Non dimenticarsi degli ex-covid. I dati italiani sul JAMA

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

Di fronte a una malattia inaspettata e del tutto sconosciuta, che ha preso il sopravvento, l’attenzione è stata rivolta quasi esclusivamente alla fase acuta dell’infezione da COVID-19. Ma diventa sempre più chiaro che alcuni pazienti guariti dalla malattia abbiano bisogno di un monitoraggio continuo per valutarne attentamente le sequele a lungo termine. Lo scrivono dati alla mano i geriatri del Gemelli Against COVID-19 Post-Acute Care Study Group in una research letter pubblicata sul JAMA  (1), la rivista dell’American Medical Association. “È importante cercare di individuare gli eventuali danni sia a breve che a lungo termine”.

Infatti, le conseguenze a lungo termine sono in gran parte invalidanti e tutt’altro che rare. Quasi nove su dieci dei pazienti ricoverati per malattia COVID-19 presentano più di un sintomo persistente a distanza di due mesi dall’inizio dell’infezione e a più di un mese dalla dimissione ospedaliera. I sintomi sono dei più vari. Il 53,1% lamenta stanchezza intensa, il 43,4% affanno, il 27,3% dolore alle articolazioni, il 21,7% dolore toracico, spiegano gli autori. In percentuali minori: anosmia, tosse, rinite, mal di testa, irritazione oculare, mancanza di appetito, vertigini, mialgia, ecc. Il 32% pazienti riferisce uno o due sintomi e il 55% tre o più sintomi di quella che potrebbe essere definita una sindrome post-COVID.

I dati sono stati estrapolati da una corte di 143 pazienti visitati dopo la dimissione ospedaliera al Day Hospital post-Covid del Gemelli IRCCS, con un’età media di 56,5 anni, per il 63% uomini, provenienti da una degenza in ospedale della durata media di 13,5 giorni. Durante il ricovero, il 72,7% dei pazienti aveva mostrato segni di polmonite interstiziale, il 14,7% era stato sottoposto a ventilazione non invasiva e il 4,9% a ventilazione invasiva.

Nel discutere questi risultati, gli autori per primi sottolineano sul JAMA Network che il loro studio presenta dei limiti a partire dalla mancanza di informazioni sulla storia clinica dei pazienti prima della diagnosi di COVID-19. “Inoltre – scrivono – il nostro è uno studio a centro singolo, con un numero relativamente piccolo di pazienti e senza un gruppo di controllo di pazienti dimessi per altri motivi. Anche i pazienti con polmonite acquisita in comunità possono avere persistenti sintomi, pertanto questi risultati potrebbero non essere esclusivi di COVID-19 (2)”.

Alla ricerca di evidenze

I dati italiani sono per ora preliminari come altrettanto lo sono quelli finora raccolti da altri piccoli studi o desumibili dai singoli casi. Per disegnare un quadro clinico delle sequele a lungo terminali di COVID-19, che è ancora alquanto vago, servono studi osservazionali prospettici più ampi che stanno per essere avviati. Questo è il momento di capire cosa ci dobbiamo aspettare in chi è sopravvissuto alla malattia.

Ulteriori studi e nuovi dati, anche da altri paesi, potranno servire per confermare o meno la persistenza di sintomi nel lungo termine. “Nel Nordamerica – commenta Medscape – i medici stanno già affrontando la realtà che la strada per la ripresa possa essere lunga e ascendente, con sintomi persistenti peggiori di quelli osservati nei pazienti con infezione influenzale acuta” (3).

L’endocrinologo Zijian Chen, a capo del Centro di assistenza post-COVID del Mount Sinai Health System di New York City, racconta che molti dei pazienti che a marzo o aprile avevano ricevuto la diagnosi di COVID-19 continuano a manifestare dei sintomi: “I sintomi persistenti sono molto peggiori rispetto a quelli dei pazienti ricoverati per l’influenza stagionale”.

Come osservato dai colleghi del Gemelli, Chen continua a ricevere pazienti con COVID-19 con dispnea, alcuni che richiedono ossigeno supplementare, oppure pazienti con dolore toracico persistente durante lo sforzo fisico, con problemi di coagulazione del sangue, oppure che riferiscono difficoltà di concentrazione, disturbi gastrointestinali, ridotta forza muscolare e forza di presa della mano. In alcuni pazienti non si escludono del tutto danni permanenti ai polmoni. “Anche quelli asintomatici mostrano cicatrici polmonari all’imaging”, spiega l’endocrinologo. “Mi aspetto che questi pazienti possano avere sintomi che richiedono un monitoraggio a distanza di un anno” (3).

Cosa fare in pratica

“Il messaggio importante – commenta Francesco Landi, responsabile del Day Hospital post-Covid, autore dello studio italiano – è che tutti i pazienti che hanno avuto COVID-19 e soprattutto quelli colpiti dalle forme più gravi, che hanno richiesto un ricovero in rianimazione o che hanno avuto bisogno di ossigenoterapia, devono essere sottoposti a controlli multiorgano nel tempo. Inoltre devono essere valutati attentamente rispetto alla persistenza di alcuni sintomi”.

Per far fronte alle potenziali esigenze assistenziali dei pazienti guariti dal COVID-19 dopo la fase acuta la parola chiave è la interdisciplinarietà. Proprio in quest’ottica il Gemelli di Roma ha valutato la necessità di implementare Day Hospital post-Covid con il coinvolgimento di specialisti di discipline diverse, che è stato aperto il 21 aprile scorso. “Sebbene COVID-19 sia una malattia infettiva che colpisce principalmente il polmone, il suo coinvolgimento multiorgano richiede un approccio interdisciplinare che comprende praticamente tutti i rami della medicina interna e della geriatria. In particolare, durante la fase post-acuta, il geriatra può fungere da case manager di una squadra multidisciplinare”, spiega il Gemelli Against COVID-19 Post-Acute Care Study Group in un articolo pubblicato sull’Aging clinical and experimental research (4).

Se è importante acquisire sempre più conoscenze sulla COVID-19, è altrettanto importante individuare e al tempo stesso supportare questi pazienti ex-covid che soffrono di specifici disturbi – anche soggettivi – collegati presumibilmente all’infezione che richiedono supporto, sia a livello fisico sia psicologico, per accompagnare la loro lunga convalescenza. A partire da una valutazione completa del singolo paziente si identificano quelle anomalie che meritano di essere prese in considerazione e si prescrivano i trattamenti che si rendono necessari. Ad esempio, per coloro che lamentano un senso di stanchezza e fatica che li porta a condurre una vita sedentaria, l’ambulatorio del Gemelli prevede un programma di “rieducazione” modulabile sui singoli pazienti fatto di ginnastica supervisionata ed educazione alimentare.

Ugualmente quei sintomi che non sono curabili dal punto di vista medico ma che incidono sulla qualità della vita meritano essere trattati, oltre che monitorati nel tempo.

 

Bibliografia

  1. Carfì A, Bernabei R, Landi F, Gemelli Against COVID-19 Post-Acute Care Study Group. Persistent Symptoms in Patients After Acute COVID-19. JAMA 2020; e2012603.
  2. Metlay JP, Fine MJ, Schulz R, et al. Measuring symptomatic and functional recovery in patients with community-acquired pneumonia. J Gen Intern Med 1997; 12: 423-30.
  3. Swift D. COVID-19 Symptoms Can Linger for Months. Medscape, July 13, 2020.
  4. Gemelli Against COVID-19 Post-Acute Care Study Group. Post-COVID-19 global health strategies: the need for an interdisciplinary approach. Aging Clin Exp Res 2020; 1-8.