Medici Senza Frontiere al centro di accuse di razzismo

L’organizzazione non governativa Medici Senza Frontiere è stata accusata di “razzismo istituzionalizzato” da parte di componenti dello staff ed ex membri della stessa ONG. Tramite una lettera, i mille membri firmatari puntano il dito su quella che definiscono un’organizzazione costruita su una mentalità di “supremazia bianca” che perpetua “il razzismo dal nostro personale, nelle nostre politiche, nelle nostre pratiche di assunzione, nella nostra cultura del posto di lavoro e attraverso l’imposizione di programmi ‘umanitari’ disumanizzanti da parte di una forza lavoro minoritaria privilegiata”.

Il testo citato è stata una reazione alla presa di posizione di MSF Italia riguardo al recente movimento internazionale di protesta promosso dalla sigla Black Lives Matter.

I vertici italiani dell’ONG avevano reagito alle mobilitazioni in questione emettendo un comunicato in cui invitavano a “non usare il termine razzismo” e a “iniziare a dire che tutte le vite contano”, come a lanciare un contro-slogan a fronte di quello caro agli attivisti internazionali per i diritti delle minoranze. I rappresentanti di MSF Italia si sarebbero in seguito scusati per il tono ambiguo della nota incriminata, manifestando il loro rammarico per avere indignato gli esponenti e simpatizzanti della medesima ONG sparsi per il globo.

Tra i firmatari della lettera di protesta c’è Margaret Ngunang, un’assistente sociale clinica la cui esperienza offre una finestra sul perché la campagna di base sia diventata così coinvolgente per l’opinione pubblica.

Ngunang, originaria del Camerun, è entrata a far parte di Medici Senza Frontiere solo tre anni fa, prendendo ispirazione da ciò che le aveva detto dell’organizzazione sua figlia, una farmacista che già lavorava con MSF. I 65.000 membri della ONG forniscono assistenza alle persone in alcuni dei luoghi più disperati e pericolosi del mondo. Nel 1999 l’organizzazione ha ricevuto il premio Nobel per la pace. “Ho pensato che fosse una ONG meritevole, dato il lavoro che stavano svolgendo in Paesi che hanno vissuto guerre e carestie” afferma Ngunang. “Non mi è mai passato per la mente di dover affrontare una discriminazione razziale da parte loro.”

Fin dal suo arrivo e nelle settimane successive, Ngunang notava ripetutamente che lo staff bianco trattava calorosamente i colleghi bianchi ignorando le persone di colore, definendola “la sensazione di essere invisibile perché sei nero”. La situazione era ancora peggiore per il personale locale del Sud Sudan. Per loro un lavoro con Medici Senza Frontiere era troppo prezioso per rischiare di lamentarsi di eventuali problemi.

Christos Christou è presidente del Consiglio internazionale di MSF. Interpellato da NPR sulla lettera, ha messo in dubbio quanto siano diffusi episodi di razzismo nelle dozzine di missioni dell’organizzazione.

Dice però che non c’è dubbio che l’organizzazione sia costruita su un modello problematico: il medico bianco che va in Africa a salvare il bambino nero. Afferma però che è tempo di rinnovamento e che occorre ripensare il modello umanitario: l’intero modo di distribuire il potere decisionale, e anche le risorse.

Per iniziare, ha convocato una riunione del Consiglio internazionale per votare una serie di misure, compresa la definizione di parametri per i progressi che verranno regolarmente monitorati.

Nell’ultimo decennio la percentuale di posizioni di leadership del programma in Medici Senza Frontiere occupate da persone provenienti dal Sud del mondo – a differenza di europei e americani – è aumentata dal 24% al 46%, ma varie misure adottate dai presidenti locali negli ultimi anni stanno impiegando molto tempo per essere attuate, incluso un piano adottato dal Consiglio internazionale per ridurre il divario retributivo tra il personale internazionale e il personale locale.

Per quanto riguarda Margaret Ngunang, dice di credere nella missione di Medici Senza Frontiere e per questo ha deciso di far sentire la propria voce firmando la lettera, nella speranza che all’organizzazione serva da stimolo per cambiare linea e a considerare veramente, in ogni luogo, tutte le donne e gli uomini uguali.


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