Post-COVID: i servizi sanitari non dovrebbero aspirare a “tornare alla normalità”

Gianrico Farruggia, CEO della Mayo Clinic statunitense afferma, nel suo editoriale su U.S. News & World Report, che i servizi sanitari non dovrebbero aspirare a ritornare alla situazione in cui erano prima della pandemia.

Secondo Farruggia la pandemia di COVID-19 ha infatti scatenato uno stress test non richiesto, ma necessario, sui sistemi sanitari nazionali e in particolare sugli ospedali. Ha inoltre rivelato per alcuni, come ad esempio quello statunitense dall’impostazione privatistica, vecchi problemi come l’accesso diseguale, una catena di approvvigionamento fragile, modelli di pagamento disallineati e disparità sanitarie.

Tuttavia la pandemia ha anche fornito lo slancio per un’innovazione rapida e necessaria in un settore in lento cambiamento. La digitalizzazione nel campo dell’assistenza sanitaria, ad esempio, è sempre stata un tasto dolente, una promessa fatta per decenni ai pazienti e che la pandemia ha spinto a mettere in pratica. In queste difficili circostanze, la crisi COVID-19 ha mostrato che il settore sanitario ha sia il potere che la responsabilità di trasformare l’assistenza sanitaria dall’interno e in un lasso di tempo significativo per i pazienti.

Un esempio è la telemedicina. Poiché la pandemia ha ritardato l’assistenza di emergenza per milioni di persone, i medici e gli altri fornitori se ne sono finalmente avvalsi. La telehealth è rapidamente diventata fondamentale, poiché consente alle persone di ricevere cure che a volte salvano la vita durante un periodo di distanziamento fisico ma, in alcune zone del mondo (si pensi ai grandi spazi di alcuni continenti, ma non è necessario andare così lontano se si pensa che in alcune zone del Piemonte sono recentemente emerse difficoltà da parte dei medici di famiglia nel gestire un territorio ampio e scarsamente popolato come quello di montagna).

Alla Mayo Clinic, riporta Farruggia, sono passati da circa 200 tele-visite a settimana del periodo precedente alla pandemia di COVID-19, a 35.000 a settimana durante il picco di visite. Ciò è stato possibile perché era già stata costruita l’infrastruttura necessaria, ma anche perché il governo ha accelerato i processi applicativi e i finanziamenti per i servizi da remoto. Per la maggior parte degli incontri, i pazienti erano ugualmente soddisfatti delle loro visite virtuali, come lo erano di quelle in presenza.

Ma come un elastico, una volta allungato, l’assistenza sanitaria si ripristinerà di riflesso se non viene indirizzata verso altre dinamiche. Quando si tratta di sistemi sanitari bisogna ricordare che il passato, prima della pandemia, non era la perfezione, forse nemmeno uno scenario a cui vogliamo davvero aspirare. È opportuno utilizzare le misure deliberate e messe in pratica in questi mesi, per mantenere gli importanti risultati ottenuti nell’assistenza a distanza.

La pandemia ha anche dimostrato che le migliori possibilità di successo contro COVID-19 sono ottenute dalle organizzazioni che lavorano insieme e non in competizione tra loro. Si sono infatti viste unirsi le forze di tutti i livelli di governi e settore privato, per accelerare la ricerca e condividere trattamenti e competenze mediche.

Un grande sforzo di collaborazione è la COVID-19 Healthcare Coalition, una risposta multisettoriale alla pandemia che coinvolge dozzine di aziende tecnologiche globali, organizzazioni non profit, università, laboratori e startup che condividono risorse e piani per combattere la pandemia. La coalizione riunisce competenze, risorse e approfondimenti intersettoriali per contribuire ad aumentare la capacità di fare test, accelerare lo sviluppo di vaccini e coordinare la ricerca terapeutica.

Un esempio di collaborazione tra modelli di assistenza è il programma “ospedale a casa”. Sebbene non nuovo, questo modello ha mostrato tutti i suoi benefici durante la pandemia. Con questo programma, i pazienti con condizioni precedentemente gestite in un ospedale hanno la possibilità di ricevere assistenza virtuale e di personale specializzato a domicilio. Il programma utilizza la tecnologia digitale, l’intelligenza artificiale e le reti collaborative di paramedici, infermieri e altri operatori sanitari per coordinare le funzioni necessarie al paziente.

Naturalmente, questo nuovo modello non potrà sostituire completamente gli ospedali: un sistema di sole opzioni di assistenza sanitaria virtuale e digitale non è né realistico né auspicabile. Piuttosto serve sviluppare e bilanciare modelli diversi, organizzandoli senza soluzione di continuità per soddisfare le esigenze individuali.

Il settore sanitario, puntando al miglioramento continuo, deve abbracciare pienamente le tecnologie digitali insieme alle partnership intersettoriali come nuovo punto di riferimento, resistendo attivamente all’impulso di “tornare alla normalità”. Con questo in mente, si può fare leva sui progressi per creare un’esperienza di assistenza sanitaria più orientata ai dati, equa, accessibile e di supporto per i pazienti che ne hanno bisogno.