascherina può voler dire “Intendiamoci, questo piccolo virus mi fa paura’. Ed è una debolezza” (1). È il fenomeno della cosiddetta “virilità precaria”, espressione coniata da Joseph A. Vandello e Jennifer K. Bosson, ricercatori della University of South Florida, secondo i quali la mascolinità è qualcosa di difficile da conquistare e quando viene messa in dubbio, agli occhi degli altri, si cerca di recuperarla con comportamenti rischiosi (3).

Insomma, sembra che anche la protezione dal Sars-cov-2 possa essere una questione di genere, ma più in generale sono i comportamenti di prevenzione ad essere diversi tra uomini e donne: “La questione ripropone esattamente il modo con cui maschi e femmine pensano alle abitudini legate alla salute”, ha spiegato al New York Times Catherine Sanderson, professore di psicologia all’Amherst College (4). “Gli uomini frenano di meno: registrano tassi più elevati di alcolismo e indossano meno di frequente le cinture di sicurezza”.

Un altro sondaggio dello stesso istituto di ricerca Gallup ma svolto a metà aprile, aveva messo in luce ulteriori differenze a seconda dell’orientamento politico: il 75 per cento degli elettori democratici aveva dichiarato di aver indossato una maschera in pubblico, contro il 58 per cento di chi si dichiarava “indipendente” e meno della metà di chi manifestava un’intenzione di voto per il Partito repubblicano (5). Più comprensibile un altro dato: i residenti in grandi città e nelle zone circostanti indossavano più frequentemente le maschere rispetto a chi viveva in aree rurali. Sempre secondo il sondaggio Gallup, il 66% dei laureati intervistati ha dichiarato di aver indossato una maschera in pubblico. La percentuale scende a circa il 60% tra coloro che non hanno conseguito un diploma universitario.

Sono interessanti anche i dati riguardanti la disponibilità ad essere “oggetto” di tracciamento qualora le autorità sanitarie ritengano utile risalire ai contatti avuti in caso di positività al coronavirus. Un’altra rilevazione ha mostrato differenze tra gli elettori democratici e repubblicani, con i primi più propensi (95% contro il 70%) (6). Le persone afroamericane (91% è d’accordo) e latine (90%) sembrano avere meno problemi di chi ha la carnagione chiara (82%).

La polarizzazione dei punti di vista e degli atteggiamenti dei cittadini riguardo la pandemia si riflette dunque anche sul ricorso alle mascherine come strumento di protezione individuale e di comunità. Chi considera eccessive – o addirittura illiberali – misure come il lockdown vedrà l’obbligo di indossare le maschere facciali in luoghi affollati o molto frequentati come un’imposizione autoritaria. Molto dipende dalle costruzioni mentali e sociali di cui siamo vittime, per così dire: spesso vediamo il mondo a seconda della percezione che ne abbiamo o che ci suggerisce la cerchia ristretta delle persone che frequentiamo, perdendo il senso di realtà.

Le analisi fornite dagli istituti di ricerca sociologica, però, forniscono elementi interessanti che potrebbero aiutare le istituzioni a pianificare campagne informative capaci di parlare in modo mirato a specifici gruppi di popolazione orientandone i comportamenti attraverso “spinte gentili”, non autoritarie, ma basate sul convincimento. Allo stesso tempo – pensiamo per esempio a quanto detto a proposito delle differenze di genere negli atteggiamenti di prevenzione – i medici e gli altri professionisti delle cure primarie potrebbero trovare conferma a quanto indiscutibilmente già conoscono o percepiscono, sostenendo i propri assistiti nella scelta di abitudini capaci di proteggere meglio la loro salute e quella delle persone a loro vicine.

 

Bigliografia

  1. Abad-Santos A. Performative masculinity is making American men sick. Vox 2020; 10 agosto.
  2. LeBron James 2020 Working out with a mask at Lakers practice. HoopJab NBA. YouTube https://youtu.be/KDeN5uEMq8o
  3. Bosson JK, Vandello JA. Precarious manhood and its links to action and aggression. Current Directions in Psychological Science 2011; 20: 82. 
  4. Padilla M. Who’s wearing masks? Women, Democrats, and city dwellers. New York Times 2020; 6 giugno.
  5. Ritter Z, Brenan M. New april guidelines boosts perceived efficacy of face masks. Gallup news 2020; 13 maggio.
  6. Franki R. Republican or democrat, Americans vote for face masks. Medscape 2020; 2 luglio.