Essere medico e donna: come colmare il gap di genere nella Professione?

Uno studio pubblicato a dicembre su JAMA Internal Medicine (vedi) a prima firma Constance Guille (docente del Dipartimento di Psichiatria e Scienze comportamentali alla Medical University of South Carolina di Charleston, negli Stati Uniti) ha evidenziato come, durante il primo anno di tirocinio,  le donne medico manifestano un peggioramento dei sintomi depressivi maggiore rispetto ai colleghi uomini. Questa differenza, secondo gli autori dello studio, sarebbe da attribuire per un terzo al conflitto lavoro-famiglia, maggiormente sentito dalle donne.

Lo studio di coorte, condotto durante l’anno accademico 2015-2016, ha coinvolto 3121 tirocinanti di 44 istituti medici negli Stati Uniti con un’età media di 27,5 anni. Di questi, 1571 (cioè il 49,7%) erano donne. Gli studiosi hanno notato come durante l’anno di tirocinio sia gli uomini sia le donne manifestavano un aumento dei sintomi depressivi, ma nelle donne tale crescita risultava statisticamente maggiore. Utilizzando il Patient Health Questionnaire-9 (Questionario sulla salute del paziente, PHQ-9), uno strumento autosomministrato per la misurazione della gravità della depressione, gli studiosi hanno registrato una differenza nei livelli di questa patologia fra uomini e donne (aumento medio negli uomini: 2,50; aumento medio nelle donne: 3,20). Differenza da ricondurre, per il 36%, al conflitto lavoro-famiglia. Per le donne, infatti, la gestione delle responsabilità lavorative interferiva più spesso con la vita familiare, con conseguente riduzione degli impegni lavorativi in favore della gestione di casa e figli.

La ricerca individua nel conflitto lavoro-famiglia un importante fattore potenzialmente modificabile: secondo gli autori, riducendolo è possibile migliorare la salute mentale dei medici e ridurre la differenza nei livelli depressivi fra uomini e donne; ciò è di fondamentale importanza per migliorare l’attenzione e la cura nei confronti dei pazienti e ridurre l’abbandono delle carriere associato alla patologia.

Un altro studio, guidato da Shruti Jolly, docente all’Università del Michigan, pubblicato nel 2014 su Annals of Internal medicine (vedi), ha valutato quanto i giovani medici con figli investano, in termini di tempo, nelle attività legate alla casa e alla famiglia. Dalla ricerca è emerso che le donne trascorrevano 8,5 ore a settimana in più in attività domestiche. Inoltre, coloro che erano legate a un compagno che svolgeva un lavoro a tempo pieno si mostravano più propense a prendere giorni liberi per badare ai figli nel caso di imprevisti (42,6% contro 12,4%).

A proporre una soluzione per migliorare l’equilibrio fra lavoro e vita privata e ridurre il tasso di abbandono dei settori di medicina e scienza accademica da parte delle donne è stato un programma pilota del Dipartimento di Medicina di emergenza dell’Università di Stanford (vedi) che consente ai medici di “accumulare” le ore che investono nello svolgimento di alcune attività – come fare da tutor ai più giovani o sostituire i colleghi, con scarso preavviso – e usarle sotto forma di crediti da adoperare per dedicarsi alla cura della casa e dei figli. I risultati sembrano promettenti: il programma ha infatti migliorato la soddisfazione professionale dei medici e potrebbe costituire un buon punto di partenza per contribuire a ridurre il divario di genere.

Iniziative come quella di Stanford potrebbero infatti servire non solo a migliorare il benessere dei medici, ma anche a promuovere l’avanzamento di carriera delle donne (che rispetto agli uomini guadagnano meno e ottengono meno frequentemente ruoli in ambito universitario, come titolare di cattedra, preside o direttrice di dipartimento), ridurre gli errori medici e migliorare la soddisfazione dei pazienti.

 

A cura di V. Monastero – associazione OI-KOS